Franco, al compimento del suo percorso
terapeutico, nel giorno quindi della sua ultima seduta, mi esprime, insieme alla giusta
soddisfazione per aver terminato con successo, anche un po di affettuosa invidia
perché io, diversamente da lui, avrei continuato a godere dellesperienza dello
stare nel gruppo; esperienza che definisce unica e irripetibile nel suo essere ricca,
faticosa e dolorosa ma a volte anche gioiosa e soprattutto trasformativa. Per festeggiare
lavvenimento ha portato salatini, dolci e champagne; anche Giorgia, in una fase
molto positiva della terapia, ha portato in questa seduta una scatola di "Baci"
per festeggiare con noi il suo compleanno.
La seduta inizia così con un brindisi, durante il quale i presenti
ricordano le diverse tappe del percorso di Franco (ognuno quelle cui aveva assistito),
esprimendo gioia per la sua uscita e dunque il suo successo terapeutico, ma anche dolore
per limminente separazione. Io mi sento commossa e "maternamente"
orgogliosa nel ricordo condiviso di come Franco sia stato capace di mettere a frutto nel
corso del tempo, affrontando e superando gli ostacoli della nevrosi, le sue potenzialità
positive, e sia diventato proprio una "bella persona". Si festeggia anche il
compleanno di Giorgia, compleanno importante, vissuto quasi come una rinascita. Giorgia si
dice finalmente uscita da una sorta di anestesia affettiva che durava da anni, ha ripreso
interesse per la vita e per lamore. Tutti nel gruppo le riconoscono una diversa
capacità di essere presente, di intervenire e di partecipare. Ora vi è congruenza nel
suo modo di esprimersi, fra livello concettuale e livello emotivo. Giorgia ci appare
adesso non più come un grazioso robot, ma come una donna, una persona che consiste e che
è capace di integrare le diverse emozioni. Non è più unevanescente eterna
adolescente, apparentemente indifferente a tutto ma in realtà molto arrabbiata. In
passato la rabbia coscientemente negata si espri-
meva nel dare inconsapevolmente calci allaria,
spesso nella mia direzione. Si brinda dunque anche al tempo della sua rinascita
partecipata e condivisa, e si brinda anche ad Augusto che ha avuto il coraggio di iniziare
un nuovo lavoro, in sintonia con il suo autentico modo di essere e non più congruente con
la precedente negazione di sé, derivata dal desiderio espropriante e colonizzante dei
suoi genitori.
Finito il momento del brindisi si riprende il lavoro
e mentre Mauro sta affrontando le sue difficoltà, non a caso relative
allemancipazione dalla famiglia, entra, come sempre in ritardo, Antonella: lo
sguardo basso, il volto corrucciato si siede in un angolo e sembra non vedere, o meglio
voler ignorare, la bottiglia e i salatini.
Qualche minuto dopo arriva Francesca, da poco
operata per un tumore alla mammella, che ci aveva precedentemente e telefonicamente
avvertito che lesame istologico era fortunatamente risultato negativo. Entra
sorridendo e ringraziando il gruppo che aveva sentito emotivamente molto partecipe alla
sua paura e al suo dolore e io mi felicito con lei per lesito negativo
dellesame. Augusto le offre da bere e propone di brindare alla sua salute e poi
offre un bicchiere anche ad Antonella che sdegnosamente rifiuta con un: "non bevo,
troppo tardi". Il clima festoso si tramuta immediatamente in un clima afoso, pesante:
a nulla valgono le spiegazioni di Augusto e degli altri che, pur non cadendo nella
trappola del ricatto colpevolizzante, provano a entrare in rapporto con Antonella a
livello di realtà. In particolare Giorgia cerca di comunicare con calore ed empatia ad
Antonella la comprensione dei suoi vissuti; dice che anche lei una volta non vedeva la
propria rabbia e non si rendeva conto di agire delle modalità respingenti; ora che
finalmente è entrata in comunicazione con se stessa e con gli altri, vorrebbe abbreviare
i tempi di inutile sofferenza di Antonella. Dal volto di Antonella scendono silenziose
lacrime di rabbia; dice con voce quasi incomprensibile di non essere stata, ancora una
volta, né accolta né capita, e di essere stata, come sempre, esclusa.
Andrea si allea con lei sostenendo che spiegare un malinteso risulta
inutile: quando uno ha sentito un dolore nessuno glielo può togliere. Intervengo
sostenendo che se si comprende che un dolore non ha ragione dessere si può
modificare anche il vissuto del medesimo. Andrea mi getta addosso parole risentite e
sostiene che parlare non serve a nulla, che è stufo e che non vede lora di
tornarsene a casa. Anche lui come Antonella si sente non accolto nel gruppo e sostiene che
non cè attenzione per lui; termina il tutto dicendo: "la seduta è
finita". Pur essendo effettivamente concluso il tempo della seduta, non accetto che
sia lui a stabilirne la fine; faccio alcune considerazioni relative al succedersi delle
generazioni di pazienti nel gruppo, evidenziando come sia Andrea, entrato da poco, sia
Antonella con la sua discontinuità motivata, a suo dire, da impegni professionali,
facciano parte dellultima generazione e non si sentano ancora appartenenti al
gruppo. Non aggiungo altro perché consapevole che in quel momento non
sarei stata né ascoltata né compresa. Alla fine
saluto Franco che in modo affettuoso mi dice: "anche questo è vita".
