Il tema proposto per questo nostro
dibattito si annuncia, a parer mio, con un provvidenziale punto interrogativo.
Infatti, ciò che sembra essere
così naturale per gli altri esseri viventi, vale a dire l'incontro fra maschi e femmine
che, in obbedienza a quella cieca e imperiosa norma insita in ogni specie che spinge i
suoi membri a procreare e a perpetuarsi, si realizza nella meravigliosa semplicità del
meccanismo dell'accoppiamento, non è così semplice né così naturale per noi uomini.
I maschi e le femmine della specie
umana certamente si incontrano (e si scontrano), altrimenti ci saremmo già estinti da
milioni di anni, ma talvolta non si incontrano mai, come avviene nell'omosessualità, e
hanno gli uni degli altri una conoscenza che ha più a che fare con la mitologia che con
la realtà.
Voglio qui però parlare di
omosessuali piuttosto che di omosessualità. Mi sono infatti convinta che parlare di
omosessualità in generale, come di una categoria a se stante, costituisca, in realtà, un
errore di prospettiva. Chi ha pazienti omosessuali sa che non ce n'è uno uguale
all'altro, così come tra gli eterosessuali, e che è difficile trovare elementi
eziopatogenetici comuni. Sono d'accordo con Stoller (1986) che non c'è una sola
omosessualità, ma molte omosessualità diverse fra di loro nell'eziologia, nelle
dinamiche sottostanti, nel modo di manifestarsi; anche per questo motivo ho sempre sentito
inadeguati i tentativi di trovare delle regole generali sulle cause genetiche
dell'omosessualità maschile.
Anche qui vige lo strapotere della
madre, intendo dire che si fa risalire soprattutto a una relazione madre-bambino
disturbata nel momento della separazione-individuazione una delle situazioni patogene
principali per il fissarsi di una disposizione omosessuale. Viene tirata in causa una
madre troppo ingombrante, esigente, seduttiva e aggressiva e soprattutto incoerente, che
ipervaluta il figlio bambino come un piccolo feticcio, ma che disprezza e rifiuta il
figlio pubere in quanto portatore di un corpo sessuale e quindi non più vezzeggiato e
idolatrato perché sentito come "sporco".
Al padre si assegna, invece, un
ruolo marginale, viene normalmente identificato come "assente",
"ritirato" e quindi poco importante come elemento di identificazione, o
apertamente ostile e quindi minaccioso della futura mascolinità del bambino; in entrambi
i casi, comunque, il posto di primo piano spetta alla coppia figlio-madre.
Pur consentendo, genericamente, su
questi parametri, vorrei però tentare di spostare un po' l'enfasi dalla madre al padre.
Intendo dire che non basta, a mio avviso, l'ipervalutazione fallico-narcisistica del
bambino da parte della madre per fissare una disposizione omosessuale; penso che il ruolo
del padre sia più importante di quanto non appaia e, vorrei dire, più ingrato, in
quanto, sia nella fase preedipica che nella fase edipica, gli tocca in sorte la gestione
degli aspetti cruciali di separazione e cambiamento.
Nella fase preedipica, ad esempio,
la relazione figlio-madre si presenta come una relazione a due con apparente esclusione
del padre. Il padre, di fatto, invece, entra nella relazione non come un rivale (come
sarà nell'edipo) ma come un intruso, un elemento non ancora pericoloso, in quanto
castratore, come nell'edipo, ma certo disturbante del beato idillio.
Nella situazione edipica, poi, il
padre entra in gioco in prima persona come terzo protagonista rivale, ed è proprio grazie
alla paura di venire castrato dal padre-rivale che il bambino posticipa la realizzazione
dell'edipo e si identifica col genere maschile di cui il padre è portatore.
A mio avviso, però,
l'identificazione è possibile se l'oggetto non è troppo idealizzato e quindi il divario
e la competizione non sono troppo forti, cioè se è possibile ed è, per così dire,
"autorizzata" dal padre, l'emulazione piuttosto che la competizione.
A questo punto mi chiedo, che cosa
fa il futuro omosessuale? Taluni si identificano con la madre, altri, e mi riferisco a
quel tipo di omosessuale su base narcisistica, non solo non si identificano col padre ma
girandosi per così dire dall'altra parte, cioè voltando le spalle alle femmine e
rivolgendosi verso i maschi, lasciano al padre il campo libero, non entrano in
competizione con lui per il possesso delle femmine e quindi si illudono di non dover
temere da parte sua nulla. Mi pare quindi che la castrazione giochi un ruolo cruciale. Per
quel che riguarda l'identificazione poi, a differenza di certi omosessuali passivi molto
femminilizzati, mi sembra che qui l'identità permanga maschile e l'identificazione resti,
per così dire, "libera", non con il padre a cui non si rubano le femmine, in
quanto non si cresce e non gli si ruba il ruolo (e questo spiegherebbe anche l'eterna
giovinezza di certi omosessuali), non con la madre perché si è maschi, anzi si vuole
ossessivamente esserlo, ma con un'immagine di sé narcisisticamente investita, fortemente
idealizzata, immagine di un se stesso eternamente giovane, perché è vietato crescere,
eternamente adolescente e sostanzialmente solo.
Mi viene in mente, come
associazione, il comportamento dei giovani leoni maschi che girano da soli in gruppetti
sparuti di due o tre esemplari, lontano dal branco del leone capo con le leonesse fino a
quando non riescono ad affrontare il capo branco e, battutolo, a impadronirsi delle
femmine. A volte, se non ci riescono, sono condannati a girare insieme sempre soli.
Vorrei adesso raccontare una storia
di un mancato incontro di un giovane di ventisette anni, intelligente, sensibile,
piuttosto nevrotico, omosessuale. Nella prima seduta di consultazione mentre parlava dei
suoi sintomi ossessivi mi disse che veniva per curare la sua nevrosi, non
l'omosessualità. Con tutto ciò, evidentemente, la sessualità e nel suo caso quindi
l'omosessualità non poteva certo essere tenuta fuori e rientrava da ogni spiffero.
Nell'infanzia era stato un bambino molto solo, non aveva una madre che lo idealizzasse
bensì una madre malata che lo teneva lontano. Passava infatti la più parte del tempo con
la nonna in una cittadina di provincia con la scusa dell'aria buona mentre padre, madre e
sorella maggiore di lui di cinque anni stavano insieme a casa. Anche nei momenti in cui
stava in famiglia si viveva come escluso, la madre fredda e distante per tutto ciò che
era gioco e affetto, lo valutava solo per le sue capacità scolastiche; il padre,
viceversa, lo faceva giocare molto, e lo coccolava pure, nei giochi però si divertiva a
spaventarlo e comunque, in ogni circostanza, anche in seguito, anche se con benevolenza,
doveva affermare la sua supremazia: più bravo a sciare, a giocare a tennis, più colto
ecc.
Con la sorella la relazione era
impostata su invidia, gelosia e competizione. Lui riteneva la sorella più amata, in
quanto non veniva mandata dalla nonna, sicuramente la preferita del padre, di cui ora
condivide la professione. Con la sorella faceva giochi in cui lui, in quanto minore,
occupava sempre posizioni di secondo piano; quando poi la sorella invitava le sue amiche,
veniva mandato via, o le bambine facevano gruppo contro di lui e lo tiranneggiavano. Il
suo primo innamoramento era stato intorno ai cinque-sei anni per una di queste bambine, ed
era stato abbondantemente preso in giro dalla sorella e da tutta la famiglia. Ricorda
ancora il senso di impotenza e di frustrazione che aveva sentito e la disperazione e la
solitudine che ne erano seguite.
Come molti omosessuali, F. si è
costruito un mito personale sulla propria identità omosessuale che fa risalire, a suo
dire, fino all'infanzia e all'amicizia identificatoria con un compagno di giochi che poi
cambiò città; questi, però, lo aveva già tradito prima andando dietro a una ragazzina.
In quella circostanza si era sentito nuovamente abbandonato e frustrato, aveva avuto la
sensazione di essere stato "lasciato al palo" in quanto l'amico osava una cosa
che per lui era assolutamente tabù, cioè alzare gli occhi su una femmina.
Le ragazze per lui, infatti, sono
del tutto identificate con la madre e la sorella, vale a dire femmine ostili e beffarde e,
soprattutto, proprietà esclusiva del padre, talmente esclusiva che lui era stato bandito
da casa, mandato via dalla vecchia nonna, donna rigida e bacchettona anche se a suo modo
affettuosa, comunque unica femmina che gli fosse concessa. Da ragazzino coltivava una
fantasia masturbatoria in cui vecchie prostitute lo toccavano e lo violentavano, fantasia
che rimpiazzò più tardi con più rassicuranti immagini di giovani maschi come lui (odia
la vecchiaia e disprezza i vecchi omosessuali che guardano e insidiano i giovani).
Il rapporto omosessuale se da un
lato è per lui più rassicurante in quanto impostato su una scelta rigidamente
narcisistica, ovvero un altro ragazzo come lui che lo conferma nella propria identità
maschile (dice che si sente un maschio con un altro maschio), nello stesso tempo ripropone
sempre la competizione col padre, infatti ha l'ossessione di essere tradito e considera il
proprio compagno sempre come se fosse più esperto, più vissuto, più grande.
L'ossessione, poi, raggiunge apici parossistici quando viene colto dal sospetto che il
fidanzato lo possa tradire con una donna (donna, mai ragazza) a sua insaputa. Mi sembra
evidente che rivive nell'ossessione l'angoscia della solitudine vissuta dalla nonna e
l'invidia e la gelosia per il padre che se la godeva con la madre e la sorella, nonché la
sottile eccitazione che la situazione gli dava anche se per interposta persona.
