È ampiamente documentato, anche in ambito
biologico ed endocrinologico, che il "gender role", o scelta sessuale, sia
legato prevalentemente a fattori di carattere relazionale e culturale, anche nelle
situazioni di ambigua sessualità biologica. E tale scelta è indipendente dalla struttura
anatomofisiologica dei genitali esterni.
Sul piano relazionale nelle prime fasi della vita è
descritto il ruolo degli atteggiamenti, dei comportamenti espliciti e della mente materna
sullassunzione successiva di unidentità sessuale (De Martis, 1989). In
seguito "il riconoscimento di differenze oggettive tra il padre e la madre, tra se
stesso e i genitori e la differenziazione delle loro immagini, impronterà il destino
della costruzione dellidentità di genere e della capacità di identificarsi e di
riconoscere la diversità dellaltro nel rapporto" (Masciangelo, 1989).
Sul piano culturale esistono diversi sistemi
ideologici di rappresentazione della differenza sessuale, nel senso che ogni cultura ha il
suo modo di rappresentarsi i meccanismi di determinazione del sesso del nascituro, la
differenza tra maschile e femminile, il modo in cui il genere deve essere costruito.
Non mancano nella letteratura antropologica
stupefacenti esempi in cui la determinazione sociale e culturale del sesso non è sempre
ricalcata sulla determinazione del sesso biologico. Per i Sambia della Nuova Guinea
lidentità sessuale maschile deve essere materialmente costruita, perché quella
apparente non basta per deciderla; la femminilità è invece considerata come completa e
naturale fin dalla nascita. La virilità viene trasmessa al bambino dai maschi della
famiglia secondo una gerarchia e una regolamentazione ben codificate e viene
definitivamente acquisita attraverso il passaggio da una fase omosessuale
istituzionalizzata, a una eterosessualità esclusiva. Presso gli Inuit il sesso reale del
bambino è quello stabilito dallidentità, dallanima-nome, cioè il sesso
dellantenato la cui anima-nome è penetrata nellutero di una donna per
rinascere nuovamente. Essa è dichiarata dallo sciamano al momento della nascita del
bambino e può dare origine a unidentità sessuale diversa da quella biologica. Alla
pubertà tutto cambia brutalmente, perché il soggetto deve progressivamente adattare il
proprio comportamento al sesso apparente; tuttavia lidentità fornita
dallanima-nome non cambia per il resto della vita. Si tratta dunque di un radicale
sovvertimento dellordine naturale (Héritier-Augé, 1993) 1.
Il corpo nel corso del nostro secolo
Per affrontare il problema del significato di
questi comportamenti, occorre riferirli alle caratteristiche dellesperienza corporea
così come la fenomenologia da un lato, e la psicoanalisi dallaltro, hanno cercato
di chiarire nel corso del nostro secolo. Lapproccio è di ordine bio-psicosociale e
mira a integrare questa eterogeneità entro categorie che aspirano a unelaborazione
metodica e convergente del problema.
Se da una parte e innegabilmente il corpo è una
realtà anatomica e biologica, è pur vero che è anche unentità culturalmente
costruita. Esso può essere usato per significare cose profondamente diverse in contesti
differenti. Relativo è il modo in cui esso viene esperito e percepito e in cui vengono
definiti i suoi limiti nelle diverse culture. Nella tradizione fenomenologica e
psicopatologica si distingue il Körper anatomico dal Leib, cioè il corpo
vissuto, il sentimento del corpo proprio.
Ma la declinazione dellesperienza corporea non
si limita a questi due aspetti della corporeità: esiste anche un corpo sociale, che
consiste nella plasmazione sociale del corpo, cioè quella particolare modalità con cui
il corpo è determinato nella sua apparenza ed espressività, dalla società o dal gruppo
di appartenenza; in altri termini il corpo sociale è una rappresentazione culturale del
corpo su cui la cultura ha esercitato il suo effetto modellante. Il corpo è un fatto
sociale che risente delle mode e delle consuetudini: basta pensare al modello estetico del
corpo che nei paesi occidentali viene proposto alle adolescenti e che ha una sua estrema
rappresentazione nel corpo dellanoressica. Limmagine estetica del corpo del
resto cambia da epoca a epoca: pensiamo allideale di bellezza femminile greca,
romana ecc. Lordine sociale impone dunque le forme e i limiti al modo in cui viene
percepito il corpo fisico. In molte società africane la salute fisica diviene il simbolo
di un rapporto armonioso con lordine sociale. Ricordo solo il fatto che sono state
descritte le cosiddette "sindromi culturali" ("culture bound
syndromes"), malattie tipiche di una certa etnia che si caratterizzano per la loro
stretta connessione al contesto sociale, ambientale e culturale. Lespressione
"corpo sociale" qui usata, infine, è diversa dalla metafora più usuale della
società come corpo provvisto di organi (apologo di Menenio Agrippa). In sintesi il corpo
è una società nel primo caso, la società è un corpo nel secondo.