***
Ho voluto iniziare con la sintesi di una recente
seduta di gruppo, ricca di tematiche complesse (la separazione, la nascita, la morte, la
ritualizzazione agita, il bisogno di riconoscimento che in vista della separazione-morte
diviene particolarmente angosciante e viene rimbalzato attraverso la proiezione ecc.) per
cercare di rendere partecipi i lettori, per quanto possibile, di cosa si può sentire
nellessere in un gruppo terapeutico.
Personalmente ho cominciato a essere in un gruppo
terapeutico nel settembre del 1975, anno per me molto importante perché anche anno della
nascita di mia figlia; anno di cambiamenti e di trasformazioni, anno ricco e complesso.
Da allora a oggi credo di essere, nella mia vita,
come donna, come terapeuta, come persona dunque, davvero divenuta, e di avere molto
appreso a tutti i livelli anche dallo specifico del continuare a divenire in gruppo e dal
partecipare alla costruzione di storie condivise.
Lessere in divenire, nel gruppo, mi ha
stimolato riflessioni esistenziali, cliniche e teoriche. Il gruppo terapeutico infatti è
fra laltro anche un microcosmo protetto in cui la vita non si esprime solo nella
narrazione partecipata ma si esprime anche nellesserci nel qui e ora,
nellinterazione diretta con gli altri, uomini e donne. Dunque anche la seduta
riferita è un frammento di vita quotidiana in una situazione "particolare", in
un certo senso "protetta".
Di fatto nel quotidiano a momenti festosi ne
succedono, magari inaspettatamente, altri faticosi e luttuosi; non vi sono situazioni
prevedibili né leggi deterministiche che possano regolare gli aspetti dellesistenza
umana. In particolare nella nostra epoca il caso entra come variabile determinante anche
nellambito della ricerca scientifica e nelle sue teorizzazioni (per esempio nella
fisica contemporanea).
A questo proposito ritengo che il piccolo gruppo
terapeutico possa fra laltro essere un luogo privilegiato di osservazione dove si
inverano a livello macroscopico, rispetto al lavoro terapeutico individuale, costrutti
teorici di vasta portata che la clinica gruppale supporta, ma che hanno avuto origine in
altri ambiti di ricerca. A questo proposito credo si possa sostenere a più livelli che la
fase storica che stiamo attraversando è dominata dal paradigma* della complessità, sia
per quanto riguarda la realtà esterna che quella interna; entrambe queste realtà, anche
dal pensiero scientifico, vengono oggi considerate in imprescindibile connessione. Le
nuove scoperte della fisica e della biologia ci insegnano che non esiste un mondo fisico
con leggi "per sé", ordinate in modo univoco e atemporale e indipendenti dal
soggetto che le percepisce, ma viceversa esiste una realtà in continuo farsi, in continua
riorganizzazione: è il ritorno di una sorta del panta rei~ eracliteo riempito di
sempre nuovi contenuti. Così lidea stessa di una realtà esterna, regolata da leggi
proprie, ha perso il suo carattere oggettivante in quanto connessa strettamente al
soggetto umano conoscente.
Il paradigma della complessità ci permette di
sostenere tra laltro la presenza di molteplici "verità" relative ai
vertici e ai dispositivi di osservazione usati e la sostituzione della logica della
disgiunzione con quella della congiunzione. A questo proposito ci viene in aiuto il
pensiero di Niels Bohr che, per spiegare le apparentemente contraddittorie proprietà
della luce, ha utilizzato la nozione di complementarità affermando che sia lipotesi
della proprietà ondulatoria della luce sia quella corpuscolare erano corrette e che le
dualità di base potevano essere accettate senza dover arrivare alla loro mutua
dissoluzione o riduzione. Bohr stesso ha riconosciuto una stretta analogia tra
lorigine dei fenomeni atomici e il problema dellosservazione della psicologia
umana. Scrive infatti: "Tale confronto non è in alcun modo volto a suggerire un
rapporto stretto tra fisica atomica e psicologia ma semplicemente a sottolineare un
argomento epistemologico comune a entrambi i campi" (1958). La logica del pensiero
epistemologico attuale dunque non si articola più nella dialettica hegeliana degli
opposti ma in quella crociana dei distinti. Dialettica dei distinti che, fra laltro,
come ci ha dimostrato più volte Lopez, è essenziale alla costruzione della persona.
Inoltre il paradigma della complessità sottolinea
limportanza del mettere in relazione linsieme con gli elementi che lo
costituiscono, nonché con il più ampio contesto in cui sono inseriti. Valorizza
lapertura al controllo intersoggettivo basato sulla consapevolezza che la
"verità" scientifica poggia sullintersoggettività, e cioè, nello
specifico, sullaccordo della comunità scientifica, che è essa stessa socialmente e
culturalmente connotata.
Vi è dunque un continuo rimando dal particolare
alluniversalmente condivisibile e viceversa.
Morin (1982) afferma infatti come il sapere
contemporaneo sottolinei lineludibile complementarità del singolare e del
particolare rispetto al principio di universalità. Evidenzia fra laltro la
necessità di considerare limportanza della storia e dellevento per
comprendere i fenomeni, lutilità di ricorrere a un principio di causalità
complessa riconoscendo le categorie dellessere e dellesistenza e la nozione di
autonomia allinterno di una realtà continuamente diveniente.
