tGli argonauti. Rivista di psicoanalisi e società
                 
Silvia Corbella
Essere e divenire nel gruppo: una storia condivisa

Franco, al compimento del suo percorso terapeutico, nel giorno quindi della sua ultima seduta, mi esprime, insieme alla giusta soddisfazione per aver terminato con successo, anche un po’ di affettuosa invidia perché io, diversamente da lui, avrei continuato a godere dell’esperienza dello stare nel gruppo; esperienza che definisce unica e irripetibile nel suo essere ricca, faticosa e dolorosa ma a volte anche gioiosa e soprattutto trasformativa. Per festeggiare l’avvenimento ha portato salatini, dolci e champagne; anche Giorgia, in una fase molto positiva della terapia, ha portato in questa seduta una scatola di "Baci" per festeggiare con noi il suo compleanno.

La seduta inizia così con un brindisi, durante il quale i presenti ricordano le diverse tappe del percorso di Franco (ognuno quelle cui aveva assistito), esprimendo gioia per la sua uscita e dunque il suo successo terapeutico, ma anche dolore per l’imminente separazione. Io mi sento commossa e "maternamente" orgogliosa nel ricordo condiviso di come Franco sia stato capace di mettere a frutto nel corso del tempo, affrontando e superando gli ostacoli della nevrosi, le sue potenzialità positive, e sia diventato proprio una "bella persona". Si festeggia anche il compleanno di Giorgia, compleanno importante, vissuto quasi come una rinascita. Giorgia si dice finalmente uscita da una sorta di anestesia affettiva che durava da anni, ha ripreso interesse per la vita e per l’amore. Tutti nel gruppo le riconoscono una diversa capacità di essere presente, di intervenire e di partecipare. Ora vi è congruenza nel suo modo di esprimersi, fra livello concettuale e livello emotivo. Giorgia ci appare adesso non più come un grazioso robot, ma come una donna, una persona che consiste e che è capace di integrare le diverse emozioni. Non è più un’evanescente eterna adolescente, apparentemente indifferente a tutto ma in realtà molto arrabbiata. In passato la rabbia coscientemente negata si espri-

meva nel dare inconsapevolmente calci all’aria, spesso nella mia direzione. Si brinda dunque anche al tempo della sua rinascita partecipata e condivisa, e si brinda anche ad Augusto che ha avuto il coraggio di iniziare un nuovo lavoro, in sintonia con il suo autentico modo di essere e non più congruente con la precedente negazione di sé, derivata dal desiderio espropriante e colonizzante dei suoi genitori.

Finito il momento del brindisi si riprende il lavoro e mentre Mauro sta affrontando le sue difficoltà, non a caso relative all’emancipazione dalla famiglia, entra, come sempre in ritardo, Antonella: lo sguardo basso, il volto corrucciato si siede in un angolo e sembra non vedere, o meglio voler ignorare, la bottiglia e i salatini.

Qualche minuto dopo arriva Francesca, da poco operata per un tumore alla mammella, che ci aveva precedentemente e telefonicamente avvertito che l’esame istologico era fortunatamente risultato negativo. Entra sorridendo e ringraziando il gruppo che aveva sentito emotivamente molto partecipe alla sua paura e al suo dolore e io mi felicito con lei per l’esito negativo dell’esame. Augusto le offre da bere e propone di brindare alla sua salute e poi offre un bicchiere anche ad Antonella che sdegnosamente rifiuta con un: "non bevo, troppo tardi". Il clima festoso si tramuta immediatamente in un clima afoso, pesante: a nulla valgono le spiegazioni di Augusto e degli altri che, pur non cadendo nella trappola del ricatto colpevolizzante, provano a entrare in rapporto con Antonella a livello di realtà. In particolare Giorgia cerca di comunicare con calore ed empatia ad Antonella la comprensione dei suoi vissuti; dice che anche lei una volta non vedeva la propria rabbia e non si rendeva conto di agire delle modalità respingenti; ora che finalmente è entrata in comunicazione con se stessa e con gli altri, vorrebbe abbreviare i tempi di inutile sofferenza di Antonella. Dal volto di Antonella scendono silenziose lacrime di rabbia; dice con voce quasi incomprensibile di non essere stata, ancora una volta, né accolta né capita, e di essere stata, come sempre, esclusa.