Esiste poi un corpo immaginario che riguarda il modo
in cui limmaginazione agisce su tutte queste declinazioni del corpo. Di questo si è
occupata in modo specifico la psicoanalisi: il corpo è un luogo di proiezione da parte
degli altri: la proiezione penetra dentro di esso o si applica e diffonde sulla sua
superficie. Il corpo immaginario esprime anche il modo inconscio di vivere il corpo.
Nellimmaginazione il corpo si rivela luogo di interiorizzazione delle relazioni
parentali, delle prescrizioni, degli interdetti, delle istituzioni. Ma il corpo
immaginario oltre a ricevere la proiezione, è anche lo strumento esecutore della
proiezione stessa. Gli orifizi corporei sono i canali privilegiati delle attività
proiettive e dellincorporazione immaginaria. Il corpo immaginario trova le sue
deformate estrinsecazioni in ciò che la psichiatria occidentale chiama
depersonalizzazione, ipocondria, delirio somatico e dismorfofobie. (Su questo tornerò
più avanti quando parlerò dellinterpretazione psicoanalitica delle mutilazioni
genitali femminili.)
La sessualità e lapparato genitale sono
luoghi di convergenza di queste varie componenti della corporeità.
Mi riferirò dunque alle mutilazioni genitali che si
configurano come vere e proprie marche di identità etnica e personale; lesperienza
della mutilazione infatti si imprime nella memoria del soggetto decretando la sua
appartenenza al gruppo sociale.
Definizione
Si definisce mutilazione corporale la
modificazione definitiva e irreversibile o lasportazione di alcune parti del corpo
umano.
Tipi di mutilazione genitale femminile
a) circoncisione: si intende il taglio del
prepuzio o cappuccio del clitoride (detta anche excisione o escissione), nota nei paesi
musulmani come sunna (che prevede anche lablazione di una piccola parte del
clitoride);
b) clitoridectomia: taglio del clitoride e di tutte
o parte delle piccole labbra;
c) infibulazione: asportazione del clitoride, delle
piccole labbra e almeno dei due terzi anteriore e spesso dellintera sezione mediale
delle grandi labbra. I due lati della vulva vengono poi suturati con seta o minugia, o con
spine occludendo così laccesso vaginale, eccettuata una piccola apertura garantita
dallinserimento di sottili pezzetti di legno o da una cannuccia di giunco, per il
passaggio dellurina e del sangue mestruale 2 (Hassan, 1996).
A partire dalla ricerca condotta da Sirad Hassan
(ricercatrice somala di formazione statunitense che attualmente vive in Italia), su 304
donne somale infibulate residenti in quattro città toscane nel triennio 1991-1993 (che
non descriverò in dettaglio 3), propongo alcune considerazioni.
1) Quali sono le reazioni delle società occidentali
di fronte alle tradizioni degli immigrati che sembrano inaccettabili in base alle leggi e
alletica del paese ospite.
2) Anche alcune componenti delle stesse società in
cui si praticano le mutilazioni esprimono preoccupazione e opposizione nei confronti di
tali usanze: esistono infatti, nei paesi interessati dal fenomeno, numerose organizzazioni
per i diritti umani, per la tutela della salute, per lo sviluppo comunitario, in contatto
con le comunità emigrate, che lottano per labolizione delle mutilazioni genitali.
3) Daltro canto la tradizione delle
mutilazioni genitali è così radicata in queste popolazioni che esistono genitori che,
pur di fare circoncidere o infibulare le proprie figlie, lo fanno clandestinamente, fanno
venire circoncisori dal paese di origine o si rivolgono a cliniche private.