Questi costrutti teorici mi appaiono fondanti il
lavoro gruppoanalitico e nello stesso tempo "inverati" da quanto accade nel qui
e ora di ogni seduta. Mi permetto di sostenere questo perché nel mio rimando continuo fra
clinica e teoria, stimolato dal lavoro gruppale, ho formulato ipotesi rispetto al
costituirsi della storia di ogni gruppo e delle sue specificità terapeutiche per il
singolo che mi hanno portato, direi preconsciamente, a riprendere i miei giovanili
interessi per lepistemologia, partendo però questa volta non dalla teoresi
filosofica ma dalla prassi clinica (con buona pace di Bader). Ho sperimentato, in un certo
senso, nella mia realtà di persona, donna e terapeuta, laspetto che, in ambito
clinico, definirei terapeutico delle nozioni di complessità e complementarità. Nozioni
che aprono alla possibilità di unintegrazione armonica dei diversi aspetti di sé e
di unautentica e valida relazione con gli altri, e che forniscono un modello anche
per lo specifico rapporto uomo-donna.
Date queste premesse, a mio parere fondamentali,
ritorniamo al tema specifico del convegno relativo alla costituzione dellidentità
di genere e della persona.
Innanzitutto vorrei nuovamente sottolineare come
ciò che caratterizza la nostra epoca è appunto la complessità delle relazioni e la
complessità dei concetti femminile e maschile e di quello di persona.
Del resto già Freud (1905), in una nota al terzo
dei suoi Tre saggi sulla teoria sessuale, dove affronta la teoria della
bisessualità, così scriveva: "È necessario rendersi conto che i concetti maschile
e femminile, che nellopinione corrente non sembrano presentare alcun
equivoco, considerati dal punto di vista scientifico sono tra i più complessi".
In particolare, come ho già evidenziato in altri
scritti, nel mondo occidentale la relativamente recente emancipazione della donna dai
ruoli tradizionali, derivante dalle trasformazioni economiche e tecnologiche della
società, e la conseguente crisi del patriarcato hanno modificato i ruoli precostituiti
sia femminili che maschili, dal momento che femminilità e mascolinità sono costrutti
relazionali. Questo venir meno di certezze di riferimento conseguente al superamento della
logica della separazione dei ruoli, anche se ricco di potenzialità positive, ha però
creato un senso di incertezza e di confusione. La lotta per luguaglianza ha
cancellato così bene le differenze da rimettere in discussione anche la specificità del
femminile e del maschile e il loro modo di relazionarsi, allinterno di una
ristrutturazione generale del sociale e del privato. Non cè attualmente nulla che
possa garantire la continuità di un rapporto amoroso se non il rapporto medesimo e quello
che si fa per mantenerlo vivo e alimentarlo. Lincertezza è dunque una componente
stabile della relazione uomo-donna. Non a caso, quindi, spesso è una crisi nel rapporto
affettivo che porta uomini e donne a consultarci e a chiedere aiuto per uscire dalla
confusione e dal conseguente stato di ansia. Sappiamo inoltre che fra il mondo dei
rapporti socio-culturali e quello degli affetti e delle identificazioni che concorrono a
costituire lidentità personale esiste comunque uno scarto più o meno grande;
linconscio individuale infatti non appartiene in proprio a un individuo ma si
colloca nel processo di trasmissione intergenerazionale per cui, al di là delle adesioni
razionali e razionalizzanti a certi modelli, nei momenti di emergenza e di tensione
riemergono arcaici stereotipi che mal si integrano con le aspettative attuali.
Non di rado però mi è capitato di notare che
problematiche irrisolte relative a una presunta adulta relazione di coppia rimandano a
tematiche più arcaiche, a volte addirittura al diritto dellindividuo a essere, a
essere nel mondo.
Ci ricorda Pontalti (1998) che alla base della
gruppoanalisi si pone questo assunto: "La nascita della vita psichica individuale e
il suo complessificarsi è concepibile solo nellambito di una rete di
intersoggettualità; rete che va rappresentata come stratificazione gerarchica di
molteplici campi di significazione, dal biologico al sociale, dal transgenerazionale al
transpersonale. Ognuno di questi campi è produttore di senso e di intenzionalità proprie
che vanno ad abitare la mente ... La prospettiva qui dichiarata si fonda su
due assunti precisi. Le vicissitudini umane non tollerano né riduzionismi né olismi. Le
vicissitudini umane non tollerano modelli causalistici lineari. Il campo procedurale dove
massimamente si dispiega tale complessità è la psicoterapia". E Ancona scrive:
"Conoscenza, trasformazione e gruppo hanno a comune denominatore proprio la
complessità" (1999).
In particolare vorrei sottolinere come nel lavoro
terapeutico gruppale si può esprimere tutta la complessità della persona, oltre
lidentità di genere, nella sua duplice polarità sia di persona, con i suoi
attributi idiosincratici e quindi soggettivi e con i suoi aspetti di ineludibile
inconoscibilità, sia di Persona nel senso che a questo termine attribuisce Lopez, e cioè
di "individuo in grado di realizzare al meglio le proprie potenzialità e di
raggiungere i livelli più maturi di coesione e unità, in cui luniversalità della
specie si lega alla singolarità dellindividuo". Il tutto allinterno di
una storia partecipata e condivisa e in un contesto che consente di essere riconosciuti
come persona (soggetto avente valore) in costante dialettica con laspetto più
universale del valore dellessere Persona; del resto già Polanyi, nel suo bel libro La
conoscenza personale, più volte sottolinea come il personale e luniversale si
richiamino reciprocamente.