Alla mia domanda sul perché avesse
sempre così bisogno di svalutarsi nei confronti del padre, e all'ipotesi che avesse paura
di essere come lui, mi rispose che la situazione in famiglia era sempre stata così
schiacciante, con la complicità della madre e della sorella, che era come se gli
dicessero: non puoi essere come lui, non devi essere come lui, e così aveva scelto la
cosa più facile, cioè andare con i maschi, aveva aggirato l'ostacolo.
E qui non posso che trovarmi
d'accordo con Zucconi, quando considera la scelta omosessuale una forma di autoterapia.
La scelta omosessuale tuttavia,
anche se apparentemente reattiva, è ben radicata in lui, che oltre tutto si identifica
totalmente nel mondo omosessuale. F. è quello che Ethel Pearson (1977) definirebbe un
omosessuale sociosessuale, uno che, oltre a trarre piacere da un rapporto omosessuale,
trascorre la più parte del proprio tempo libero in ambiente omosessuale, dove coltiva
interessi e amicizie (anche se ha orrore e disprezzo per certa promiscuità).
Che ne è a questo punto del nostro
incontro fra maschile e femminile? Per F. è una cosa impossibile, non riesce neppure a
immaginarlo, per lui le femmine sono veramente l'altra metà del cielo, ma una metà
arcigna e tignosa, comunque sconosciuta, e i rapporti maschi/femmine sono perlopiù
rapporti fra fratelli litigiosi, e si svolgono all'insegna della lotta mortale fra i
sessi. Le femmine sono donne, mai ragazze, sempre sessualmente più grandi, più esperte,
e i rapporti con loro sono letteralmente "cose dell'altro mondo" per via del
perturbante mistero della loro anatomia sessuale, anatomia che rappresenta per lui un vero
mito della "terra incognita", tant'è che mentre tentava di darne una
descrizione mi venivano in mente quelle mappe medioevali dove la terra è rappresentata
come piatta, circondata dall'acqua, tanto nebulosa e imprecisa è la conoscenza che F. ha
della femminilità e dei suoi misteri.
Tanta nebulosità e imprecisione
derivano, a mio modo di vedere, dall'angoscia di castrazione, in quanto F. non riesce a
vedere una forma, laddove ritiene che vi sia solo una desolante mancanza.
Voglio concludere con un'ultima
osservazione, sono d'accordo con Rangell (1977) quando dice che non ha mai visto un
omosessuale maschio che non abbia anche rivelato una fobia della vagina; Rangell,
peraltro, fa risalire eziologicamente l'omosessualità all'angoscia di castrazione.
D'altra parte, il dibattito sul ruolo primario del padre piuttosto che della madre per la
fissazione omosessuale è ancora in corso; sempre Pearson (1977) afferma che anche se la
prima identificazione del paziente omosessuale trae le sue origini nella fase di
separazione-individuazione dalla madre, il padre tuttavia gioca un ruolo importante,
laddove non riesca ad aiutare sufficientemente il bambino a separarsi dalla madre e a
promuovere l'identificazione maschile, e afferma (e mi pare che F. rientri nella
tipologia) che ci sono uomini che spendono la loro vita in un'ossessiva ricerca del padre.
Bibliografia
"The psychoanalytic treatment
of male homosexuality" (1977). Panel chaired by George H. Viedeman, reported by
Edmund C. Payne. J. Am. Psychoanal. Assoc. 25:183-199.
"Toward a further understanding
of homosexual men" (1986). Panel chaired
by Richard A. Isay, reported by Richard C. Friedman. J. Am. Psychoanal. Assoc. 34:193-206.
Monica Fabra
Il "quando" dell'incontro
Tu crei il rapporto
ma
poi, a sua volta, il rapporto crea te.
(Bhagwan Shree Rajneesh)
"Dove?" "Non so".
"Quando?" "Con te".
(Jacques Lacan)
Femminile e maschile: l'incontro? Il
punto interrogativo rileva l'aleatorietà, l'incertezza dell'incontro. Non è detto si
verifichi. E, se sì, quale incontro?
Mi interesserebbe riflettere sulle
condizioni di questo possibile incontro tra maschile e femminile e sui significati sia del
suo farsi che del suo non aver luogo, premettendo, quindi, come non sia per nulla dato che
esso accada.
Credo che solo permettendosi anche
l'esperienza dell'incontro uomo e donna possano pervenire alla consapevolezza di sé come
persone, posto che l'incontro venga vissuto sia nella sua dimensione interpersonale, come
qualche cosa che avviene tra sé e l'altro, sia, insieme, come esperienza squisitamente
intrapersonale.
Perché si verifichi un incontro, e
non intendo qui solo l'incontro d'amore, occorre vi sia in entrambi la disponibilità a
esso: senza di ciò ci si "incrocia" senza "incontrarsi" mai. (Oppure,
come avviene in molti rapporti coniugali, si è accanto, ci "si affianca", a
volte per anni, senza "incontrarsi" mai.)
L'incontro è l'evento più
rivoluzionario nella vita di una persona: quando l'incontro avviene, dopo non si è più
gli stessi di prima; è un evento che lascia il segno. Come, perché? Perché è cambiato
qualche cosa, e in modo irreversibile: ecco perché è tanto raro.
Se ci si lascia toccare
dall'incrocio con l'altro, se si riconosce l'altro come distinto, dunque come altro da
sé, se ci si riconosce come altro per lui, se si comprende la duplice e contemporanea
essenza di sé e dell'altro di soggetti e oggetti reciproci, se non si arretra di fronte
alla conoscenza della differenza dell'altro né, soprattutto, di fronte alla novità e,
dunque, alla diversità da un "prima" di aspetti di sé che si attivano se e
solo se "toccati" dall'altro, se, insomma, si riconosce che imbattersi
nell'altro, nel simile e insieme dissimile da sé, è anche un confronto con se stessi e
ci si permette di stupirsi di sé e dell'altro, allora, forse, è possibile l'incontro.
Quando si incontra il
"nuovo" in realtà si incontra, anche, se stessi: la disponibilità
all'incontro, infatti, è disponibilità ad "accorgersi", a
"ri-conoscere", alla consapevolezza dunque; ciò comporta l'abbandono delle
difese strutturate a rassicurazione e garanzia del mantenimento di un'omeostasi confusiva
e indifferenziata, baluardo contro il dolore della separatezza, dell'assenza, della
mancanza.
L'incontro scaturisce da una
disponibilità, da una precondizione di apertura. A che cosa? L'unica risposta autentica
e, dunque, valida credo sia: "al possibile". L'incontro, infatti, non è mai
incontro con ciò che si desidera; l'incontro vero comporta una rinuncia al desiderio
preesistente, alla ricerca narcisisticamente orientata di ciò che si vorrebbe fosse
l'altro.
L'incontro d'amore è addirittura
disponibilità a un paradosso: l'accettazione di un legame e, insieme, di una separatezza,
di una distanza, condizione per il rispetto della differenza e libertà dell'altro;
libertà di essere e, soprattutto, rimanere separato e diverso.
Mi sono chiesta più volte perché
l'innamoramento procuri quella sorta di stupore estatico che rende uomini e donne di
qualunque età simili a un adolescente. I perché credo siano molti. Vorrei solo
sottolinearne un aspetto che si ritrova anche nei pazienti in una fase avanzata
dell'analisi, fase che corrisponde alla reale e concreta apertura al sé autentico, e
dunque nuovo, per chi da tempo era assestato nella propria struttura difensiva: il
paziente, in questi momenti, sembra attraversare una seconda adolescenza, poiché si apre
agli aspetti prima negati o misconosciuti di sé e della realtà esterna e si riattivano
in lui la curiosità, l'attitudine esplorativa, la capacità di sentire (in tutti i sensi
e a ogni livello psicofisico).
Mi è capitato di pensare come il
paziente possa dirsi ora capace di iniziare ad amarsi (non sto parlando di una
manifestazione narcisistica), non solo ad amare. Come avviene per l'adolescente, con
l'attivazione e il riconoscimento di aspetti di sé nuovi perché emergenti in un processo
evolutivo in corso, inizia la possibilità di un sentimento nuovo della propria identità
che gli rende ora possibile il reimpadronirsi della propria storia, l'avere una storia.
Questo momento dell'analisi, che
tante analogie ha con il periodo adolescenziale, della fase di innamoramento condivide la
capacità di stupirsi, lo stupore estatico di fronte ad aspetti nuovi e insieme antichi di
sé e del mondo. Capacità di stupirsi e di essere stupito, di farsi stupire, capacità
dunque di essere sedotto.
L'incontro non solo fonda il
costituirsi di una coppia ma insieme richiede, affinché possa verificarsi, l'esistenza di
una coppia. Questo è ciò che avviene all'inizio della vita umana, dove l'incontro con
l'altro è possibile solo all'interno della coppia madre-bambino: la madre deve possedere
la dimensione di coppia per offrire al figlio un contenitore sufficientemente saldo ed
elastico insieme (adattabile cioè alle caratteristiche individuali e ai bisogni specifici
del bambino) affinché possa avvenire l'incontro con lei e con la vita. La madre, in altre
parole, deve già possedere la capacità di incontro e offrirla, deve vivere, o comunque
avere vissuto, la realtà di coppia con il proprio compagno e padre del bambino, coppia
come dimensione relazionale che comprende l'unione e la separatezza, l'affinità e la
differenza.