Gli antropologi hanno avanzato numerose ipotesi,
spesso curiose o fantasiose per spiegare il fenomeno delle mutilazioni genitali, che vanno
dalla preoccupazione igienica, alla preparazione alla vita sessuale, al rito di
propiziazione della fertilità; dalla prova di resistenza iniziatica, al marchio tribale,
allobbligo religioso; dalla pratica di controllo del desiderio sessuale,
allipermascolinizzazione o iperfemminilizzazione volta a superare il problema della
bisessualità e rinforzare lidentità di genere. Ognuna di queste ipotesi è stata
variamente confutata (Van Gennep, 1909; Daly, 1950; Bonaparte, 1952) e non mi soffermerò
su questa discussione che ho svolto altrove. Ma occorre sottolineare che le mutilazioni
genitali non hanno lo stesso significato per tutte le popolazioni presso le quali vengono
praticate. E il desiderio di trovare una spiegazione universale resta una pretesa che
forse vale la pena di abbandonare.
Per la nostra sensibilità è evidente che non
possiamo che guardare con raccapriccio a questo tipo di pratiche, che non possiamo non
assimilarle alla tortura, e condannarle come un attentato ai diritti e alla dignità umana
e alla libertà dellindividuo. Ma al di là di questa presa di posizione etica, se
evitiamo di parlare di barbarie e di fornire interpretazioni affrettate, ci troviamo di
fronte a un problema di difficile soluzione: come mai ci sono esseri umani come noi che
difendono e perseguono pratiche come queste socialmente ricercate che in realtà suscitano
in noi tanto orrore? "Per quale ragione società intere, sotto le latitudini più
diverse, infliggono ai loro figli, che loro malgrado li accettano, obblighi così
cruenti?" (Bonaparte, cit.).
Vorrei dunque commentare e cercare di fornire delle
risposte a questi interrogativi.
Nel caso delle mutilazioni genitali è il corpo
anatomico quello che subisce lo sfregio. Del corpo mutilato "vissuto" sappiamo
quanto è descritto dalle testimonianze delle donne che lhanno subita: spesso questo
corpo mutilato vissuto è muto perché le donne non ne parlano facilmente (come spesso
avviene per lesperienza della violenza carnale). Voglio ricordare qui la toccante
descrizione letteraria di Nawal al Sadawi che racconta la storia di una donna
egiziana, Firdaus, la cui vita sembra irrimediabilmente segnata dalla violenza originaria
della mutilazione genitale. Il ricordo di questo evento affiora qua e là come dolorosa
vaga sensazione, ma i suoi effetti permeano e condizionano non solo la vita sessuale, ma
tutta lesperienza esistenziale di questa donna, la sua protesta, la sua
impossibilità di vivere in una società generatrice di simili mostruosità. Protesta che
culmina con lomicidio di un maschio che come tutti gli altri uomini incontrati
laveva indotta alla prostituzione. La successiva condanna di Firdaus alla pena
capitale sembra sancire senza appelli un destino di sopraffazione di cui
linfibulazione è forse il primo atto e si capovolge paradossalmente in un estremo
momento di liberazione e libertà. Un altro esempio di narrazione autobiografica di donne
che hanno subito linfibulazione, tra i vari di recente pubblicazione anche in
Italia, è quello di Waris Dirie (1998).
Il gruppo sociale stabilisce che le mutilazioni
genitali, "traumatismi culturalmente organizzati" come li definisce Nathan
(1991), debbano essere effettuate perché lindividuo sia accettato e inserito
socialmente. La mutilazione genitale è dunque una componente di uniniziazione
forzata. Altrimenti la donna viene emarginata, cade fuori dalla società e dal suo
sostegno, perdendo ogni riferimento al suo gruppo di appartenenza. Fatto gravissimo per il
tipo di soggettività fortemente adesa al gruppo sociale o tribale che caratterizza
lequilibrio della personalità di base in molte società. Dello stesso parere è
Beneduce che drasticamente scrive (1998): "I rituali di escissione hanno un ruolo
determinante nella definizione dellidentità di un individuo: la bambina o la
fanciulla che vi si sottraesse potrebbe avere conseguenze negative sul piano psicologico e
sociale non inferiori a quelle fisiche o psicologiche derivanti dallesservi
sottoposta".
La situazione è sensibilmente diversa dalla nostra:
noi alleviamo i figli in funzione della loro autonomia, che è valorizzata come fine
auspicabile di un percorso pedagogico, laddove altrove viene privilegiata ladesione
al gruppo, con un senso dellindividualità molto meno spiccato.
Sulla base di queste differenze di fondo tra la
nostra cultura e quella delle società in cui si pratica linfibulazione,
unanalogia solo apparentemente ardita può essere istituita avvicinando le
mutilazioni genitali a quelle pratiche della chirurgia plastica, ove il chirurgo presta il
braccio a una domanda promossa da ideali estetici e da istanze di cambiamento sessuale.