In effetti anche rispetto a questa tematica ci
conforta, non a caso, il pensiero epistemologico contemporaneo che, per citare Binswanger
(1955), ha spostato la sua attenzione dall"homo natura"
all"homo persona", dove il soggetto umano non può più essere
dissolto e generalizzato con il termine "uomo" o peggio "mente". Il
concetto di persona, scrive Sergio Moravia, "serve oggi a indicare il referente o il
titolare dellesperienza cosiddetta psichica ...e il ritorno dellio-persona
valorizza quella che vorrei chiamare la dimensione irriducibilmente soggettiva
dellesperienza" (1986).
Moravia tende a evidenziare come lhomo
persona non è, come sono gli altri enti mondani, solo un essere, ma rappresenta anche la
tensione (lintenzionalità di husserliana memoria) verso un non essere, verso un
altro da sé. Lhomo persona è un essere nel mondo non certo solipsistico ma
in relazione dialettica con il suo ambiente, inteso non tanto e non solo come contenitore
esterno ma come dimensione costitutiva del sé.
Per quanto riguarda la clinica mi permetto di
insistere sullimportanza dellessere riconosciuti come persona, cioè soggetto
avente valore, perché le patologie con cui oggi più frequentemente ci dobbiamo
confrontare sono disturbi di personalità e patologie narcisistiche che hanno la loro
origine in fasi molto arcaiche dello sviluppo in cui spesso non è stato riconosciuto
allinfante, dalle figure parentali e dal contesto ambientale, proprio il suddetto
diritto di essere soggetto-persona.
Del resto la difficoltà dellinfante di essere
riconosciuto come avente valore ha origini molto antiche nella storia dellumanità.
Nella mia recente rilettura della tragedia di Edipo ho preso in considerazione anche i
primi momenti violenti fondanti il mito in cui è agita lintenzione di Laio e
Giocasta di negare allinfante il diritto appunto allappartenenza e dunque
allesistenza. Edipo dunque, in modo apparentemente paradossale rispetto al nucleo
del conflitto edipico, sembra rappresentare in un primo momento proprio
quellelemento di disturbo, quellalterità, con cui egli stesso dovrà
confrontarsi crucialmente per il costituirsi della propria identità. Edipo è un bambino
non voluto, vissuto come portatore di cambiamenti mortiferi, che come tale deve essere
eliminato alle origini. Egli è un infante che non viene accolto, a cui non viene
assegnato un luogo né unappartenenza, non porterà mai il nome del padre ma il nome
della propria ferita, porterà nel suo nome proprio i segni di quello che Balint definisce
il difetto originario. Questo è il primo aspetto universale di cui Edipo è
simbolicamente il portatore.
Nel lavoro terapeutico di gruppo, con
unintensità maggiore che in quello individuale, proprio perché coralmente
condiviso, colpisce il vissuto comune di essere stato un figlio non voluto, non desiderato
e dunque non riconosciuto. Credo che questa fantasia sia stata, almeno una volta,
condivisa da tutti gli esseri umani; per quanto si abbiano potuto avere genitori
"sufficientemente" buoni, nella vita di ognuno ci sono state inevitabilmente
più occasioni di incomprensioni e conflitti in cui ci si è sentiti non riconosciuti e
non voluti nella nostra specifica individualità. Penso però che mentre in uno sviluppo
sufficientemente sano i momenti di scontro siano essenziali per unevolutiva
individuazione, nelle patologie con cui oggi ci capita spesso di doverci confrontare
questi momenti di incomprensione e di attacco, a volte addirittura di negazione del
diritto a una propria autonoma esistenza da parte delle figure genitoriali nei confronti
dei figli siano stati, non di rado, non leccezione ma la regola. Ci troviamo sempre
più spesso ad avere come interlocutori quelli che Borgogno, riferendosi alla Heimann e a
Bollas, ha definito "spoilt children", cioè bambini espropriati della propria
specifica individualità. Bambini in cui non soltanto vengono posti proiettivamente
esigenze, bisogni, desideri che non sono loro, ma da cui vengono estratte aree di
espressività e di esistenza. Scrive Borgogno: "Levoluzione, che per diritto
naturale spetterebbe a ogni essere, viene così del tutto o in parte impedita e bloccata.
Il bambino risulta infatti espropriato di qualcosa di suo e di specifico, trovandosi
depositato internamente qualcosa di alieno ed estraneo, che proviene dai genitori e che in
molti casi uccide ogni vita e ogni crescita" (1999).
***
Tiziana, nellultima seduta, esprimeva fra le
lacrime il suo dolore di non sentire emozioni di alcun tipo; a volte provava rabbia, solo
rabbia di non saper comunicare in modo adeguato, anche se non sapeva cosa avrebbe dovuto o
potuto esprimere di vivo, di suo. Questo la faceva sentire più grave di tutti gli altri
membri del gruppo e quindi le faceva rivendicare il diritto di avere più attenzione.