Andrea si allea con lei sostenendo che spiegare un malinteso risulta inutile: quando uno ha sentito un dolore nessuno glielo può togliere. Intervengo sostenendo che se si comprende che un dolore non ha ragione d’essere si può modificare anche il vissuto del medesimo. Andrea mi getta addosso parole risentite e sostiene che parlare non serve a nulla, che è stufo e che non vede l’ora di tornarsene a casa. Anche lui come Antonella si sente non accolto nel gruppo e sostiene che non c’è attenzione per lui; termina il tutto dicendo: "la seduta è finita". Pur essendo effettivamente concluso il tempo della seduta, non accetto che sia lui a stabilirne la fine; faccio alcune considerazioni relative al succedersi delle generazioni di pazienti nel gruppo, evidenziando come sia Andrea, entrato da poco, sia Antonella con la sua discontinuità motivata, a suo dire, da impegni professionali, facciano parte dell’ultima generazione e non si sentano ancora appartenenti al gruppo. Non aggiungo altro perché consapevole che in quel momento non

sarei stata né ascoltata né compresa. Alla fine saluto Franco che in modo affettuoso mi dice: "anche questo è vita".

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Ho voluto iniziare con la sintesi di una recente seduta di gruppo, ricca di tematiche complesse (la separazione, la nascita, la morte, la ritualizzazione agita, il bisogno di riconoscimento che in vista della separazione-morte diviene particolarmente angosciante e viene rimbalzato attraverso la proiezione ecc.) per cercare di rendere partecipi i lettori, per quanto possibile, di cosa si può sentire nell’essere in un gruppo terapeutico.

Personalmente ho cominciato a essere in un gruppo terapeutico nel settembre del 1975, anno per me molto importante perché anche anno della nascita di mia figlia; anno di cambiamenti e di trasformazioni, anno ricco e complesso.

Da allora a oggi credo di essere, nella mia vita, come donna, come terapeuta, come persona dunque, davvero divenuta, e di avere molto appreso a tutti i livelli anche dallo specifico del continuare a divenire in gruppo e dal partecipare alla costruzione di storie condivise.

L’essere in divenire, nel gruppo, mi ha stimolato riflessioni esistenziali, cliniche e teoriche. Il gruppo terapeutico infatti è fra l’altro anche un microcosmo protetto in cui la vita non si esprime solo nella narrazione partecipata ma si esprime anche nell’esserci nel qui e ora, nell’interazione diretta con gli altri, uomini e donne. Dunque anche la seduta riferita è un frammento di vita quotidiana in una situazione "particolare", in un certo senso "protetta".

Di fatto nel quotidiano a momenti festosi ne succedono, magari inaspettatamente, altri faticosi e luttuosi; non vi sono situazioni prevedibili né leggi deterministiche che possano regolare gli aspetti dell’esistenza umana. In particolare nella nostra epoca il caso entra come variabile determinante anche nell’ambito della ricerca scientifica e nelle sue teorizzazioni (per esempio nella fisica contemporanea).

A questo proposito ritengo che il piccolo gruppo terapeutico possa fra l’altro essere un luogo privilegiato di osservazione dove si inverano a livello macroscopico, rispetto al lavoro terapeutico individuale, costrutti teorici di vasta portata che la clinica gruppale supporta, ma che hanno avuto origine in altri ambiti di ricerca. A questo proposito credo si possa sostenere a più livelli che la fase storica che stiamo attraversando è dominata dal paradigma* della complessità, sia per quanto riguarda la realtà esterna che quella interna; entrambe queste realtà, anche dal pensiero scientifico, vengono oggi considerate in imprescindibile connessione. Le nuove scoperte della fisica e della biologia ci insegnano che non esiste un mondo fisico con leggi "per sé", ordinate in modo univoco e atemporale e indipendenti dal soggetto che le percepisce, ma viceversa esiste una realtà in continuo farsi, in continua riorganizzazione: è il ritorno di una sorta del panta rei~ eracliteo riempito di sempre nuovi contenuti. Così l’idea stessa di una realtà esterna, regolata da leggi proprie, ha perso il suo carattere oggettivante in quanto connessa strettamente al soggetto umano conoscente.