Questa azione mutilante e deformante sul corpo è presente variamente nelle diverse
culture, mentre in altri paesi cade sotto un interdetto ed è perseguibile dalla legge.
Solo linsistenza morbosa al cambiamento di certe patologie dellidentità ha
reso accettabile come unico rimedio possibile il cambiamento chirurgico del corpo o del
sesso. Cioè una mutilazione scientificamente regolata. Il problema della bisessualità
viene per così dire scavalcato attenuando la differenza dei generi attraverso questo
punto di fuga. Un altro esempio interessante di queste possibili analogie è quello del
romanzo di Victor Hugo Lhomme qui rit, costruito sul rapimento di bambini al
fine di ottenere dei mostri con opportuni interventi sul corpo per poi immetterli in un
redditizio mercato dello spettacolo (su questo si veda anche Gil, 1978).
Certo tra i vari fenomeni citati vi sono molte
differenze. Nella chirurgia estetica sono persone consenzienti a chiedere
lintervento, spesso del tutto inconsapevoli della pressione dellideale
estetico dominante e dellingranaggio tra tale ideale, la percezione più o meno
deformata del proprio corpo e il corpo sociale. Nel caso delle mutilazioni genitali
eseguite in giovane età le bambine si oppongono con forza a questa violenza di cui non
conoscono né la portata né le conseguenze. Inoltre, mentre negli interventi di chirurgia
plastica si persegue un fine estetico, nelle mutilazioni genitali i genitali vengono
sviliti. "Un breve sguardo a quella lista di attributi estetici cui le diverse
culture attribuiscono un valore (un addome scarificato, il piattello labiale, un cranio
allungato) basta a rendersi conto della natura sociale e della relatività di tali
fenomeni" (Fabietti e Remotti, 1997, p. 509). Certo nel caso delle mutilazioni
genitali la preoccupazione estetica non sembra in gioco. Quanto allestirpazione del
clitoride e delle grandi o piccole labbra, "non appare facile scrive
Bettelheim capire le eventuali soddisfazioni positive che possano derivarne, né
chi possa esserne il beneficiario" (1962, p. 150), tuttavia qualcuno (Westermarck,
citato da Van Gennep, 1909, p. 61) ha sostenuto che tutte le mutilazioni sembra siano
pratiche destinate ad attirare laltro sesso. In che modo, se questo è vero, la
mutilazione genitale sia un elemento favorente lattrazione sessuale non è facile da
comprendere per la nostra formazione culturale, sebbene si possano fare ipotesi
interpretative più o meno convincenti. Diverso è il caso delle deformazioni corporee
visibili. Per quelle genitali lattrazione può essere favorita dalleffetto
della mutilazione genitale sulla rappresentazione maschile della donna: una donna mutilata
negli organi sessuali deputati al piacere può apparire al maschio meno pericolosa e più
facilmente soggiogabile e dominabile (su questo torneremo dopo). Di fatto la società in
questi casi impone alla donna una vera e propria marchiatura come quelle inflitte al
bestiame. Le richieste del transessuale, che si presentano come del tutto idiosincrasiche,
contengono anchesse lelaborazione trasgressiva degli interdetti del corpo
sociale. La posta in gioco di queste domande di mutilazione è il raggiungimento di
unidentità personale stabile resasi incompatibile col sesso naturale. Si agisce
chirurgicamente per risolvere un problema mentale. La contropartita a livello del singolo
di queste pratiche di trasformazione sessuale socializzate è rappresentata da certe
mutilazioni genitali e no che presentano occasionalmente i malati mentali gravi: si tratta
di quelle che la psichiatria chiama automutilazioni psicotiche 4.