La madre, seriamente depressa e in un clima di
anaffettività, laveva educata a essere una brava e ubbidiente bambina silenziosa,
che riempiva di doni. Doni che non erano adeguati perché mai attenti al gusto e agli
interessi reali della figlia. Ancora piccola, Tiziana aveva espresso il desiderio di non
ricevere più regali e aveva imparato a non avere più desideri. Quando poi Tiziana era
divenuta prima adolescente e poi una giovane donna, la mamma sosteneva di dimostrarle il
suo affetto trattandola come la migliore amica e raccontandole tutto di sé. Lultima
verità raccontata era che si era innamorata del compagno di Tiziana e che ci sarebbe
volentieri andata a letto visto che fra laltro non sembrava che Tiziana tenesse
molto a lui, mentre avrebbe voluto presentare alla figlia un suo giovane amante di poco
più grande di lei che, a suo dire, avrebbe potuto piacerle. Tiziana riferisce queste cose
ostentando una totale indifferenza, come prova di una buona relazione con la madre a cui
anche lei è stata abituata a dire tutto. La voce monocorde non esprime nessuna emozione;
solo il commento affettuoso e rispettoso di lei da parte dei componenti del gruppo le fa
venire qualche dubbio rispetto allautenticamente supposta ovvietà della sua
situazione. Dico a Tiziana che mi sembra che viva una vita di "seconda mano"; mi
rivolge per la prima volta uno sguardo dolce e grato, dice che è proprio così che sente
da sempre.
***
Mi pare di fondamentale importanza, per questo tipo
di pazienti con disturbi che hanno avuto origine in fasi molto arcaiche
dellesistenza, il fatto che fra le varie potenzialità del gruppo vi sia anche
quella di poter riattualizzare quei livelli molto primitivi dellesperienza dove
hanno avuto appunto origine i loro deficit. Come ho ricordato più volte nei miei lavori,
il gruppo infatti, permettendo di muoversi a diversi livelli avanti e indietro in un tempo
che si muove lungo una spirale, consente fra laltro anche di riattualizzare quella
situazione fusionale arcaica (che Balint definisce "del difetto fondamentale")
senza distinzione fra psiche e soma, tra soggetto e oggetto, in cui emergono fantasie di
onnipotenza che permettono di riparare il percorso del "sé grandioso" (base per
lo sviluppo del "vero sé"). I pazienti in questo modo possono, magari per la
prima volta, fare esperienze fusionali rassicuranti allinterno del gruppo vissuto
come "holding", e in seguito risintetizzare e integrare, grazie al lavoro
gruppale e agli opportuni interventi del terapeuta, gli oggetti parziali in un oggetto
totale.
La possibilità di attingere a questo livello
arcaico è potenzialmente presente fin dallinizio della storia del gruppo e
continuerà a esserlo per tutto il tempo della sua esistenza, dal momento che essere in
gruppo richiede la capacità di mettere in gioco le zone simbiotiche comuni, e ciò è
reso possibile dalla particolare permeabilità che le frontiere dellio assumono
nella situazione gruppale. Allinizio della terapia però i membri del gruppo, uomini
e donne, si difendono dal lasciarsi andare in una dimensione di fusione dal momento che
temono di fare questa esperienza che annulla le differenze, anche quelle corporee
immediatamente visibili fra uomini e donne, perché vissuta come potenzialmente
annichilente. Nel corso del lavoro condiviso, in concomitanza con il costituirsi di un
clima di fiducia e di accoglimento, è possibile cominciare a sentire, anche se in modo
confuso, che insieme si sta bene; da questo iniziale star bene insieme si origina la
possibilità di una fusionalità più autentica e profonda nellevolversi del
processo gruppale. Il gruppo stesso viene quindi più volte sperimentato come
quellambiente "sufficientemente buono" in cui si può con fiducia
lasciarsi andare anche a unesperienza arcaica e che quindi può fungere da sostituto
adeguato delloggetto primario. Inoltre condividere unesperienza così intensa
e profonda in cui si annulla ogni differenza, e quindi anche quella fra uomini e donne,
permette agli uni e alle altre di acquisire, attraverso la riflessione
sullesperienza medesima, la consapevolezza di unantica comunanza di sentire.
Proprio dalla riattualizzazione simbolica della
relazione con la madre fusionale onnipotente, però, si origina la necessità di una
diversa individuazione fra donne e uomini e quindi di una loro differenziazione. Infatti
la formazione dellidentità femminile ha luogo nel contesto di un rapporto senza
fratture in cui lesperienza dellattaccamento affettivo si fonda con il
processo di formazione dellidentità e questo produce spesso nelle donne una
tendenza a mantenersi più a lungo in posizioni simbiotiche. I maschi al contrario,
nellidentificarsi come appartenenti al sesso maschile, devono distinguere la madre
da se stessi, rinunciando in parte alloggetto damore primario, cosa che
stimola negli uomini una maggiore spinta verso il movimento di separazione-individuazione.
Così i processi di identificazione femminili sono relazionali e si situano nellarea
dellessere, mentre quelli dellidentificazione maschile sono oppositivi e si
situano nellarea del fare, come ben ha descritto Winnicott (1971). Dalle origini
dunque, la somiglianza e la solidarietà fra uomini si costruiscono originariamente
attraverso lallontanamento dalle donne, e in primo luogo della prima fra loro, dalla
madre. Non di rado mi capita di assistere nei miei gruppi, dopo sedute in cui prevale la
fusionalità, a una divisione del gruppo in due sottogruppi, dislocati nello spazio
luno di fronte allaltro, gli uomini da una parte e le donne dallaltra.
In questa situazione, questa specifica modalità di occupare lo spazio circolare gruppale
viene stimolata, non a caso, dagli uomini.