La madre, in altre parole, perché
possa avvenire questo incontro del bambino con lei, incontro fondante i successivi
incontri con se stesso e con la vita, deve permettere che il bambino la riconosca come
"altra", deve lasciarsi riconoscere nella sua vicinanza e separatezza insieme,
nel suo essere soggetto e oggetto, deve lasciarsi usare come oggetto, lei per prima
rinunciando all'indifferenziazione tra sé e lui e riconoscendolo come altro da sé e
diverso (da se stessa e da come avrebbe desiderato che fosse).
Pensando a esempi clinici, scelgo
volutamente un recente episodio apparentemente lontano dalla tematica dell'incontro tra
femminile e maschile e che pure, invece, mi sembra emblematicamente riferirsi a quanto ho
accennato sul significato di coppia.
Un mio paziente omosessuale, di poco
più di 50 anni di età, condotto a intraprendere l'analisi da una colite spastica
debilitante e disturbante la sua vita di lavoro e di relazione, per quasi due anni oscilla
tra due momenti che vive scissi e scollegati fra loro: le fasi in cui il sintomo impera,
devastando le sue capacità vitali e riducendolo, annichilito, nel suo letto, letto da cui
esce a fatica solo per recarsi al lavoro o addirittura, nei momenti più gravi, solamente
per venire alle sedute, e le fasi di benessere durante le quali il disagio è
scotomizzato, dimenticato e negato e con esso temporaneamente smarriti il desiderio di
occuparsi di sé e la consapevolezza del perché egli sia in analisi. Egli non può che
vivere i due momenti, che in realtà sono aspetti parziali di sé, come aspetti totali,
assoluti, che nulla hanno a che fare l'uno con l'altro, che si negano a vicenda, l'uno
annichilendolo nella disperazione di mai più poterne uscire, l'altro euforizzandolo e
consentendogli solo di approfittare del sollievo e di vivere "spensieratamente"
lo stato ritrovato di salute. Io, analista, ho la funzione, nel primo momento da lui non
creduta per timore di illudersi, o nel secondo momento, invece, da lui non desiderata
perché scomoda, di memoria, di collegamento, di ponte, unitamente alla funzione di
contenitore di
questa scissione tanto radicale. In
altre parole rivesto per lui la funzione di coppia genitoriale: insieme e alternativamente
accolgo e contengo maternalmente, e collego e integro, però dividendo e mantenendo i
distinguo e le differenze, in modo paterno. Devo, infatti, evitare che aspetti del suo sé
siano esclusi e rifiutati o, invece, accolti sì, ma in modo collusivo e, quindi,
confusivo, come in realtà egli fa con se stesso.
Nel corso dei primi due anni di
analisi egli fa esperienza di questo andirivieni penoso e sfibrante, ripercorrendo a
tratti episodi infantili, di cui va recuperando il ricordo, legati ai rapporti traumatici
fra i due genitori e di entrambi con lui. Egli, infatti, non ha mai subito violenza
fisica, ma su di lui è stato perpetrato un vero abuso psicologico, mortificante
soprattutto la sua possibilità di sviluppo emotivo e affettivo. Da qui è scaturito un
uomo confuso e disorientato, segnato da varie vicissitudini realisticamente traumatiche,
confusive per la sua individuazione e formazione dell'identità, tutt'ora poco chiara.
Negli aspetti concreti quest'uomo
è, e così si è sempre condotto, un "bravo bambino". Ha conseguito una laurea
impegnativa, studiando all'università con la stessa applicazione obbediente e meramente
esecutiva che usava a scuola, laurea che tuttavia non utilizza nel proprio lavoro e di cui
pochissimi, non certo i colleghi, sono a conoscenza; amministra i propri averi
puntigliosamente e correttamente; è curato nella casa e nell'aspetto, non in modo
ossessivo ma senza piacere.
Per due anni io non posso fare
molto, se non costituire con stabilità e costanza un "altro da sé" che
continua a esserci e a ricordare, anche quando lui viene solo per dovere, dimentico di sé
come è veramente, o perché sta bene oppure perché porta solo il suo corpo dolente. Io,
in quanto "altra", svolgo la funzione di ponte sul vuoto che esiste tra i due
aspetti scissi e, insieme, di ponte "cronologico" tra i vari momenti della sua
vita, anch'essi scissi e scollegati tra loro, per riuscire a inscriverli in un continuum
temporale che gli possa consentire di riappropriarsi della sua storia.
Gradualmente la distanza tra i due
modi di essere e di presentarsi si attenua e da ognuna delle due posizioni egli può
parlare dell'altra senza forzature o compiacenza nei confronti dell'analista.
Poi, in una seduta in cui si
lamenta, come di consueto, degli altri omosessuali, trovo lo spazio e il tempo adatti per
dirgli che, forse, misconosce il suo desiderio profondo di un partner affettivo, e non
solo erotico, di un "altro da sé" da cui potere a propria volta essere
riconosciuto e vissuto come "altro". Dopo un suo iniziale rifiuto attuato con la
tecnica del "finto tonto", dunque del non capire utilizzato in luogo del
rifiutare apertamente, gli dico che, forse, non riesce a capire poiché non ha mai vissuto
l'esperienza di coppia non solo dei genitori tra loro, come più volte ha lamentato, ma
nemmeno tra sé e la mamma o tra sé e il papà; non avendo mai riconosciuto l'esistenza
di una coppia madre-figlio o padre-figlio, forse fa fatica a concepire la coppia
analitica, paziente-analista, come coppia appunto, vale a dire composta da due persone
diverse e in rapporto di scambio e solidarietà.
Esitante, dice che non ci aveva mai
pensato e poco dopo, quando io annuncio il termine della seduta, ha uno scoppio di pianto
con cui esprime commozione, dolore e sollievo insieme: io comprendo che è turbato per
avere esperimentato la possibilità del costituirsi di una coppia cui è seguito
l'immediato sgomento per la separazione. Penso infatti che l'incontro può esservi solo se
accompagnato dal tollerare l'esperienza della perdita, della distanza e, quindi, della
separatezza.
I due anni precedenti questo momento
non sono stati inutili, ma tempo in cui gradualmente si è costituita la coppia analitica,
si è data la possibilità di incontro tra me e il paziente, tra lui e aspetti scissi e
misconosciuti di sé, tra lui e la sua storia. Forse, ora, può cominciare a riconoscersi
e io, una volta di più, sento l'analisi come luogo dell'accadere.
E, in questo "accadere
possibile", l'incontro è l'evento più necessario nel processo evolutivo del
divenire persone, evento mai concluso ed esaurito, ma sempre rinnovantesi, evento che
sento come inizio, tappa, meta di un percorso relazionale.
Così, come quando qualcuno arriva
nel mio studio non lo ritengo un "paziente", perché non so, e non posso sapere,
se vorrà e se si permetterà di divenirlo, mentre so che io sono "analista" e
che lo devo essere non solo e non tanto per lui ma, soprattutto, per me stessa nel
rapporto con lui (e so che se iniziamo un'analisi ci vorrà molto tempo perché egli possa
essere e sentirsi "paziente" e proseguire, da lì in poi, il cammino per non
esserlo più), allo stesso modo penso che lo potrò incontrare, accompagnandolo nel
percorso in cui va a incontrare aspetti di sé, se e solo se sono già "capace di
incontrarlo" e se so tenere questa capacità "in sospeso" e, insieme,
"a disposizione" del paziente, senza mai imporla né sottrarla.
Devo, insomma, essere e mantenermi,
se pure in sospeso, "pronta" a incontrarlo e capace di attendere e, al contempo,
attivare l'essere pronto di lui.
Inoltre, così come la mia identità
di analista preesiste all'incontro con il paziente e insieme è continuamente rinnovata e
mutata e arricchita da ogni nuovo incontro, con nuovi pazienti o con lo stesso nei
ripetuti incontri che si susseguono nel rapporto con lui, così pure la capacità di
incontro deve preesistere l'incontro con il paziente, ma anch'essa muta e si apre a nuove
prospettive e potenzialità e si articola di continuo. È questo uno dei motivi per cui, a
mio avviso, l'incontro è l'atto più creativo che esista, come ci canta Rajneesh ne
"Il mistero dei rapporti".
In tal modo si riapre il discorso
sull'incontro tra "femminile e maschile"; ma questa è un'altra storia ...
(Per gioco, ma, in fondo,
profondamente convinta di ciò, penso che una breve riflessione su questo tema non possa
che iniziare con un punto di domanda e "concludersi" con i puntini di
sospensione).
Gabriella Mariotti
La paura del piacere
Chi in cento battaglie riporta cento
vittorie, non è il più abile in assoluto. Chi non dà nemmeno battaglia, e sottomette le
truppe dell'avversario, è il più abile in assoluto.
Sun-tzu (L'arte della guerra)
Poco tempo fa una mia paziente,
travolta dal dolore di un amore infelice, si chiedeva perché donne e uomini si cerchino,
quale "perverso meccanismo" spinga le une verso gli altri. Tutti potremmo
rispondere che è il desiderio a spingerci l'una verso l'altro. E il desiderio, fuor di
metafora e di pur importanti distinguo, è desiderio di piacere. Intendo piacere come
felicità, benessere profondo, come l'Eden della genitalità cui si riferisce Lopez.
Intendo ovviamente anche il piacere come pieno e profondo godimento sessuale: è di questo
che intendo parlare e del desiderio che spinge a ricercarlo.