Il paradigma della complessità ci permette di sostenere tra l’altro la presenza di molteplici "verità" relative ai vertici e ai dispositivi di osservazione usati e la sostituzione della logica della disgiunzione con quella della congiunzione. A questo proposito ci viene in aiuto il pensiero di Niels Bohr che, per spiegare le apparentemente contraddittorie proprietà della luce, ha utilizzato la nozione di complementarità affermando che sia l’ipotesi della proprietà ondulatoria della luce sia quella corpuscolare erano corrette e che le dualità di base potevano essere accettate senza dover arrivare alla loro mutua dissoluzione o riduzione. Bohr stesso ha riconosciuto una stretta analogia tra l’origine dei fenomeni atomici e il problema dell’osservazione della psicologia umana. Scrive infatti: "Tale confronto non è in alcun modo volto a suggerire un rapporto stretto tra fisica atomica e psicologia ma semplicemente a sottolineare un argomento epistemologico comune a entrambi i campi" (1958). La logica del pensiero epistemologico attuale dunque non si articola più nella dialettica hegeliana degli opposti ma in quella crociana dei distinti. Dialettica dei distinti che, fra l’altro, come ci ha dimostrato più volte Lopez, è essenziale alla costruzione della persona.

Inoltre il paradigma della complessità sottolinea l’importanza del mettere in relazione l’insieme con gli elementi che lo costituiscono, nonché con il più ampio contesto in cui sono inseriti. Valorizza l’apertura al controllo intersoggettivo basato sulla consapevolezza che la "verità" scientifica poggia sull’intersoggettività, e cioè, nello specifico, sull’accordo della comunità scientifica, che è essa stessa socialmente e culturalmente connotata.

Vi è dunque un continuo rimando dal particolare all’universalmente condivisibile e viceversa.

Morin (1982) afferma infatti come il sapere contemporaneo sottolinei l’ineludibile complementarità del singolare e del particolare rispetto al principio di universalità. Evidenzia fra l’altro la necessità di considerare l’importanza della storia e dell’evento per comprendere i fenomeni, l’utilità di ricorrere a un principio di causalità complessa riconoscendo le categorie dell’essere e dell’esistenza e la nozione di autonomia all’interno di una realtà continuamente diveniente.

Questi costrutti teorici mi appaiono fondanti il lavoro gruppoanalitico e nello stesso tempo "inverati" da quanto accade nel qui e ora di ogni seduta. Mi permetto di sostenere questo perché nel mio rimando continuo fra clinica e teoria, stimolato dal lavoro gruppale, ho formulato ipotesi rispetto al costituirsi della storia di ogni gruppo e delle sue specificità terapeutiche per il singolo che mi hanno portato, direi preconsciamente, a riprendere i miei giovanili interessi per l’epistemologia, partendo però questa volta non dalla teoresi filosofica ma dalla prassi clinica (con buona pace di Bader). Ho sperimentato, in un certo senso, nella mia realtà di persona, donna e terapeuta, l’aspetto che, in ambito clinico, definirei terapeutico delle nozioni di complessità e complementarità. Nozioni che aprono alla possibilità di un’integrazione armonica dei diversi aspetti di sé e di un’autentica e valida relazione con gli altri, e che forniscono un modello anche per lo specifico rapporto uomo-donna.

Date queste premesse, a mio parere fondamentali, ritorniamo al tema specifico del convegno relativo alla costituzione dell’identità di genere e della persona.

Innanzitutto vorrei nuovamente sottolineare come ciò che caratterizza la nostra epoca è appunto la complessità delle relazioni e la complessità dei concetti femminile e maschile e di quello di persona.

Del resto già Freud (1905), in una nota al terzo dei suoi Tre saggi sulla teoria sessuale, dove affronta la teoria della bisessualità, così scriveva: "È necessario rendersi conto che i concetti maschile e femminile, che nell’opinione corrente non sembrano presentare alcun equivoco, considerati dal punto di vista scientifico sono tra i più complessi".