La fiducia e lattribuzione di valore al
gruppo, conseguente anche allaver esperito e condiviso esperienze fusionali
arcaiche, si accompagnano per i singoli membri al nascere della fiducia in se stessi come
soggetti aventi valore, e questo stimola movimenti verso lindividuazione. Il gruppo
infatti, nel divenire del lavoro, è considerato dai membri sia come unestensione di
sé, sia come un luogo in cui esserci e dire, guardare, ascoltare e cominciare a pensare e
a essere pensati in un contesto vasto e articolato in cui la presenza degli altri
costringe ad affrontare concretamente la complessità e le diverse modulazioni del reale.
Lappartenenza al gruppo viene continuamente alimentata attraverso la messa in comune
di vissuti personali che vengono così resi pubblici e valorizzati dallascolto degli
altri che ne diventano partecipi testimoni. La pubblicizzazione dei vissuti e la
comprensione da parte del gruppo degli eventuali agiti attribuiscono alle emozioni e alle
azioni dei pazienti valore di comunicazione, comunicazione con cui ci si abitua a
confrontarsi in modo dialettico e che può quindi essere condivisa e articolata in diverse
sfaccettature. Sperimentare ciò permette ai membri del gruppo di comprendere che anche le
emozioni più difficili da affrontare e i vissuti più angosciosi, nel momento in cui
diventano comunicazione, possono essere accolti, capiti ed eventualmente modificati.
Questo grazie anche a una più realistica capacità di pensare che allinterno del
gruppo si viene via via sviluppando e che spesso si accompagna a una gratificante
sensazione di autenticità. Lesperienza positiva di appartenenza a un gruppo, che
sappiamo fondamentale per la costruzione o la ri-costruzione del sé, va dunque di pari
passo con la costruzione di un pensiero più adeguato e maturo capace di superare le
dicotomie estremizzanti della logica disgiuntiva che spesso sottende sensi di colpa. Così
anche la colpa e i conseguenti vissuti di inadeguatezza possono finalmente essere
analizzati.
Il passaggio da posizioni fusionali a movimenti di
separazione-individuazione avverrà per i singoli componenti più volte nel processo
gruppale (tempo a spirale) e il terapeuta dovrà fare in modo che, diversamente da quanto
accaduto nella famiglia di origine, questo passaggio inevitabilmente doloroso e faticoso
non avvenga mai in modo traumatico ma graduale e condiviso e che queste esperienze
rimangano nella storia del gruppo come serbatoio di energia a cui accedere nei momenti di
fatica e difficoltà. La storia del gruppo viene costruita insieme da tutti coloro che vi
partecipano e il ricordo di chi ha interrotto e di chi ha compiuto con successo il proprio
percorso terapeutico viene tramandato dai pazienti da una generazione allaltra. La
costituzione di una storia comune permette di andare oltre la frammentazione e
lepisodicità dellio, verso la condivisione di esperienze umane universali, e
consente di attuare una sintesi positiva fra la prospettiva sincronica e quella
diacronica, producendo un movimento contrario ma complementare a quello verso
lindividuazione, fornendo le basi per andare oltre la paura della separazione e
della solitudine, dal momento che collega lindividuo agli altri. Nel momento in cui
il gruppo ha una sua storia condivisa, e quindi è vissuto anche come un valido
contenitore di ricordi, emergono con sempre maggiore pregnanza, e non a caso, i ricordi
infantili dei membri del gruppo. Spesso i pazienti con deficit arcaici iniziano il lavoro
terapeutico sostenendo che hanno pochi e vaghi ricordi della loro infanzia, infanzia che
di solito tendono a tratteggiare con una coloritura emotiva neutra. Inoltre frequentemente
i loro discorsi in proposito sono accompagnati da sorrisetti imbarazzati tendenti
apparentemente a sdrammatizzare ma in realtà a svalorizzare il contenuto di quanto
espresso, contenuto cui peraltro fino a quel momento nessuno aveva attribuito significato
e valore. Nel corso del lavoro gruppale, viceversa, è stato possibile sperimentare che la
storia e i ricordi hanno una potenzialità di autorappresentazione strutturante e dotata
di senso, che ha dato valore anche ai singoli componenti. Rassicurati da
unappartenenza comune e positiva i pazienti possono allora ulteriormente
distinguersi gli uni dagli altri, recuperando la propria personale storia relativa anche
allessere maschio o femmina, che li individua e a cui possono finalmente dare
significato. Le esperienze infantili riviste da una base più sicura non sono più
annichilenti e quindi non hanno più bisogno di essere considerate allinterno di uno
scenario in cui domina la colpa onnipotente e persecutoria, dove o si è i distruttori o
si è i distrutti. Il gruppo diviene allora quel luogo dove si possono vedere le antiche
ferite e dove si può con fiducia aspettarsi che vengano curate anche se non sempre sono
totalmente guaribili.