La polemica sulle mutilazioni genitali è comunque
sollevata prevalentemente dallOccidente, e dal punto di vista dellantropologia
culturale rischiamo di avere una posizione molto etnocentrica ed emotiva al riguardo:
" ... nel concetto stesso di mutilazione corporale si nasconde un orientamento
etnocentrico: quello che per una data cultura costituisce un fenomeno barbaro e
inammissibile, una dolorosa modificazione dellintegrità del corpo umano, in
unaltra è lelemento essenziale per corrispondere a un ideale morale e sociale
di buona umanità" (Fabietti e Remotti, cit.). Fa parte infatti dellidea e
della sensibilità occidentale che il corpo anatomico e il corpo proprio costituiscano
ununità e siano un bene che si identifica con la persona. Una persona autonoma che
viene come tale rispettata e tutelata, inalienabile e inalterabile. In altre culture il
corpo è più un dominio della collettività che della singola persona e
"lintegrità del corpo non costituisce un principio universale" (Beneduce,
cit.). Qui il corpo sociale ha una sorta di primato: è per questo che alcuni autori
parlano di corpo comunitario: "Il corpo comunitario vuole che il corpo singolo viva
non separato, non isolato dalle cose e dagli altri corpi. Il corpo propriamente detto che
la fenomenologia ha eretto a concetto, è un prodotto dellOccidente. La singolarità
dellindividuo non è quella di un io dal corpo distinto, con i suoi
organi, pelle, affettività, pensieri separati dal resto della comunità, ma quella di un
corpo in comunicazione con tutta la natura e tutta la cultura e tanto più singolo quanto
più si lascia permeare dal maggior numero di forze sociali e naturali" (Gil, cit.,
p. 1119). Il rapporto tra natura e cultura a livello del corpo, rivela la tendenza
dellazione simbolica e rituale della cultura a marcare la naturalità del corpo e
con ciò a controllarla e disciplinarla.
Van Gennep (cit.) sottolinea come
"luniverso sociale lasci le proprie tracce e i propri segni di riconoscimento
sui corpi attraverso le procedure della mutilazione, della scarificazione e del
tatuaggio". Foucault (1984) ha messo in evidenza come il potere sociale plasmi il
corpo e ha descritto gli effetti distruttivi del potere sul corpo. "Attraverso le
pratiche della tortura il corpo ... può divenire una superficie adatta a ricevere il
testo visibile di una legge lontana e dispotica, quella del potere dello Stato"
(Fabietti e Remotti, cit.). Lesempio più straordinario di questa iscrizione
corporea della legge si trova nel celebre racconto di Kafka Nella colonia penale,
dove la macchina di tortura scrive sul corpo del condannato la legge imperscrutabile.
"La pena consiste sempre in questo: si lega il condannato al letto, poi un erpice
incide il paragrafo violato sulla pelle del condannato ... Lerpice
traccia i segni secondo modelli disegnati dallinventore della macchina: disegni
illeggibili, tanto le lettere sono arzigogolate e complicate da arabeschi. Una lingua
esoterica ed ermetica, la sola in grado di veicolare il senso" (Gil, cit.).
Ritorniamo ora sul concetto di corpo immaginario e
vediamo come la psicoanalisi interpreta i riti di circoncisione, ovviamente a partire da
quelli praticati nelle comunità ebraiche in cui la psicoanalisi è nata. Il significato
delle pratiche di mutilazione genitale è molteplice, e lungi da me il voler fornire
spiegazioni che abbiano carattere universale. Si deve "procedere con cautela nelle
nostre interpretazioni simboliche di tali rituali", ricorda Muller (1993, citato da
Beneduce, cit.), almeno per evitare di accentuare il fraintendimento tra culture diverse.
Le considerazioni che seguono sono pertanto relative al modo in cui uno psicoanalista di
cultura occidentale può pronunciarsi su questo tema.
Freud riteneva che la circoncisione appartenesse
allepoca delliniziazione virile e fosse un "residuo ben
riconoscibile" dellevirazione realmente eseguita nei primordi della famiglia
umana sul maschio in fase di sviluppo dal padre geloso e crudele. Essa persiste infatti in
molti riti della pubertà, a volte sostituita dal taglio dei capelli o
dallestrazione dei denti, che costituirebbero pertanto un equivalente simbolico
dellevirazione (Freud, 1912-1913). Essa non può che essere compresa come
espressione della sottomissione alla volontà del padre nel quadro dellangoscia di
castrazione (Freud, 1932; 1938).
