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Paolo Migone
L'uso del lettino in
psicoanalisi. Un esempio clinico
Nel dicembre 1998, sulla lista di discussione di
"Psicoterapia" (che coordino assieme a Marco Longo e Salvatore Manai) di Psychomedia,
è avvenuto un interessante dibattito sul significato del lettino in psicoanalisi. Il
sasso nello stagno era stato lanciato da Piero Porcelli, che si chiedeva quale poteva
essere la teoria della tecnica che potesse giustificare questo elemento del setting, in
quanto lui non era mai riuscito a trovare una spiegazione teorica veramente convincente.
Molti colleghi sono intervenuti (oltre a me e Porcelli, sono intervenuti Andrea Angelozzi,
Tullio Carere, Wilfredo Galliano, Giobatta Guasto, ecc.). Non mi è possibile in questa
sede riassumere questo stimolante dibattito, ma colgo volentieri l'invito di Adriano
Legacci a pubblicare sul sito de Gli argonauti il caso clinico che io avevo mandato
alla lista per illustrare più chiaramente come io vedevo il ruolo del lettino, così come
di ogni altro elemento del setting, nel processo analitico. Il retroterra teorico a cui
facevo, e faccio, riferimento è quello proposto, tra gli altri, da Merton Gill, un autore
a cui mi sono sentito molto vicino. Gill (1979, 1982, 1983, 1993, 1994), negli ultimi 15
anni della sua vita, propose una concezione molto allargata di psicoanalisi, attraverso
una ridefinizione del concetto di transfert, in modo tale che la psicoanalisi diventa
applicabile ai setting più diversi. Secondo questa revisione, non vengono ampliati solo
quelli che lui chiama criteri "estrinseci" della psicoanalisi (alta frequenza
delle sedute, uso del lettino, selezione dei pazienti, ecc.), ma anche i tradizionali
criteri "intrinseci" (cioè interni alla teoria) che lo stesso Gill aveva
proposto in un altro suo lavoro classico uscito nel 1954, a suo tempo considerato un punto
di riferimento. I criteri intrinseci che Gill aveva proposto nel 1954 erano essenzialmente
quattro: la analisi del transfert, la neutralità dell'analista, la induzione di una
nevrosi di transfert, e l'uso privilegiato della interpretazione. Nella revisione compiuta
esattamente 30 anni dopo, Gill
(1984) mantiene solo il primo di questi criteri, la analisi del transfert (gli altri
criteri dipendono da questo), ma intendendo il transfert in un modo diverso, alla luce
della sua nuova revisione teorica in senso "interpersonale". Come è facilmente
intuibile, le implicazioni teoriche, pratiche e anche sociologiche e istituzionali di
questa revisione sono notevoli, tuttora discusse dalla comunità psicoanalitica (si pensi
ad esempio alla possibilità di definire come "psicoanalisi" tecniche
terapeutiche che prima venivano definite come "psicoterapia", e a quello che
ciò può significare per il training e le istituzioni deputate alla formazione).
Non mi è possibile qui approfondire ulteriormente la
posizione di Gill, per cui rimando, chi fosse interessato, ai lavori di Gill prima citati,
soprattutto al suo articolo del
1984 intitolato "Psicoanalisi e psicoterapia: una revisione"; per una storia
del dibattito sulle differenze tra psicoanalisi e psicoterapia, e una intesi della
posizione di Gill, rimando al cap 4 del mio libro Terapia psicoanalitica
(Milano: Franco Angeli, 1995), da cui appunto è tratto il caso clinico che segue (pp.
87-89) (vedi anche i seguenti lavori: Migone, 1991, 1992,
1995b, 1995c,
1998,
2000, 2001,
2003). Come si vedrà, per
far comprendere meglio la teoria sottostante in questo caso clinico il lettino viene
utilizzato in modo paradossale, cioè per connotare una psicoterapia e non una
psicoanalisi.
L'esempio clinico
Per far capire meglio quali implicazioni cliniche può avere
questa revisione teorica, voglio fare un breve esempio dove si vede con molta chiarezza il
ruolo giocato dai fattori intrinseci rispetto a quelli estrinseci, bene esemplificati con
l'uso del lettino che ancora oggi da molti è considerato parte integrante del setting
psicoanalitico e non di quello psicoterapeutico.
Si tratta di un episodio che mi accadde alcuni anni fa con una
paziente, allora di 31 anni, in terapia trisettimanale vis-á-vis, che durante una
fase difficile della terapia incominciò a mostrare, assieme a varie manifestazioni di
cosiddetto "transfert negativo" (aggressività, sensazione di non essere capita,
minacce di interruzione, ecc.), una notevole difficoltà a tollerare il contatto visivo
con me, lamentando il fatto che la terapia era faccia a faccia, mentre lei avrebbe
preferito il lettino che le avrebbe permesso di sentirsi più "contenuta",
"protetta", "rilassata", di esprimere con minore difficoltà i suoi
"veri sentimenti", e così via.