A sedute in cui si partecipa a situazioni fusionali,
che torneranno a livelli diversi nel divenire gruppale (tempo a spirale), si alternano
sedute in cui nel gruppo si riattualizza la fase adolescenziale e il gruppo diventa un
gruppo di "pari" con specifiche caratteristiche, fra cui la rimessa in
discussione dei modelli familiari e la possibilità di costruire nuovi valori e nuove
risposte. Conflitti inter- e intrapsichici tendono a essere presentificati e agiti in
relazione a oggetti che possono rappresentare oggetti del passato o anche oggetti-sé con
il conseguente vissuto, tipicamente adolescenziale, di irrequietezza e confusione. Spesso
le modalità relazionali apprese in famiglia vengono agite nellinterazione gruppale;
ma mentre di solito sono così profondamente radicate nella struttura dellio maturo
da non poter essere riconoscibili, in questa situazione faticosa, ma potenzialmente
positiva, vengono rispecchiate nel e dal gruppo e quindi comprese, riconosciute e, a
seconda delle situazioni, eliminate o integrate. È di questo periodo la possibile
divisione del gruppo in due sottogruppi omogenei per sesso, in cui la paziente e il
paziente che sono da più tempo in terapia, assumono il necessario ruolo di mentore che
molto spesso è mancato nellambiente di origine e che ha limportante funzione
di meglio definire e consolidare nellidentità di genere, creando una profonda
solidarietà con il proprio sesso che non implica necessariamente una complicità contro
il sesso opposto. Si pone particolare attenzione anche al proprio corpo, che viene
osservato, a volte criticato e/o accudito con più cura, ci si interroga e confronta sulle
caratteristiche del corpo femminile e maschile e sui rispettivi attributi reali e
simbolici, su ciò che alle donne piace o dispiace degli uomini e viceversa. Si
riattraversano e riaffrontano tematiche edipiche, che concorrono a meglio definirsi
nellidentità di genere, accompagnati da sentimenti di rivalità, invidia e gelosia.
Le discussioni vertono sui "massimi sistemi", sul senso della vita e della
morte, che riflettono il ripresentificarsi di conflitti con gli oggetti interni,
riesternalizzati nel gruppo, e le angosce legate ai sentimenti di distruzione e di perdita
che sempre accompagnano le fasi di cambiamento e una nuova consapevolezza del rapporto
uomo-donna che permette di cominciare a intravedere modalità più mature di relazionarsi
reciprocamente. Si comprende che quando finisce la fase adolescenziale e idealizzante
dellinnamoramento, inizia la relazione più impegnativa in cui è necessario
abbandonare le fantasie onnipotenti e assumere un atteggiamento più realistico e maturo,
pena la fine della relazione stessa. Si evidenzia come coloro che vogliono mantenere la
relazione amorosa in un contesto di idealizzazione rischino la falsificazione del
rapporto. Lamore adulto implica coraggio e resistenza per percorrere un lungo
cammino pieno di ostacoli, in cui si deve tenere conto dei limiti e degli aspetti meno
ideali di se stesso e dellaltro. Questo consente di passare dalle aspettative
onnipotenti proiettate sul partner o sulla relazione, alla consapevolezza di una
responsabilità condivisa; allo scontro fra due individui schiacciati dal peso di storie
differenti, storie che gridano vendetta, distribuiscono colpe ed esigono risarcimenti, si
sostituisce la possibilità di un incontro autentico fra due persone. Nel corso del
divenire gruppale si affrontano anche tematiche relative ad aspetti trasgressivi
riguardanti la sessualità; accade così che riemergano episodi tenuti fino a quel momento
segreti, sottesi da vergogna e da sensi di colpa. Negli spazi lasciati liberi dalla
sovrapposizione fra il gruppo della famiglia di origine e il gruppo terapeutico, si fa
strada la possibilità del cambiamento e delluscita dalla coazione; a volte infatti
il ruolo richiesto al soggetto in famiglia è diverso da quello richiesto dal gruppo
terapeutico, non fossaltro per il fatto che il ruolo abituale inconsciamente giocato
in famiglia, nel gruppo terapeutico può essere già occupato da un altro membro. Kaës
(1998), riprendendo la definizione bioniana della mente come estesa e relazionale,
sottolinea che "la formazione e lattività del preconscio ha per condizione di
essere inscritta nellintersoggettività"; infatti: "originariamente è la
madre che si costituisce come porta-parola di fronte alle stimolazioni interne ed esterne
dellinfante ... e nel gruppo i processi associativi funzionano come un dispositivo
di metabolizzazione che rende possibile la riattivazione dellattività del
precon-scio ...". Il gruppo funziona dunque anche come un apparato di trasformazione
dellesperienza traumatica che la rende pensabile.
In particolare, in un mio gruppo, due donne e un
uomo raccontano con sofferenza, ma con la fiducia che finalmente potranno essere capiti,
di aver subito atti di violenza sessuale da parte di adulti, quando erano preadolescenti.