Più modernamente molte di queste eterogenee
questioni hanno trovato nella psicoanalisi un luogo di convergenza e nello stesso tempo
hanno permesso di aprire al dialogo psicoterapeutico le fantasie segrete relative al corpo
sessuato presenti negli uomini e nelle donne. Nel dialogo psicoanalitico il corpo naturale
e i sentimenti relativi al corpo proprio, i fantasmi inconsci e le rappresentazioni anche
oniriche del corpo permettono di osservare le connessioni di questi vari livelli
dellesperienza corporea e di riflettere su di essi. La presenza ubiquitaria del
fantasma della castrazione mostra che i timori connessi ai genitali nelluomo e nella
donna e le relative mutilazioni sono appannaggio comune delluomo occidentale. Il
corpo sessuato di ciascuno ha una lunga vicenda ontogenetica attraverso la quale il corpo
naturale deve essere per così dire psicologicamente e socialmente assunto e confermato
nellidentità personale e di genere sessuale. Il processo che conduce a questo ha a
che fare con le relazioni parentali e il modo con cui attraverso di esse, la cultura e il
gruppo sociale penetrano e permeano il Körper, il corpo proprio, determinandolo
come e agendo su quello che ho definito corpo sociale. Il corpo con i suoi orifizi è un
luogo anche mentale sede di bisogni e di desideri regolati dallaltro e dalla
collettività. Gli orifizi in particolare sono fantasticati come le porte della
proiezione, cioè di fantasie relative al va e vieni di oggetti e di parti del sé proprio
e altrui. Si realizzano per questa via sia le esteriorizzazioni e gli investimenti sul
mondo degli oggetti e delle relazioni, sia linteriorizzazione di intere porzioni
dellesperienza. È anche questa una delle ragioni per cui il corpo in generale e
quello sessuato in particolare sono oggetto di prescrizioni, obblighi e interdizioni. Alla
luce dellesperienza psicoanalitica le tre mutilazioni genitali femminili principali
rivelano azioni diverse sullo sfondo di questa necessità della cultura di orientare e di
influenzare le naturalità del corpo e sicuramente presentano grosse differenze funzionali
e immaginarie. Si possono tracciare delle analogie tra circoncisione maschile e femminile
(la forma più semplice di mutilazione genitale femminile) e pensarla come:
a) un atto di marchiatura che serve a inscrivere il
soggetto nel gruppo sociale e segnare sul corpo lappartenenza culturale e il legame
attraverso un compromesso tra istanze espulsive del gruppo nei confronti del bambino e
necessità di annetterlo, marcandone lappartenenza al gruppo;
b) un sistema di regolazione dellodio,
unazione sul bambino di angosce originariamente rivolte verso i propri genitori e
ora agite sul bambino. Questo sistema di regolazione dellodio trova formazioni di
compromesso in questa condotta circoscritta, che diventa una sorta di figlicidio
simbolico. Lodio ha inoltre sempre a che fare con la sessualità, così come
lamore.
La clitoridectomia, mutilazione più estesa e grave,
elimina lorgano considerato espressione della singolarità e dellautonomia
femminile, soprattutto per quanto riguarda il piacere e una modalità orgastica
autoerotica connessa alla masturbazione nella quale la donna è affrancata dalla
dipendenza dal maschio. La clitoridectomia "consacra", per così dire, la donna
alla penetrazione e nello stesso tempo sancisce che lautoerotismo è visto come una
funzione antisociale, mentre il modello elementare della socialità è
laccoppiamento. Sostiene Bettelheim (cit.) che "linvidia provata
dallessere umano per laltro sesso induce in lui il desiderio di acquisire
organi simili, come pure di possedere e di avere sotto controllo lapparato genitale
dellaltro" (p. 158). Con questa mutilazione si realizzerebbe una sorta di
doppia castrazione del genitale, già castrato nella fantasia inconscia e in cui ogni
componente fallica della donna viene annullata.
Linfibulazione indica il grado massimo di
controllo: una sorta di cintura di castità realizzata anatomicamente che permette di
esercitare il massimo dominio sulla donna. Attorno alla vagina si concentrano molte
angosce maschili: innanzitutto angosce edipiche legate a fantasie incestuose. Bonaparte
(cit.) ritiene che la clitoridectomia, tanto quanto la circoncisione maschile, provengano
dal desiderio paterno di "intimidire la sessualità dei giovani". Il padre per
evitare che la giovane figlia possa promettere piacere a un giovane maschio e con questo
dargli ombra, la madre come occasione di vendicarsi su una giovane della propria vecchiaia
(spesso la pratica della mutilazione è affidata alle anziane del gruppo). Bettelheim
(cit., p. 156) ridimensiona questa ipotesi sostenendo che, sebbene i sentimenti dei
genitori verso i figli siano ambivalenti, prevalgono in genere quelli positivi su quelli
negativi. Ma la psicoanalisi ha chiarito che linvidia rivolta ai giovani dalla
generazione precedente è in rapporto direttamente proporzionale allintensità della
frustrazione sessuale. Linvidia sarà pertanto più evidente in società che
reprimono la sessualità piuttosto che in quelle che la favoriscono.
Il genitale femminile inoltre rimanda a qualcosa che
riguarda la totipotenza del desiderio e i rischi che questo comporta per la collettività.