Dal punto di vista sessuale, pare
curioso parlare di desiderio, poiché in effetti si ha a che fare con il disposizionale
biologico, cioè si parte da una sorta di bisogno necessitante, molla e premio alla
riproduzione. Tuttavia, nell'incontro con la madre e con il padre, e nella vita intera, il
desiderio sessuale biologicamente attivato viene arricchito e in un certo senso liberato
dal ruolo di cieca molla biologica, poiché viene calato nella scelta del rapporto d'amore
che, se sano, è riconoscimento reciproco, genitale, cioè rapporto tra persone complete.
Il piacere erotico che ne deriva, affettivo, sessuale e sensuale, è componente e meta
appetibile dell'incontro d'amore tra donna e uomo.
Tuttavia, non sempre è così:
talvolta è proprio il piacere del rapporto sessuale completo, intendo l'orgasmo profondo
che investe l'intero essere, che si costituisce come tutt'altro che appetibile. Le
tattiche adottate per evitare l'esperienza orgasmica profonda sono piuttosto variegate: le
eiaculazioni impossibili, quelle non orgasmiche, gli orgasmi d'organo e, in particolare,
penso a un tipo di vaginismo da me trattato in giovanissime donne. Tali pazienti
presentavano due curiose coincidenze: accusavano occasionali e superficiali episodi di
bulimia con vomito indotto e avevano relazioni d'amore complessivamente soddisfacenti,
nelle quali si sentivano innamorate del proprio partner che a sua volta le riamava
sinceramente. Il sintomo bulimico rappresentava, in questi casi, l'affermazione di una
sorta di autarchia: "decido io come e quando mettere dentro di me qualcosa ed
espellerlo completamente". Facile dunque pensare che anche il pene maschile
rientrasse nelle cose da "vomitare" e ancora di più pensare che, come la fame,
il desiderio sessuale potesse essere intenso ma pretendesse di essere risolto in regime di
autarchia!
Mano a mano che si viveva e si
elaborava il tema della dipendenza nel rapporto analitico, i sintomi bulimici si
risolvevano e il vaginismo diventava una contrattura dolorosa ma non sempre impenetrabile.
Contemporaneamente, si evidenziava sempre più chiaramente che si trattava di una forma
molto particolare di autarchia: queste pazienti non presentavano la classica invidia del
pene (non desideravano affatto avere loro il pene) né volevano evitare il contatto e la
penetrazione in sé. Ciò che volevano evitare era specificamente l'esperienza del piacere
sessuale profondo procurato dall'altro. Queste pazienti, capaci di dare e ricevere amore,
capaci anche di tollerare la dipendenza affettiva, si negavano comunque il piacere del
rapporto sessuale completo e si limitavano a orgasmi occasionali, rapidi e circoscritti,
quasi meccanicamente, al clitoride. La dolenzìa che seguiva la stimolazione diretta del
clitoride veniva utilizzata come promemoria, come la dimostrazione che in fondo era
davvero meglio evitare l'orgasmo. Ma perché evitare un'esperienza tanto piacevole?
Lowen e Dolto convergono su un punto
che condivido pienamente: l'orgasmo profondo può essere vissuto come esperienza
destabilizzante. Non parliamo di una destabilizzazione profonda e basilare della
personalità, quindi non parliamo di tipiche strutture borderline e dell'evitamento di
ogni emozione in quanto tale. Tutt'altro: immaginando un arco ideale che va dalla difesa
arcaica fino alla sanità, le pazienti cui mi riferisco si collocano non lontane
dall'estremo positivo dell'arco, immerse nell'area specifica edipica dell'identificazione
per la strutturazione dell'identità di genere di ruolo (mi riferisco al concetto di
Stoller e di parte della psicoanalisi a orientamento femminista, prevalentemente
americana, che distingue tra identità sessuale, che riflette la semplice presenza della
differenza, identità di genere, che riguarda il primo connotato simbolico e
rappresentativo di tale differenza, e identità di genere di ruolo, che riguarda tutto il
corollario culturale profondamente inscritto nel "ruolo" femminile e nel
"ruolo" maschile). Queste pazienti avevano sviluppato un'immagine materna debole
e svalorizzata, spesso preda di emozioni non controllate, che faceva buon gioco a ciò che
esse sentivano come supremazia e opprimente potere paterno (i padri erano effettivamente
molto potenti dal punto di vista sociale ed economico e accentravano decisioni e
impostazione complessiva della vita familiare): essere femmine dunque non significava
soltanto avere una vagina, né significava quel correlato simbolico che accompagna l'avere
un apparato sessuale più o meno esterno, bensì significava ben di più: significava
avere un ruolo dipendente, iperemotivo e soprattutto incapace di autocontenimento. Era
dunque importante per loro il contenimento delle proprie emozioni, che in genere avevano
raggiunto in modo piuttosto equilibrato a quel punto dell'analisi, superando abbuffate ed
esplosioni, per modulare l'espressione di queste stesse emozioni. Sentivano invece la
necessità di mantenere il controllo nel campo sessuale. Ma il controllo, in questo campo,
sarebbe stato molto più difficile se l'emozione indotta dall'altro fosse stata piacevole,
come appunto un orgasmo profondo. Meglio non correre rischi: e con il vaginismo, con la
dimensione dolorosa nel rapporto, evitare le tentazioni!
Lowen sostiene che il piacere sia
"la forza creativa della vita, l'unica forza abbastanza possente da opporsi alla
distruttività del potere". Il potere in questo caso è traducibile con controllo,
esercizio di dominio: è l'accezione difensiva e distruttiva della potenza intesa in senso
contenitivo, stimolante e vitale. D'altro canto, mi pare pur vera anche la conseguenza
speculare di tale assunto: il potere è una forza abbastanza possente da opporsi al
piacere. Ritengo che questa sia una questione di grande importanza se si pensa
all'incontro tra donna e uomo, in questi casi sospeso proprio tra piacere e potere. Se
cioè alla differenza di genere si attribuisce una differenza di potere, e si intende
addirittura il rapporto d'amore come rapporto di potere, il piacere pieno e profondo è
davvero impossibile. Dall'incontro d'amore si scivola nella guerra narcisistica.
Il piacere orgasmico profondo
implica infatti la risoluzione del narcisismo, il sapersi abbandonare a un'esperienza non
controllata che investe l'intero mondo intrapsichico e somatico. Bisogna insomma sapere
abbandonarsi e abbandonare la logica del controllo e della supremazia. Per le pazienti cui
mi riferisco è questo lo scoglio: l'orgasmo profondo è sentito come sconfitta, come una
pericolosissima resa nella guerra mortale tra i sessi.
Spesso, in questo tipo di casi da me
analizzati e che si sono felicemente risolti, il vaginismo era l'ultima difesa:
"almeno questo non gli concederò, non gli concederò di darmi tanto piacere".
Al di là dell'aspetto paradossale del privare se stesse di qualcosa al solo scopo di
punire l'altro, aspetto del quale le pazienti erano pienamente consapevoli, si profilava
ancora di più la sensazione di una perdita di potere che l'orgasmo profondo avrebbe
comportato nella relazione con il partner: ecco la donna incapace di controllo, ecco la
donna in balìa del padre! Non la donna che si abbandona al fallo potente portatore di
buone cose, bensì la donna asservita al fallo fallico-narcisistico (sic!). Non a caso una
mia giovane intelligente paziente chiamava il suo sintomo "la morsa assassina",
chiarendo molto bene il duplice significato, difensivo e offensivo, del suo sintomo.
Un'altra paziente definiva il pene come "il cavallo di Troia, pericoloso anche se
porta doni". Il piacere profondo, dono del pene, significa pericolo, invasione,
riduzione al sentirsi prostituta, nella specifica accezione di dipendente dai gusti
sessuali maschili. Ho la sensazione che anche in alcuni dei matrimoni bianchi, dei quali
ho in analisi uno dei due partner, il rapporto completo e il piacere orgasmico profondo
venga sentito come minaccia al clima della coppia, cioè a quel clima di solidarietà
paritetica "da fratellini" che alimenta la fantasia di potere, così facendo,
tenere fuori la differenza, la differenza di genere, e il potere che a tale differenza è
stato inconsciamente collegato.
Ho parlato di questo non solo per
proporre alla discussione il fatto che alcune forme di vaginismo non vadano interpretate
come paura della penetrazione tout court o come invidia del pene, ma vadano talora
inscritte nell'area delle patologie inerenti l'identità di genere di ruolo (area di
patologie non ancora completamente approfondita), ma anche per riflettere su come la
lettura della differenza di genere come differenza di potere sia tuttora di forte
rilevanza: qualsiasi sia il genere che in un dato momento storico viene riconosciuto come
progressivo o capace di manifestare aspetti potenti di sé, inevitabilmente esso viene
definito con attributi da "vincitore", connotato in termini di supremazia
fallica. Ciò non soltanto alimenta e rinfocola l'idea del rapporto tra i sessi come lotta
con vincitori e vinti, ma rivela altresì sia la difficoltà a mantenere una buona
tensione relazionale nella dialettica dei distinti, in questo caso di genere, sia la
tendenza a pensare nei termini di un solo genere (Freud docet!), quello fallico, anche per
interpretare le capacità delle donne, col rischio che le donne, proprio nel momento
dell'espressione della propria potenza, finiscano per sentirsi traditrici della madre e
del proprio stesso genere.
Bibliografia
Dolto F. (1987), Il desiderio
femminile. Mondadori, Milano 1995.