La cosa che colpisce gli ascoltatori è il fatto che ognuno dei "narranti" si
attribuisce in qualche modo una parte di colpa rispetto allaccaduto e quindi anche
per questo prova una profonda vergogna nel riferirlo. Mi è facile far comprendere,
attraverso unanalisi puntuale delle vicende riferite, cui partecipa con profondo
coinvolgimento tutto il gruppo, come il sentirsi in colpa derivi da un bisogno di non
essere annichiliti dallimpotenza; impotenza che negli episodi narrati sembra essere
stata così atroce e annichilente per le persone in causa, già segnate da una particolare
fragilità, da non poter essere tollerata allepoca in cui la violenza sessuale era
stata perpetrata. Sentirsi in parte colpevoli li aveva preservati dal senso di
annichilimento totale che limpotenza assoluta provoca. Nessuno di loro aveva potuto
parlare ai genitori dellaccaduto per motivi apparentemente diversi, in realtà
accomunati dalla certezza condivisa che non vi sarebbe stata comprensione ma negazione del
fatto o peggio colpevolizzazione. Non era stata data quindi, a queste esperienze, la
possibilità di entrare nellarea della pensabilità. Viceversa nel gruppo diventa
finalmente possibile dare voce al segreto, riemergono ricordi rimasti inesprimibili e
inespressi dallepoca della violenza subita; ora vi sono testimoni benevoli che
consentono di superare la vergogna e di ricevere la comprensione e le cure che erano
mancate al momento del trauma. Uomini e donne possono, senza paura, piangere insieme,
oltre qualsiasi antagonismo di genere. Il gruppo, interlocutore privilegiato, accoglie
commosso le loro lacrime e le loro parole e ciascuno interviene, in una situazione di
mutuo scambio che promuove unutile differenziazione, permettendo di chiarire
ulteriori passaggi e di elaborarli. Il trauma divenuto parlabile, si svela e si riempie di
significati in un clima di accoglimento profondo; il ricordo, divenuto comunicazione e
pensiero, modifica la memoria con conseguenze positive per il presente e il futuro dei
singoli pazienti e del gruppo stesso. Il gruppo dunque, riprendendo Kaës, funziona come
un apparato di trasformazione dellesperienza traumatica: "La riorganizzazione
dellaprès coup produce le condizioni psichiche della messa nella storia,
cioè in una configurazione condivisa, discorsiva e ordinata nel tempo, di
unesperienza traumatica che fu fuori dal tempo e dalla parola". Così il
passato può diventare finalmente passato e non allunga più la sua ombra distruttiva sul
presente. Ombra che aveva fino a quel momento impedito, alle donne che avevano vissuto la
violenza, di avere un rapporto di autentica fiducia nei confronti degli uomini, e
alluomo, di ritrovare la stima e la fiducia verso di sé, base fondamentale per un
rapporto costruttivo con gli altri e quindi anche con le donne. Se il passato si modifica
allora si può costruire un nuovo finale e non continuare a ripetere la stessa storia; si
comincia davvero a credere alla possibilità di un cambiamento, alla possibilità di una
fiduciosa intimità nella relazione uomo-donna grazie a una comunicazione autentica e
profonda. Comunicazione che per molti è stato possibile sperimentare per la prima volta
allinterno del gruppo e che ha permesso di superare il disastroso modello di non
comunicazione fra uomini e donne, spesso appreso nella famiglia di origine.
Si comincia a intravedere che oltre alla logica
della sopraffazione esiste quella della reciprocità che consente di passare dalla
dialettica degli opposti alla dialettica dei distinti, dove laltro, il diverso, non
è più un nemico da abbattere nellottica di mors tua - vita mea, ma anzi
laltro è necessario per la costituzione e la comprensione di sé. Lalterità
non più subita ma ricercata rende possibile un modo più articolato e complesso di vedere
la realtà. Si comprende così che se non si è capaci di incontrare il diverso e il
pericolo che esso comporta, non affronteremo mai neppure la nostra autentica naturalità.
Una volta accettato il valore del diverso e della separatezza si possono di nuovo
ricercare i punti di contatto nel divenire del movimento gruppale di
fusione-individuazione. Linterazione fra donne e uomini permette di affrontare
insieme anche ansie di inadeguatezza rispetto alle prestazioni sessuali e le tematiche
relative allinvidia del pene e allangoscia di castrazione che, comprese nel
loro significato metaforico e simbolico, vengono analizzate insieme da maschi e femmine.
Si impara ad accettare come valore che in ciascuno coesistano elementi femminili ed
elementi maschili, si riconosce dunque senza più paura la bisessualità psichica presente
in ogni essere umano, senza che questo crei confusione rispetto alla propria appartenenza
di genere, nel frattempo ormai consolidata. Nel procedere del lavoro terapeutico si creano
condizioni che permettono a ogni membro del gruppo di sperimentare la tensione verso il
divenire "Persona" nellaccezione datane da Lopez, cioè modello capace di
attrarre a sé lo sviluppo libidico-emotivo dellindividuo e della specie umana. Se
dunque allinizio del lavoro è il terapeuta che si deve far carico della propria
bisessualità assunta come valore e della tensione verso lessere
"Persona", nello svolgersi della storia condivisa queste potenzialità vengono
assunte in differenti momenti dai diversi componenti e diventano costitutivi di sé.
Inoltre i movimenti tipicamente gruppali di fusione e individuazione permettono di
costituire unarea di creatività condivisibile dalle donne e dagli uomini, che
consente di liberarsi dagli stereotipi e di fondare unidentità di genere attraverso
un confronto e uno scambio che dalla dialettica degli opposti si risolve nella dialettica
dei distinti, in cui la contrapposizione si modula nella distinzione. Lacquisito
diritto a essere soggetto-persona permette dunque nel divenire della condivisa storia
gruppale di tendere a valori universali nella disponibilità a cogliere la complessità
del mondo interno ed esterno e la complementarità dellaltro da sé.
Così lessere e il divenire nella storia del
gruppo fanno sperimentare a ognuno la validità della massima di Terenzio più volte
citata da Seneca e Agostino: "Homo sum: humani nihil a me alienum puto",
ma aprono al contempo la strada per inneggiare allorigine della vita affermando
gioiosamente "vive la différence".
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Silvia Corbella
Viale Romagna, 58
20133 Milano
(*) Per "paradigma" o, con
lespressione in seguito usata da Kuhn, "matrice disciplinare" si intende
la condivisione, da parte delle comunità scientifiche, di molte specie complesse di
convinzioni e di "impegni cognitivi" che forma lossatura per la
teorizzazione e losservazione durante un certo periodo di tempo e che alla fine è
sostituita da una nuova "cristallizzazione" che è utile per risolvere problemi
differenti e in ambiti diversi.