Attraverso il tradimento o un libero esercizio della sessualità da parte della donna si
dà spazio alle paure più radicali delluomo di abbandono, di separazione, di
perdita delloggetto, che hanno nei genitali femminili la loro sede naturale e il
loro teatro. Il dominio simbolico e agito su tutto ciò dà modo alluomo, ma anche
alla donna, di controllare queste angosce, soprattutto nel senso "che la mutilazione
genitale le conferisce una posizione sociale più elevata, oppure è condizione
preliminare al matrimonio".
Conclusioni
Infine unultima considerazione: verso i
genitali si appunta nella nostra cultura lenorme sadismo dei comportamenti devianti
più gravi, delle grandi perversioni studiate dalla psichiatria. Mi riferisco per esempio
ai delinquenti più efferati, ai serial killer che reiterano comportamenti violenti
operando mutilazioni sulle loro vittime. Questi comportamenti sfuggono completamente
allordine del nostro quadro sociale. Si rivelano qui istanze distruttive di inaudita
violenza. Le società della mutilazione genitale culturale tentano forse di
istituzionalizzare questo tipo di violenza, dando uno spazio e unespressione
simbolica e non più individuale a queste istanze aggressive. Possiamo cioè assimilare in
una certa misura lorrore di queste pratiche mutilanti istituzionalizzate con
lorrore maggiore di attività meno culturalizzate che ne rappresentano la
contropartita distruttiva, solitaria, idiosincrasica e morbosa. Con queste considerazioni
ho tentato di presentare un modello non edulcorato del problema: un discorso solo etico e
inorridito nei confronti di queste pratiche urta contro il fatto che esse sono ricercate e
istituzionalizzate allinterno di subculture che devono affrontare lesistenza
in un regime che si basa sulla solidarietà gruppale e in cui la sopravvivenza del singolo
è affidata alla simbiosi col gruppo sociale. Esse vanno viste con
"lindulgenza" derivante da una difficile comprensione del quadro entro cui
prendono corpo. Ogni violenza è ovviamente condannabile. Ma un discorso etico sulle
mutilazioni genitali, seppure non moralistico e ispirato solo ai diritti delluomo,
non può soddisfare la necessità di capire, per poter affrontare quel necessario
cambiamento culturale che porti alla trasformazione di pratiche sociali così cruente.
"Non esiste cultura o rituale che nei loro aspetti costitutivi, nel loro significato
e persino nei presupposti esoterici che più profondamente li caratterizzano, e li
fondano, non possano cambiare" (Beneduce, cit.). E a questo proposito vorrei
concludere con uninformazione diffusa sul San Francisco Chronicle dal dottor
Cesar Chelala: in Kenya si sta diffondendo un rito alternativo alla mutilazione genitale
chiamato "ntanira na mugambo", che significa "circoncisione attraverso la
parola". Esso consiste in un vero e proprio training delle giovani donne della durata
di una settimana con il quale si sancisce il passaggio alletà adulta; rito che ha
perso i connotati della violenza mutilante sul corpo femminile, a cui partecipa tutta la
comunità in festa.
Bibliografia
Beneduce R., Frontiere dellidentità e
della memoria. Franco Angeli, Milano 1998.
Bettelheim B. (1962), Ferite simboliche.
Sansoni, Firenze 1973.
Bonaparte M. (1952), Psicoanalisi e antropologia.
Guaraldi, Bologna 1971.
Chelala C., "New rite is alternative to female
circumcision". San Francisco Chronicle, 16 settembre 1998.
Daly C.D. (1950), "The psycho-biological
origins of circumcision". Int. J. Psychoanal. 31: 217-236.
De Martis D., "La perversione". In: Semi
A.A. (a cura di), Trattato di psicoanalisi. Vol. II. Raffaello Cortina Editore,
Milano 1989.
Dirie W., Miller C., Fiore del deserto. Storia di
una donna. Garzanti, Milano 1998.
Fabietti U., Lidentità etnica.
Carocci, Roma 1995.
Fabietti U, Remotti F., Dizionario di
antropologia. Zanichelli, Bologna 1997.
Foucault M. (1984), La cura di sé.
Feltrinelli, Milano 1985.
Freud S. (1912-1913), Totem e tabù. OSF 7.
Freud S. (1932), Introduzione alla psicoanalisi.
OSF 11.
Freud S. (1938), Compendio di psicoanalisi.
OSF 11.
Gil J., Voce "Corpo". In: Enciclopedia
Einaudi, Torino 1978: 1096-1162.