Lowen A. (1965), Amore e orgasmo.
Feltrinelli, Milano 1999.
Stoller R.J., Sex and gender.
Aronson, New York 1968.
Sun-tzu, L'arte della guerra. BUR
1997.
Maria Pierri
Il difficile riconoscimento della coppia
Una paziente racconta: "Ero a
cena in un ristorante di lusso piuttosto stipato, e avevo cominciato a guardarmi intorno.
Al tavolo accanto due turisti stranieri: era davvero difficile distinguere l'uomo dalla
donna tanto erano simili ... gli atteggiamenti, i vestiti, il colore e il taglio dei
capelli, l'espressione del viso ... forse lo stesso chirurgo estetico. Insomma era una
coppia, marito e moglie di una certa età, ma sembravano identici. Dall'altra parte
c'erano due, visibilmente, checche: si facevano proprio notare. Uno dei due a un certo
punto aveva chiamato il cameriere protestando perché una donna del tavolo accanto gli era
seduta troppo vicino e ogniqualvolta muoveva la testa i suoi lunghi capelli gli arrivavano
in faccia. Il cameriere aveva passato il messaggio, con un certo imbarazzo della suddetta
signora. Il clima era piuttosto freddino, dunque, ma poco dopo l'atmosfera in sala era
cambiata: fra i tavoli c'erano stati scambi di occhiate, commenti e battute, perfino fra
l'omosessuale e la bella capelluta. Tutto per l'arrivo di una compagnia in cui figurava
una donna molto vistosa: corpo splendido, abito di velo e spacco che denunciavano
apertamente l'assenza di biancheria intima". L'impressione della paziente, e i
commenti che erano girati, era che si trattasse di una cena di lavoro con accompagnatrice
professionista.
Ecco l'eterno fantasma della
meretrice - penso fra me - la prostituta che alla pari del confessore e dello
psicoanalista conosce i segreti del letto e della coppia, l'immagine scissa della madre
delle gelosie infantili "donna di facili costumi" (Freud, 1910).
La paziente, che a un certo punto
dell'analisi ha avuto bisogno di passare dal lettino alla posizione vis à vis, come
"a tavola con me", continua a guardarmi e mi chiede appunto ora che cosa sia una
coppia: "... fra tutti i presenti, i due omosessuali, pur nei loro manierismi, mi
parevano la coppia più autentica". Passa poi a parlarmi del film Tutto su mia madre
di Almodóvar, e riporta la frase del protagonista, il transessuale Agrado: "Si è
più autentici quanto più si riesce a incarnare il proprio ideale". La frase ricorda
qualche aforisma di Oscar Wilde sulla finzione e la verità (sul saper mentire ed essere
doppi, come rottura dell'adesione alla concretezza del reale, come capacità di separarsi
dall'oggetto e "tradire" la simbiosi), ma nel contesto del film allude alla
possibilità di "perfezionare" 1 il proprio corpo con la chirurgia plastica e
gli interventi ormonali.
Ho visto questo film, e mi hanno
fatto notare che l'interprete di Agrado è in realtà una donna, e dunque "finge di
fingere di esserlo" 2: una donna dunque che interpreta un uomo che si castra e
aggiunge al proprio corpo vestiti e attributi sessuali della donna, per apparire donna, ma
per essere un uomo-donna, con il pene e due seni (o anche una "donna con tre
seni").
Non c'è più "la
differenza" e, come vuole indicare il nome stesso Agrado, la realtà si rende
apparentemente "più gradevole".
Ho notato altri due particolari. Il
primo è il linguaggio costruito da Almodóvar, un linguaggio "pre-metaforico".
Come esempio, il film inizia con il tema della donazione di organi e dei trapianti: il
giovane Estéban muore e la madre segue il percorso del suo cuore che torna, concretamente
dunque e non metaforicamente, a Barcellona, la città del padre a lui rimasto sconosciuto.
Il secondo è il titolo del film.
Tutto su mia madre: sembra una puntata al Casino, tutto è investito sulla madre 3. Nel
film la realtà della coppia è mutilata, dimezzata così come tutte le foto dei genitori
sono strappate a metà, e al figlio resta mezza foto, quella contenente la sola immagine
materna. Il maschile diventa autonomamente vitale soltanto alla fine del film, quando il
terzo e ultimo Estéban riesce a sopravvivere.
Credo che il tema della coppia e
dell'incontro femminile/maschile sia uno dei temi più difficili e impegnativi. Il
riconoscimento della coppia non è un riconoscimento immediato: la nozione di coppia
richiede un certo spessore, tridimensionale, comporta un'organizzazione diversa degli
spazi interni ed esterni che non devono essere troppo stipati per permettere il movimento.
Non si tratta di un semplice raddoppio mimetico dell'individuo, né di una sovrapposizione
di più strati o di un'appropriazione o combinazione di differenze, a volte minacciose e
umilianti come i capelli della donna "sbattuti in faccia" al vicino di tavolo.
Qualcuno ha affermato che per fare
una coppia bisogna essere almeno in quattro, metaforicamente.
A volte si è quasi in quattro,
concretamente: ho avuto in analisi molti uomini coinvolti in matrimoni non consumati, o
che a un certo punto si trovavano ad assistere alla parziale scissione in due della
moglie, che iniziava a condurre una doppia vita concedendo a un altro uomo tutto il
sessuale, per così dire, e dando al marito tutto il sentimentale, per così dire, come
nello sketch di Totò che sposa le sorelle siamesi insieme al domatore di leoni (è quanto
Freud descrive nella "condizione del terzo danneggiato" e nella scissione in due
correnti della vita amorosa, 1910-1917).
E ho avuto in analisi molte donne,
come la paziente prima citata, che avrebbero potuto essere proprio le compagne di questi
uomini: pur essendo alla ricerca di una coppia, conducevano una vita amorosa stabilmente
organizzata su due relazioni parallele, siamesi, e in questa duplicazione, spaccate in due
e sconnesse, evitavano un'integrazione, avvertita come minacciosa.
Devo pensare che si tratti di
situazioni dunque non infrequenti - all'epoca di Freud (1912), di Winnicott (Kahr, 1996)
come al giorno d'oggi (vedi anche Marucco, 1998) - e vorrei qui riflettere su un genere di
fantasia che compariva a un certo punto nell'analisi, che ha a che fare con quella più
famosa fantasia infantile della donna-madre col fallo, di cui scrisse Freud a proposito
del feticismo (1927) 4.
Nella mia esperienza mi riferisco a
rappresentazioni preconsce che emergono nei sintomi, nei sogni o nelle fantasie a occhi
aperti, in cui il e la paziente dimostrano di avere uno schema corporeo con una precisa o
comunque ben abbozzata identità di genere, che però si presenta tale da comprendere
anche parti del corpo dell'altro sesso, con una specie di trapianto. Probabilmente, come
nel caso dei trapianti, queste configurazioni hanno come primo significato quello di
garantire la sopravvivenza, ma anche di dare protezione e di costituire armi di difesa in
condizioni psichiche di rischio mortale.
Si tratta di forme relative alla
coppia nella scena primaria, ancora bidimensionali, che si presentano nell'uomo e nella
donna e appaiono opposte e complementari, nel senso che ben si corrispondono a specchio,
come bene (o male, a seconda del punto di vista) si assortiscono poi nel concreto queste
relazioni di coppia sintomatiche. È dunque opportuno, a mio parere, considerarle
unitamente, coinvolte come sembrano nelle difficoltà della realizzazione e del
congiungimento sessuale e della relazione sentimentale.
Proporrei quindi di avvicinare le
immagini più conosciute di donna con fallo (che sia pene, treccia o spada) alle immagini
di uomo con vagina e con seno (variamente collocati: può essere una vagina in mezzo alla
fronte, come nel caso di un paziente che si fantastica Zeus; una vagina alla base dello
scroto o sulla punta del pene; un paziente si sentiva addosso "i petti" e nel
sogno erano poi collocati ai lati del pene, come a configurare tre seni-peni).
La regressione che permette al
bambino di costruire la fantasia della donna con il pene, attraverso lo spostamento
dell'importanza del pene su un'altra parte del corpo e sul feticcio, non lascia a mio
parere indenne l'immagine corporea dell'uomo. Considerando l'esistenza di queste fantasie
di uomo con vagina e con seno, non posso dunque trovarmi del tutto d'accordo con
l'affermazione di Freud che scrive, a proposito del ragazzo che si costruisce il feticcio,
"questo spostamento riguarda, com'è ovvio, soltanto il corpo femminile; quanto al
suo pene nulla è mutato" (1938, p. 559).
Queste rappresentazioni combinate
delle differenze sessuali sono tentativi di montare insieme e incorporare parti dei due
genitori, che non sono state prima ben scorporate e differenziate. Potrebbero anche essere
un modo per temporeggiare l'ingresso nel conflitto edipico, cercando di "comporre le
parti", di conciliarle, e fanno pensare a immagini condensate della coppia con in
mezzo il bambino, idoli trinitari dove è "tutto sulla madre" pre-edipica.