L'elaborazione interpretativa di questa situazione comportava, tra
le altre cose, le seguenti considerazioni. I genitori della paziente, che non erano
sposati, si erano lasciati poco prima della sua nascita; il padre avrebbe voluto che la
madre abortisse, e si rifiutò di riconoscere la figlia. Per una serie di litigi che non
erano mai stati chiariti né capiti a fondo dalla paziente, da allora erano cessati del
tutto i rapporti col padre. Questi, che era di classe sociale molto superiore a quella
della madre, viveva nella stessa città, e qualche volta si incontravano per strada, ma
sempre facendo finta di non conoscersi. I sentimenti della paziente erano di forte
aggressività, mista a paura, affetto, e sentimenti di inferiorità e vergogna causati
dalla ambivalente fantasia che il padre per un qualche motivo avesse "fatto
bene" ad abbandonarla, o che comunque avesse avuto le sue buone ragioni. Naturalmente
la paziente avrebbe potuto prendere l'iniziativa e andare a parlare col padre, ma ne era
impossibilitata da una forte paura di esplodere di rabbia con lui. Inoltre l'avvicinarsi
al padre avrebbe comportato una rottura della loyalty con la madre, con cui viveva
ancora insieme e a cui era molto legata, la quale per problemi propri non era stata capace
di elaborare il rapporto con lui, e per motivi di orgoglio aspettava che fosse lui a fare
il primo passo. Inutile dire che questa situazione pesava come un lutto non risolto per la
paziente, avendo contribuito per esempio a crearle una forte inibizione a farsi una
famiglia e ad avere essa stessa un figlio nonostante le molte occasioni che le si erano
presentate, poca assertività nel fare carriera, un forte senso di inferiorità,
indegnità di meritare i diritti di tutti gli altri, ecc. (questa problematica, tra
l'altro, era qui ben razionalizzata anche dal fatto che la paziente ambivalentemente
svalutava me - e, a ben vedere, se stessa - per il fatto che non usando il lettino secondo
lei io non le facevo una "psicoanalisi" ma una "psicoterapia", anche
perché io ero un terapeuta indipendente dalla associazione psicoanalitica
"ufficiale", la quale sola la avrebbe finalmente "riconosciuta" e
"legittimata"; ma ero ben consapevole che nella sua ambivalenza lei aveva scelto
proprio me perché sapeva bene che, in un certo senso, ero un suo alleato in quanto
anch'io ai suoi occhi ero un "non riconosciuto"...).
Ebbene, con molta probabilità dietro a questa difficoltà del
contatto emotivo e visivo diretto con me c'era anche quella a provare ed esprimere tutti i
dolorosi sentimenti ambivalenti verso il padre (odio, amore, ecc.). La richiesta del
lettino poteva significare anche un ripetere il dramma del "non rapporto" col
padre, e se avessi accettato di introdurre questo cambiamento, forse avrei dato
inconsciamente alla paziente l'immagine di un padre che non voleva fare veramente i conti
con la forza delle emozioni che la paziente appunto voleva evitare: si può far l'ipotesi
che in questo caso io sarei stato "risucchiato" dal transfert della paziente, la
quale sarebbe riuscita ad evocare inconsciamente in me la "risonanza di ruolo" (Sandler, 1976) evocata dal transfert.
Ma non voglio soffermarmi sull'analisi di queste ipotesi
psicodinamiche, perché sono facilmente alla portata di qualunque terapeuta esperto.
Quello che voglio discutere è il ruolo degli elementi del setting nella logica
interpretativa. Nel caso in questione fortunatamente il lavoro interpretativo, incentrato
sul significato inconscio della sua richiesta del lettino, riuscì a sbloccare la paziente
e a farle evocare tutta una serie di ricordi e sentimenti dolorosi, sia su di sé che sul
padre, facendo così procedere la terapia positivamente. Ma supponiamo che il mio lavoro
non fosse riuscito, che cioè la paziente non avesse retto nel rapporto faccia a faccia
con me e avesse minacciato di interrompere la terapia se non la mettevo sul lettino, quale
sarebbe stata la condotta da seguire? Pongo questa domanda qui solo come esercizio
teorico, e supponendo ovviamente che l'analisi da me fatta sulla genesi delle resistenze
della paziente sia corretta. Una possibilità in effetti sarebbe stata, seguendo Eissler (1953),
quella di introdurre, a causa della "debolezza dell'Io" della paziente, un
"parametro" nella "psicoanalisi con la sedia" e metterla in
"psicoterapia col lettino" per continuare il lavoro, fino a quando non si
riuscisse ad eliminare il parametro (il lettino) per poi farla ritornare alle condizione
della mia tecnica di base (che in questo caso comportava l'uso della sedia). Così,
paradossalmente, qui la psicoanalisi si sarebbe fatta con la sedia e la psicoterapia col
lettino, reso necessario dalla paziente per la quale non era sufficiente il lavoro di
interpretazione verbale sulla difficoltà a guardarmi in faccia, per cui avrebbe richiesto
un "agito", cioè l'introduzione di un parametro proprio secondo la concezione
di Eissler.
Trovo questo esempio utile, anche perché in modo divertente
capovolge i termini del problema delle differenze tra psicoanalisi e psicoterapia così
come sono intese se si considerano solo i criteri estrinseci, e nel contempo ci fa pensare
a quale può essere il rischio che si corre in molte psicoanalisi ortodosse, dove si può
scivolare in una psicoterapia "manipolatoria" nella misura in cui, proprio come
disse Gill, permettiamo che parte del materiale sfugga dal lavoro interpretativo se
crediamo nella neutralità e nella universalità del setting classico.
Paolo Migone, migone@unipr.it
Bibliografia
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- Paolo Migone
- Via Palestro, 14
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