In particolare, come ho già evidenziato in altri scritti, nel mondo occidentale la relativamente recente emancipazione della donna dai ruoli tradizionali, derivante dalle trasformazioni economiche e tecnologiche della società, e la conseguente crisi del patriarcato hanno modificato i ruoli precostituiti sia femminili che maschili, dal momento che femminilità e mascolinità sono costrutti relazionali. Questo venir meno di certezze di riferimento conseguente al superamento della logica della separazione dei ruoli, anche se ricco di potenzialità positive, ha però creato un senso di incertezza e di confusione. La lotta per l’uguaglianza ha cancellato così bene le differenze da rimettere in discussione anche la specificità del femminile e del maschile e il loro modo di relazionarsi, all’interno di una ristrutturazione generale del sociale e del privato. Non c’è attualmente nulla che possa garantire la continuità di un rapporto amoroso se non il rapporto medesimo e quello che si fa per mantenerlo vivo e alimentarlo. L’incertezza è dunque una componente stabile della relazione uomo-donna. Non a caso, quindi, spesso è una crisi nel rapporto affettivo che porta uomini e donne a consultarci e a chiedere aiuto per uscire dalla confusione e dal conseguente stato di ansia. Sappiamo inoltre che fra il mondo dei rapporti socio-culturali e quello degli affetti e delle identificazioni che concorrono a costituire l’identità personale esiste comunque uno scarto più o meno grande; l’inconscio individuale infatti non appartiene in proprio a un individuo ma si colloca nel processo di trasmissione intergenerazionale per cui, al di là delle adesioni razionali e razionalizzanti a certi modelli, nei momenti di emergenza e di tensione riemergono arcaici stereotipi che mal si integrano con le aspettative attuali.

Non di rado però mi è capitato di notare che problematiche irrisolte relative a una presunta adulta relazione di coppia rimandano a tematiche più arcaiche, a volte addirittura al diritto dell’individuo a essere, a essere nel mondo.

Ci ricorda Pontalti (1998) che alla base della gruppoanalisi si pone questo assunto: "La nascita della vita psichica individuale e il suo complessificarsi è concepibile solo nell’ambito di una rete di intersoggettualità; rete che va rappresentata come stratificazione gerarchica di molteplici campi di significazione, dal biologico al sociale, dal transgenerazionale al transpersonale. Ognuno di questi campi è produttore di senso e di intenzionalità proprie che vanno ad ‘abitare’ la mente ... La prospettiva qui dichiarata si fonda su due assunti precisi. Le vicissitudini umane non tollerano né riduzionismi né olismi. Le vicissitudini umane non tollerano modelli causalistici lineari. Il campo procedurale dove massimamente si dispiega tale complessità è la psicoterapia". E Ancona scrive: "Conoscenza, trasformazione e gruppo hanno a comune denominatore proprio la complessità" (1999).

In particolare vorrei sottolinere come nel lavoro terapeutico gruppale si può esprimere tutta la complessità della persona, oltre l’identità di genere, nella sua duplice polarità sia di persona, con i suoi attributi idiosincratici e quindi soggettivi e con i suoi aspetti di ineludibile inconoscibilità, sia di Persona nel senso che a questo termine attribuisce Lopez, e cioè di "individuo in grado di realizzare al meglio le proprie potenzialità e di raggiungere i livelli più maturi di coesione e unità, in cui l’universalità della specie si lega alla singolarità dell’individuo". Il tutto all’interno di una storia partecipata e condivisa e in un contesto che consente di essere riconosciuti come persona (soggetto avente valore) in costante dialettica con l’aspetto più universale del valore dell’essere Persona; del resto già Polanyi, nel suo bel libro La conoscenza personale, più volte sottolinea come il personale e l’universale si richiamino reciprocamente.

In effetti anche rispetto a questa tematica ci conforta, non a caso, il pensiero epistemologico contemporaneo che, per citare Binswanger (1955), ha spostato la sua attenzione dall’"homo natura" all’"homo persona", dove il soggetto umano non può più essere dissolto e generalizzato con il termine "uomo" o peggio "mente". Il concetto di persona, scrive Sergio Moravia, "serve oggi a indicare il referente o il titolare dell’esperienza cosiddetta psichica ...e il ritorno dell’io-persona valorizza quella che vorrei chiamare la dimensione irriducibilmente soggettiva dell’esperienza" (1986).