Fantasie "ambigue" (nel
senso di Bleger, 1967) o Sfingi che siano, fantasie di scena primaria (sono molto in
sintonia con quanto propone Zucconi) - in cui "il fatto che la madre appartenga al
padre ... elemento inseparabile della natura materna" (Freud, 1910), si concretizza
in un'indissolubilità corporea - esse esprimono in modo non differenziato e unitario alla
pari di parole primordiali (Freud, 1910) le qualità femminile e maschile dell'esperienza
della coppia, l'in e il contro, le due parti dell'antitesi negli estremi totalitaristici
di Matriarcato o di Patriarcato. Sono manifestazioni della difficoltà nel distinguere e
nel mettere insieme gli ingredienti della coppia, per insufficienza di uno spessore
rappresentativo e di movimento: come un uovo sbattuto nella maionese che impazzisce, una
panna montata che si divide o una pasta da pane che non è stata ben impastata (in Puglia
si dice "trombata") e non si gonfia.
La coppia comporta qualcosa di più
dei due ingredienti, un contagio virtuoso, una sintesi che è come reazione a catena: la
sua dimensione rimanda a una ripienezza dell'essere, quanto Lopez indica nel paradigma
libidico-genitale dell'e, e (1998), che porta a qualcosa di più, di nuovo e di altro, che
sorprende e ha vita propria. Lopez collega questo tipo di esperienza fra veglia e sogno,
di rêverie, nell'incontro della coppia, all'attività del preconscio che rinnova e rende
attuale il rapporto estatico del bambino con la mammella: in questa scena introdurrei il
gioco degli sguardi reciproci, caratteristica che distingue in natura l'uomo e la donna
dagli animali, nel vis à vis dell'allattamento e del coito. Nello "sguardo dello
sguardo" si moltiplicano i rispecchiamenti e si può "sognare a occhi
aperti" e lasciarsi andare "a occhi chiusi" nell'incontro.
Nei pazienti si presenta una specie
di compressione o uno stiramento dello spazio dell'incontro: le immagini corporee
ricordano gli esiti di un qualche terremoto, le sequele di uno scontro automobilistico, di
uno schiacciamento (un paziente aveva come incubo infantile lo sfasciacarrozze): il corpo
pare in certi casi un campo di battaglia (come i "rifacimenti alla carrozzeria"
del corpo di Agrado), in cui i pezzi sparsi sono stati ricomposti in nuove forme alla
bell'e meglio o ci sono cicatrici, lacerazioni e stirature deformanti, alla bocca e alla
pancia
Sono vissuti di questo tipo ad avere
segnato la separazione del bambino dal concreto contatto con il seno materno e il
riconoscimento del padre e della scena primaria; sono questi stessi sconvolgimenti che
sono temuti nell'incontro attuale col partner, e anche in analisi possono impedire di
"consumare" la relazione.
Per esempio un paziente (quello
dell'incubo dello sfasciacarrozze) riferì che la prima volta che aveva dato un bacio a
una donna ne era rimasto così sconvolto che alla sera aveva dovuto ricorrere al pronto
soccorso per timore di un infarto. Era arrivato all'analisi con angosce persecutorie molto
intense e a lungo aveva mantenuto con l'analista una posizione difensiva basata su una
specie di indifferenza, che chiamava la patina "neutra", con cui controllava e
filtrava il contatto (vedi anche Pierri, 1997).
Non a caso il termine
"stupore", usato da Monica Fabra per esprimere l'emozione dell'incontro, è in
grado di contenere anche questi aspetti sconvolgenti e in medicina è usato per indicare
una condizione di shock, di paralisi viscerale.
La paziente di cui ho parlato in
apertura ebbe bisogno in analisi del passaggio vis à vis per la pressione di angosce
persecutorie che solo successivamente riuscì a realizzare. Per tutto il periodo in cui
aveva usato il lettino mi vedeva "con la bocca storta" come la "strega
deforme e vecchia di Biancaneve"; lei stessa, confusa con me, si pensava con la bocca
storta e a fine seduta a volte si guardava allo specchio per verificare (chi era la più
brutta del reame?). Ma altre volte io rappresentavo per lei da dietro l'"uomo nero
che minaccia col coltello" e lei stessa si scopriva difesa e appesantita da una
simile arma e si preparava all'incontro come a un duello, in cui c'era insieme il timore e
la speranza di essere sconfittta. Nel passaggio al faccia a faccia è stato possibile
cominciare a comprendere anche i vissuti persecutori che impedivano alla paziente di
lasciarsi andare a chiudere gli occhi "a letto" con il partner, che invece era
solita fissare a occhi spalancati. In analisi difatti proprio al mio sguardo era
interessata, per sapere se e come la guardavo (e se "chiudevo un occhio"
sull'infrazione al setting lasciandole uno spazio di movimento fra lettino e tavola: vedi
anche Pierri, 1998).
Lo sguardo reciproco sembra avere
gradualmente risanato sia la mia che la sua bocca, e insieme l'immagine della vagina. Il
girarsi della paziente ha permesso di comprendere insieme nell'incontro due dimensioni
scisse, e ristabilire quell'integrazione viso-seno (sguardo e parola) che si realizza
nell'allattamento e apre lo spazio psichico alla relazione di coppia (Spitz, 1955 e 1965;
Almansi, 1960; Searles, 1965).
Va detto che la scissione è in
grado di offrire un temporaneo sollievo alla compressione dello spazio psichico
dell'incontro, che sembra raddoppiarsi, mentre in realtà i protagonisti sono spezzati a
metà, buoni e cattivi, maschi e femmine.
Questo si è reso evidente nel sogno
di un'altra paziente: ella si sogna seduta di fronte a due tavoli e commenta che le
ricorda quando, per ritrovare il puntatore sul monitor del suo computer, si è trovata a
sconfinare con il mouse fin sulla superficie del tavolo vicino. Esprime così, nella
ricerca del proprio io-lui (indice-pene paterno), il motivo che l'ha spinta a scindere la
vita amorosa su due piani vicini e paralleli, accostando alla relazione con il fidanzato
ufficiale una seconda relazione segreta con un compagno di lavoro. È in parte consapevole
di essere partita all'inseguimento del padre, che proprio all'inizio della sua
adolescenza, come mi ha riferito, aveva spostato il suo investimento erotico su un'amica
della moglie.
Le difficoltà dell'analisi in
questi casi riguardano il rispetto e insieme la reintegrazione delle parti segrete e
scisse, che sono lasciate fuori della seduta: vanno considerate con attenzione a tal fine
le modificazioni o rotture del setting, che rappresentano una modalità con cui le
potenzialità di integrazione cominciano a manifestarsi, spesso unitamente al rischio di
interruzioni precoci.
A mio avviso il fatto di prendere in
considerazione insieme la "donna fallica" e "l'uomo con vagina-seno"
permette di collegare queste fantasie non soltanto con le difficoltà nel riconoscimento
della differenza e dell'identità di genere nella coppia (dove le invidie reciproche si
sommano alle angosce persecutorie di incompletezza), ma anche con le difficoltà nel
riconoscimento del legame amoroso e sessuale, della realtà del congiungimento della
coppia e della potenza generativa del desiderio reciproco.
Queste "incorporazioni"
della scena primaria costituirebbero anche difese di fronte al vissuto di esclusione,
vergogna, incapacità, impotenza e incompletezza in faccia alla scena primaria. Oltre ad
avere una funzione protettiva per un sé avvertito come fragile, possono dunque essere
utilizzate per sostenere un vissuto di onnipotenza, l'idea di tenere sotto controllo i
movimenti della coppia.
In analisi è possibile assistere
all'aprirsi della dimensione del gioco, quando il paziente diventa in grado di maneggiare
queste "costruzioni" corporee.
Dopo essere riuscito a
"consumare" il rapporto sessuale, un paziente cominciò a elaborare internamente
l'esperienza, sognando di attaccare e staccare i "lego", verificando di essere
in grado di unire e dividere la coppia, di riconoscere il punto di differenza e di
aggancio maschile e femminile nell'incontro.
Le fantasie ambigue possono
coesistere con altre distorsioni dello schema corporeo: il paziente dell'incubo dello
sfasciacarrozze, trentacinquenne laureato e sicuramente con tutte le informazioni
culturali disponibili, preoccupato per un dolore al petto affermò convinto che "il
cuore è a destra".
Si ritrovano anche composizioni del
tipo "vecchia con la faccia di bambina" o "bambino con attributi virili,
come un nano", che esprimono la coartazione del tempo e la precocizzazione nella
crescita.
In certi casi l'immagine combinata
sembra partire da un concreto dettaglio somatico, un piccolo difetto (quell'inferiorità
di cui parlava Adler) vissuto come una specie di "malformazione",
"dismorfismo di genere", dove permane un'area di indifferenziazione dal corpo
della madre 5.
Quello che più conta, in una
visione complessiva, ha a che fare a mio parere con il tipo di sguardo, cura, investimento
e attese materne al corpo del bambino (a volte c'era stata un'evidente incuria parentale,
come per esempio nel caso di una fimosi o di un testicolo ritenuto, riconosciuti e presi
in considerazione soltanto alla visita di leva).
Per questo in analisi è importante
lo "sguardo" anche concreto dell'analista, come mi ha fatto capire la mia
paziente. Per concludere vorrei utilizzare nuovamente un suo racconto, più recente:
"Stavo pranzando in un pub, due uomini bevevano accanto a me e avevo pensato che si
trattasse di due omosessuali. Avevo notato che uno dei due aveva una borsa. A un certo
punto si sono avviati all'uscita e si sono fermati a parlare sulla porta del locale. Dopo
un poco ho visto arrivare una donna e l'uomo le ha dato la borsa".