Hassan S.S., La donna mutilata. Loggia
De Lanzi, Firenze 1996.
Masciangelo P.M. (1989), "Assetti,
funzionamenti e relazioni perverse. Metapsicologia di unesperienza clinica".
In: Semi A.A. (a cura di), Trattato di psicoanalisi. Vol. II. Raffaello Cortina
Editore, Milano 1989.
Nathan T. (1991), "Lart de renaître.
Fonctions thérapeutiques de laffiliation au moyen du traumatisme sexuel". Revue
dEthnopsychiatrie 18: 15-36.
Nawal al Sadawi (1983), Firdaus. Storia di
una donna egiziana, Giunti, Firenze 1986, 1994.
Van Gennep A. (1909), I riti di passaggio.
Boringhieri, Torino 1981, 1996.
Vanna Berlincioni
Via Cardano, 74
27100 Pavia
(1) Per un approfondimento di questi temi si vedano
gli studi di Héritier-Augé, 1993, 1994, 1996, di recente tradotti anche in italiano.
(2) Le nazioni in cui vengono praticate le
mutilazioni genitali sono almeno venticinque in Africa, ma le ritroviamo anche nella
penisola arabica (Oman, Yemen del Sud ed Emirati) oltre che nelle comunità musulmane
indonesiane e malesi e presso i musulmani Bhora in India e Pakistan. In queste nazioni
sono spesso presenti gravi problemi sociali e sanitari tra cui unalta incidenza di
mortalità infantile (fino al 30% per i bambini da uno a quattro anni).
La gravità e il tipo di mutilazione varia da paese
a paese ed è molto frequente per esempio in Somalia (più del 90% delle donne), Sudan,
Egitto, Nigeria, Kenya. Più che allarea geografica e politica, o alla credenza
religiosa, la pratica è comunque legata alla socialità e alletnia, cioè agli usi
di specifiche popolazioni: per esempio in Kenya la praticano i Kikuyu, ma non i Luo ecc.
(Hassan, 1996). Secondo una stima necessariamente approssimativa sarebbero circa 130
milioni le donne attualmente infibulate o escisse nel mondo, di cui circa 30.000 in
Italia, per il 40% somale. Il problema è venuto alla ribalta nei paesi occidentali in
conseguenza del recente e massiccio flusso migratorio: le popolazioni immigrate infatti,
nel tentativo di mantenere le proprie tradizioni, cercano di continuare la pratica della
mutilazione anche nei paesi ospiti.
(3) Nel gruppo dei 304 soggetti reclutati, solo 103
hanno accettato di rispondere in modo completo allintervista, cioè anche
relativamente a questioni di carattere sessuale. È interessante notare che una metà
delle intervistate ritiene che linfibulazione serva a proteggere la verginità, un
quarto per controllare la sessualità, un quarto per ottemperare a un obbligo religioso.
La maggior parte pensa che nella società di appartenenza si ritenga che la donna non
infibulata diventerà una donna facile, e la parte restante che o non è una buona
musulmana, o non viene da una buona famiglia. Molte, pur ritenendosi soddisfatte della
propria vita matrimoniale, non lo sono invece della loro sessualità e riconoscono che la
mutilazione ha conseguenze sfavorevoli sulla nascita dei neonati, determinando diverse
complicazioni durante il parto. Daltronde dichiarano che se tale pratica non fosse
permessa in Italia molte la farebbero nel paese di origine (due terzi) o di nascosto in
Italia (un terzo). La quasi totalità del campione pensa che la circoncisione abbia un
futuro. Hassan sostiene che linfibulazione, come tutte le lesioni fisiche e morali,
non può trovare legittimazione nella scelta religiosa o di mantenimento della tradizione,
perché è soltanto violenza. Le mutilazioni genitali devono essere riconosciute come un
abuso fisico sul bambino e devono essere respinte come dannose pratiche culturali. Ella
auspica la necessità di una legislazione priva di ambiguità che tuteli le donne rispetto
alla prosecuzione di queste pratiche, tuttavia insiste sulla necessità di programmi di
prevenzione, educazione, assistenza diretti agli operatori sanitari coinvolti, alle
scuole, ai genitori. Tutti programmi attuabili solo se esiste la volontà politica a
livello governativo di condurre unazione di massa che raggiunga tutti gli strati
sociali e che porti a un effettivo cambiamento culturale.
(4) A questo proposito si vedano anche gli articoli
di Menninger (1935); Friedman, Glasser, Laufer, Wohl (1972); Miller, Bashkin (1974).