I due racconti sono come due sogni,
che la paziente colloca infatti in quell'area di rêverie del giorno che per lei è
l'esperienza del nutrimento, dentro e fuori la seduta 6. Mi segnalano il percorso fatto
dalla paziente nella relazione con me e la sua attuale fiducia nella possibilità
dell'esistenza di una coppia differenziata: di un uomo che non è soltanto l'avversario da
combattere in un duello di spada (come nei sogni del passato) ma colui che, in una
metaforica donazione di organi, fa ritrovare la vagina. L'uomo a cui può dunque
nuovamente e consapevolmente affidare la borsa senza rischio della vita.
(1) Vedi le battute finali di A
qualcuno piace caldo: "Ma ... io sono un uomo!". "Nessuno è perfetto
...".
(2) È una di quelle situazioni in
cui si realizza una "mise en abîme", vedi anche Berlincioni e Petrella, 1993.
(3) Il titolo ha una sua storia, che
Almodóvar fa spiegare al giovane che muore: riprende il titolo originario di un famoso
film della generazione passata, Tutto su Eva, che in spagnolo e anche in italiano era
stato tradotto come Eva contro Eva. Sottolinea come, nel remake attuale, abbia voluto
svolgere il tema della coppia partendo dalla realtà pre-conflittuale: si perde il
confronto fra le due "prime donne" e con esso la distinzione della coppia dei
genitori. La madre pre-edipica resta protagonista indiscussa, e che madre ... se pensiamo
ad Agrado.
(4) Anche recentemente Loredana
Micati Squitieri (1999) ha sviluppato proprio l'argomento di certe fantasie femminili
relative al corpo (il possedere un corpo maschile o con attributi sessuali maschili)
proponendo di considerarne la funzione difensiva rispetto ad angosce primitive di perdita
di sé. A suo parere queste fantasie possono essere utilizzate sia in senso nevrotico che
all'interno di un'organizzazione borderline o psicotica. In linea con la letteratura
psicoanalitica, la Micati prende in considerazione singolarmente questo tipo di fantasia
della donna, senza paragonarla a una fantasia parallela, presente nel maschio, più
raramente citata.
(5) Così in un paziente la
sensazione opprimente di avere "i petti" troppo grandi (come se gli fossero
rimasti attaccati i seni della madre) nasce unitamente ai dubbi relativi alla dimensione
del pene, "troppo piccolo" (e alla debolezza del padre); in un altro caso un
sogno collegava l'impotenza alla penetrazione con il restringimento della fimosi sul pene,
vissuta come protettiva e intrappolante vagina della madre, e insieme anche come bocca
rimasta ancorata al seno materno.
(6) La madre della paziente non
sedeva mai a tavola a mangiare insieme con lei, e in adolescenza la paziente aveva
sofferto di un periodo di anoressia, con disturbi del ciclo mestruale. Per la prima volta
recentemente ha presentato dei cicli regolari, senza l'uso di terapia ormonale.
Bibliografia
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In: "1897-1997". Psicoanalisi oggi: luoghi e forme d'incontro. Conferenza presso
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vita. Armando Armando, Roma 1973.
Loretta Zorzi Meneguzzo Lopez
Dai ruoli di genere alla relazione
Del titolo della tavola rotonda mi ha soprattutto colpito l'interrogativo
"l'incontro?". Vorrei molto brevemente puntualizzare le strutture psicodinamiche
che ostacolano o favoriscono l'incontro. Secondo il punto di vista che mi ispira, quando
si parla di incontro non si può prescindere da un insieme di significati e da una scala
di valori regolati da un modello gerarchico superiore coincidente con una relazione sana e
costruttiva tra due persone.
Utilizzerò i sogni di tre diversi
pazienti che, dati i limiti di tempo, non interpreterò in modo completo riferendomi alla
complessa storia clinica personale dei sognatori e alle specifiche dinamiche
transfert-controtransfert, a cui accennerò soltanto. Evidenzierò, semplicemente, i
momenti e movimenti, emblematici e tipici, che questi sogni efficacemente esprimono, quasi
quadri viventi, in relazione alla qualità dell'incontro e alle sue potenzialità.
***
Sogno della signora A.
"Sono accompagnata da due donne
e un uomo. Percorro le stanze, tutte comunicanti, di una grande casa. Chiudo accuratamente
a chiave ogni porta appena oltrepassata. L'uomo e una delle donne se ne vanno, e io
rimango sola con la seconda donna. Vengo assalita dalla paura: mi è sembrato di vedere in
quest'ultima un sorriso maligno. Comincio a scappare ripercorrendo a ritroso le stanze
già attraversate, inseguita dalla donna. Devo di nuovo aprire e chiudere tutte le porte.
Mi trovo, poi, spettatrice di una
scena completamente diversa. Vedo una coppia in piscina: la donna, stesa sull'acqua come a
fare il morto, ha una postura contorta, rachitica, spastica, ed è molto pallida e
avvizzita; l'uomo, molto magro, anch'egli pallido, è in piedi con l'acqua fino alle
spalle e indossa gli occhiali da sole. I due si somigliano molto. L'uomo ha un accenno di
erezione e sfiora la vagina della donna. Una voce fuori campo annuncia: 'E così fu
concepito il terzo figlio!'".
La paziente associa la donna da cui
scappa e che le fa paura a me. A seguito del lavoro terapeutico fin qui svolto ella non
solo ha saputo rinunciare in parte alle rivendicazioni recriminatorie nei confronti dei
genitori, ma si è anche abbastanza staccata dal coinvolgimento sadomasochistico con loro.
Il sogno mostra, tuttavia, che così teme di trovarsi sola e indifesa nel rapporto con me,
nel percorso a ritroso attraverso la sua storia emotiva. Proprio perché angosciata da
questa possibilità, ella deve mantenere ossessivamente chiusi tutti i passaggi e le
comunicazioni. Nella realtà tenta di ridurre il rapporto analitico a un lavoro
intellettuale fatto di argomenti rigidamente circoscritti da sviluppare, pedissequamente e
cerebralmente, nozioni da imparare e, magari, discutere. Questa stessa tendenza a separare
la vita in paratie stagne appare sotto altra forma nella seconda scena del sogno, che
mostra la grande difficoltà di ricomporre in modo sano e armonico attività e passività:
esse rimangono scisse, e perciò anche devitalizzate. Insomma, è impedita la circolazione
libidico-emotiva.
Gli occhiali da sole dell'uomo sono
identici a un paio che la signora A possiede nella realtà. Associa l'uomo al marito. A un
livello, il sogno indica il significato di rafforzamento e raddoppiamento narcisistici che
il marito rappresenta. Ma, a un livello più profondo, le figure, femminile e maschile,
sono due diverse rappresentazioni di sé: quella femminile, identificata con la
passività, raffigurata come storpiatura e handicap, è devitalizzata; quella maschile,
identificata con l'attività, è rivelatrice di un fallicismo debole. È proprio la
scissione a devitalizzare sia la passività che l'attività; risultato è la debolezza
rachitica di entrambe. Vi è comunque sempre in questa paziente l'idealizzazione del ruolo
attivo che viene rigidamente e alternativamente impersonato o da lei o dal marito: di
volta in volta, la potenza appartiene a uno solo, ma questa potenza è fiaccata
dall'invidia che domina il rapporto di coppia. D'altra parte, anche nel rapporto
terapeutico, la dipendenza per la Signora A significa una passività quasi indistinguibile
dalla morte, quindi da rifuggire.
Il concepimento nella storia
libidico-emotiva della paziente si è configurato, appunto, come appropriazione della
potenza dell'uomo, mentre l'erotismo ha rappresentato un breve interludio, in funzione
subordinata alla procreazione. Senza l'appropriazione della potenza generativa, che in
verità dura poco, la donna è un recipiente rinsecchito, devitalizzato, morto.
***
Il signor B, che per hobby dipinge,
racconta:
"Ho sognato di non riuscire ad
aprire la porta di casa mia. Vado nella casa di mio padre in collina, forse a prendere una
chiave. Vi trovo mio fratello e numerosi colleghi. Riconosco Antonio, che è molto gentile
e sottomesso. Mi dice che ha saputo che ho fatto cose molto interessanti, e vuole che
gliele mostri. Vi è anche Enrica, molto gentile e seduttiva che, a sua volta, insiste per
vedere ciò che ho da mostrare. Sono stuzzicato dalle loro richieste, ma nella casa di mio
padre non ho niente di mio da far vedere. Torno a casa mia con questi due colleghi. Infilo
la chiave nella toppa, ma la chiave non gira. Mentre cerco, in tutti i modi, di far
funzionare la chiave, Enrica mi abbraccia da dietro, molto stretto e forte, quasi
bloccandomi. Cerco di resistere aggrappato alla chiave che non gira, sentendo una tensione
crescente e il bisogno urgente di entrare, perché in casa ci sono le cose che posso
mostrare. Mi sveglio".
Antonio è un collega di qualche
anno più giovane, ma con maggiore anzianità di servizio (anch'egli dipinge, ma in modo
convenzionale e commerciale, meno creativo); nella realtà è arroccato su una presunta
posizione di superiorità rispetto al paziente. Quando, non molto tempo fa, il Signor B fu
promosso a mansioni superiori, tra i due si esasperarono tensioni e conflitti. Il sogno
sembra rivelare che sulla strada verso la realizzazione di sé mediante l'integrazione e
l'assimilazione di un modello paterno idealizzato, il paziente si lascia distrarre e
fuorviare dall'esibizionismo competitivo con il rivale mimetico. Perseguendo il bisogno di
riconoscimento e di asserzione della propria supremazia sui fratelli, egli non può fruire
della sua vera potenza genitale. In molte manifestazioni della vita lo spirito di
competizione raggiunge nel signor B punte di tensione esasperata.
Anche Enrica nella realtà non è
molto gentile con il sognatore: è ambigua e lo ha molto criticato e contestato. A lei il
paziente associa un'amica che si mostra molto interessata a lui in questo periodo e che
gli ha spiegato la sua attrazione dicendo: "Finalmente ho incontrato un uomo
disarmato!". Costei ha cercato anche di convincerlo a interrompere il trattamento con
me, suggerendogli una differente scelta terapeutica. La donna del sogno rappresenta,
dunque, tutte quelle donne falliche idealizzate e castranti che nel pensiero cosciente
della realtà di ogni giorno egli trova, paradossalmente, liberatorie. Delle relazioni
sadomasochistiche istituite con loro non riesce a liberarsi, proprio perché legato a
doppio filo dal bisogno di suscitare in loro, malgrado e proprio per le frustrazioni che
gli infliggono, non tanto l'amore, ma l'ammirazione finale.
Teme, invece, come castrante proprio
la terapeuta, la donna che può aiutarlo a compiere l'emancipazione. Infatti, la donna
seduttiva che lo afferra da dietro, da un altro punto di vista, è una rappresentazione
transferale, nella misura in cui a volte sente che le interpretazioni lo trattengono dal
coinvolgimento e dalla dipendenza da giochi mimetici e sadomasochistici. La terapeuta, che
sta seduta dietro, viene nel sogno preconsciamente identificata con una madre castrante
che gli impedisce lo sfruttamento puramente esibizionistico e narcisistico della sua
potenza.
***
Il sogno della Signora C.
"Mi incontro con un uomo, in
uno slancio-abbraccio che si trasforma in un'evoluzione acrobatica. Mi vedo in verticale
sulla testa dell'uomo mentre le nostre braccia si stringono. È un movimento perfetto che
scaturisce senza sforzo volontaristico, senza artificiosità, generato da una spontanea,
fluida e intensa intesa. Non c'è euforia, ma stupore gioioso per quanto sta accadendo,
come in una bambina sollevata in aria dal padre. La scena cambia. Sono vicina all'uomo,
mentre mia sorella, mia cognata e mia madre sono sedute dietro a dei tavoli posti a
semicerchio. Pulisco i tavoli e so che cucinerò. Penso con fastidio che dovrò lavorare,
mentre loro tre stanno comodamente sedute a farsi servire, forse perfino a giudicare.
Dovrò anche mostrare di essere all'altezza. Ma un secondo pensiero prende subito il
sopravvento nel sogno. Esse sono sedute al di là, al di fuori dello spazio in cui io sono
con l'uomo: esse sono mie ospiti, io, lì, sono la padrona!".
Oltre l'associazione immediata con
il gioco del padre con la figlia bambina, l'acrobazia viene connessa alle evoluzioni del
pattinaggio artistico a coppie. La paziente ricorda la viva emozione provata, guardando
l'esibizione sulle note del Bolero di Ravel della coppia inglese, medaglia d'oro alle
olimpiadi di Sarajevo. La predilezione per questa specialità sportiva è già emersa in
terapia, come allegoria di un rapporto sessuale reciprocamente soddisfacente, ma anche
come rappresentazione simbolica di un modello di perfetta e armonica collaborazione nel
rapporto di coppia. Non vi è un ruolo rigidamente passivo, o uno esclusivo di
"porter", né di secondo piano o di spalla, ma le specifiche e caratteristiche
differenze sono indispensabili al risultato che "è qualcosa di diverso e di più
della semplice somma dei singoli movimenti dei due protagonisti", dice la paziente.
La Signora C aggiunge: "Mi viene in mente il rapporto che Lei ha con Suo marito. È
proprio così che immagino il Vostro vivere e scrivere insieme, ed è ciò che vorrei
fosse possibile realizzare nel mio rapporto con Riccardo!".
La Signora C ha attraversato fasi
molto conflittuali nel rapporto con me, suscitate dalla caduta dell'illusione che bastasse
sottoporsi alla psicoterapia, essere puntuali alle sedute e con il pagamento, perché la
realtà assecondasse i suoi desideri. L'illusione più difficile da riconoscere e più
dura da abbandonare, che scatenò rabbia, scetticismo e aggressività verso di me, fu
scoprire che la terapia non le garantiva magicamente l'incontro con un partner 'su misura'
e pronto per una relazione con lei, 'secondo modello'. In particolare, la paziente
pretendeva l'automatica appropriazione del mio modello di relazione di coppia, e più
profondamente, di mio marito. Tuttavia, rabbia e aggressività erano manifestazioni della
sua fondamentale sincerità di base. Al contrario di molti pazienti, nei quali la rabbia,
lo scetticismo e la sfiducia rimangono non riconosciuti e incistati, ella affronta, a viso
aperto, le situazioni conflittuali. Ora, in fine analisi, sa che una buona e sana
relazione di coppia è frutto di una costante, responsabile, a volte anche faticosa,
tensione costruttiva. Inoltre sa che l'incontro, il buon incontro perdurante, non dipende
solo da lei, né solo dall'altro.
***
Per concludere: il prevalere e
permanere nei primi due pazienti di meccanismi narcisistico-mimetici nei rapporti
sentimentali di coppia e un rapporto conflittuale non costruttivo con la terapeuta,
ostacolano il cammino verso la genitalità e mantengono le caratteristiche
sadomasochistiche delle loro scelte relazionali. Essi sono entrambi alle prese, non solo
con conflitti di appropriazione-espropriazione, ma anche con profonde crisi di identità.
Se la signora A vede come unica prospettiva vitale l'appropriazione della potenza
dell'altro, che in ogni caso è la proiezione di un suo ruolo, il signor B teme di poter
essere espropriato proprio da quegli oggetti potenzialmente sadici che ha eletto a
mediatori mimetici (René Girard, 1998).
La Signora C ha rinunciato alle
pretese di appropriazione dell'oggetto mediante l'identificazione magica con il modello,
ed è alla conclusione del suo percorso terapeutico, nel quale ha potuto sperimentare,
comprendere e fare sue, cose per lei prima impensabili, equivalenti a vere e proprie
acrobazie. L'integrazione e il superamento dei significati edipici e il rapporto positivo
di collaborazione con la terapeuta, su cui ha trasferito temporaneamente il suo modello,
l'ha resa consapevole di avere costruito le potenzialità per realizzare un rapporto di
coppia sano e maturo. Si è anche resa conto della possibilità di riappropriarsi del
proprio modello temporaneamente identificato con l'analista. È grazie a ciò e, quindi,
al conseguimento della posizione genital-personale che ella può arginare il pericolo
dell'intrusione di vecchi meccanismi vittimistici nel confronto regressivo con le altre
donne della sua famiglia, e altri oggetti simili (amiche e colleghe), quando questi nella
realtà si mostrano intrusivi e sospinti da oppressivi desideri mimetici.
A lei è stato possibile superare il
sentimento di svalorizzazione di essere donna, ricostruire il senso e il valore della
femminilità, anche abbandonando l'idealizzazione esclusiva della funzione procreativa.
Sylviane Agacinski (1998), che enfatizza proprio questa soluzione, rimane impigliata nel
gioco dei rovesciamenti mimetici di appropriazione ed espropriazione tra i due sessi. La
Signora C, come mostra il sogno, ha costruito un proprio modello di integrazione armonica
e di alternanza fluida (non più ostacolata da porte chiuse a chiave) di passività e
attività che si fecondano, si arricchiscono sinergicamente e producono "qualcosa di
diverso e di più di una semplice somma".
Ho cercato di delineare,
schematicamente e sinteticamente, ma anche concretamente, una sorta di percorso
terapeutico, una trasformazione evolutiva del rapporto di coppia e del rapporto con il
terapeuta, in connessione ai diversi livelli di sviluppo libidico-emotivo fino alla
riappropriazione del proprio modello da parte del paziente. Nel passaggio dal
trasferimento alla riappropriazione del modello da parte del paziente, avviene il
progressivo riconoscimento dell'analista come persona, la progressiva distinzione, cioè,
tra ideale fallico-megalomanico, o perfezionistico, maschile o femminile che sia, e la
persona. Il modello della persona, costruito nella e dalla relazione paziente-analista, è
dunque una superiore sintesi, di superio e io ideale, che il paziente temporaneamente
trasferisce sul terapeuta, e delle caratteristiche di universalità (non contemplate nel
"terzo" di Ogden) che l'analista-persona ha già realizzato e impersona, al di
là delle rigide identità di genere.
Bibliografia
Agacinski S., La politica dei sessi.
Ponte alle Grazie, Milano 1998.
Girard R. (1990), Shakespeare. Il
teatro dell'invidia. Adelphi, Milano 1998.
Lopez D., La psicoanalisi della
consapevolezza. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1997.
Lopez D. (1999), "Volontà di
potenza e desiderio mimetico". gli argonauti XXI, 81: 125-139.
Ogden T.H. (1994), "The
analytical third: working with intersubjective clinical facts". Int. J. Psychoanal.
75: 3-19.
Ogden T.H. (1996),
"Reconsidering three aspects of psychoanalytic technique". Int. J. Psychoanal.
77: 883-899.
Ogden T.H. (1997), "Reverie and
metaphor. Some thoughts on how I work as a psychoanalyst". Int. J. Psychoanal. 78:
719-732 (tr. it. in: gli argonauti XXI, 81: 105-123, 1999). |