Moravia tende a evidenziare come l’homo persona non è, come sono gli altri enti mondani, solo un essere, ma rappresenta anche la tensione (l’intenzionalità di husserliana memoria) verso un non essere, verso un altro da sé. L’homo persona è un essere nel mondo non certo solipsistico ma in relazione dialettica con il suo ambiente, inteso non tanto e non solo come contenitore esterno ma come dimensione costitutiva del sé.

Per quanto riguarda la clinica mi permetto di insistere sull’importanza dell’essere riconosciuti come persona, cioè soggetto avente valore, perché le patologie con cui oggi più frequentemente ci dobbiamo confrontare sono disturbi di personalità e patologie narcisistiche che hanno la loro origine in fasi molto arcaiche dello sviluppo in cui spesso non è stato riconosciuto all’infante, dalle figure parentali e dal contesto ambientale, proprio il suddetto diritto di essere soggetto-persona.

Del resto la difficoltà dell’infante di essere riconosciuto come avente valore ha origini molto antiche nella storia dell’umanità. Nella mia recente rilettura della tragedia di Edipo ho preso in considerazione anche i primi momenti violenti fondanti il mito in cui è agita l’intenzione di Laio e Giocasta di negare all’infante il diritto appunto all’appartenenza e dunque all’esistenza. Edipo dunque, in modo apparentemente paradossale rispetto al nucleo del conflitto edipico, sembra rappresentare in un primo momento proprio quell’elemento di disturbo, quell’alterità, con cui egli stesso dovrà confrontarsi crucialmente per il costituirsi della propria identità. Edipo è un bambino non voluto, vissuto come portatore di cambiamenti mortiferi, che come tale deve essere eliminato alle origini. Egli è un infante che non viene accolto, a cui non viene assegnato un luogo né un’appartenenza, non porterà mai il nome del padre ma il nome della propria ferita, porterà nel suo nome proprio i segni di quello che Balint definisce il difetto originario. Questo è il primo aspetto universale di cui Edipo è simbolicamente il portatore.

Nel lavoro terapeutico di gruppo, con un’intensità maggiore che in quello individuale, proprio perché coralmente condiviso, colpisce il vissuto comune di essere stato un figlio non voluto, non desiderato e dunque non riconosciuto. Credo che questa fantasia sia stata, almeno una volta, condivisa da tutti gli esseri umani; per quanto si abbiano potuto avere genitori "sufficientemente" buoni, nella vita di ognuno ci sono state inevitabilmente più occasioni di incomprensioni e conflitti in cui ci si è sentiti non riconosciuti e non voluti nella nostra specifica individualità. Penso però che mentre in uno sviluppo sufficientemente sano i momenti di scontro siano essenziali per un’evolutiva individuazione, nelle patologie con cui oggi ci capita spesso di doverci confrontare questi momenti di incomprensione e di attacco, a volte addirittura di negazione del diritto a una propria autonoma esistenza da parte delle figure genitoriali nei confronti dei figli siano stati, non di rado, non l’eccezione ma la regola. Ci troviamo sempre più spesso ad avere come interlocutori quelli che Borgogno, riferendosi alla Heimann e a Bollas, ha definito "spoilt children", cioè bambini espropriati della propria specifica individualità. Bambini in cui non soltanto vengono posti proiettivamente esigenze, bisogni, desideri che non sono loro, ma da cui vengono estratte aree di espressività e di esistenza. Scrive Borgogno: "L’evoluzione, che per diritto naturale spetterebbe a ogni essere, viene così del tutto o in parte impedita e bloccata. Il bambino risulta infatti espropriato di qualcosa di suo e di specifico, trovandosi depositato internamente qualcosa di alieno ed estraneo, che proviene dai genitori e che in molti casi uccide ogni vita e ogni crescita" (1999).

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Tiziana, nell’ultima seduta, esprimeva fra le lacrime il suo dolore di non sentire emozioni di alcun tipo; a volte provava rabbia, solo rabbia di non saper comunicare in modo adeguato, anche se non sapeva cosa avrebbe dovuto o potuto esprimere di vivo, di suo. Questo la faceva sentire più grave di tutti gli altri membri del gruppo e quindi le faceva rivendicare il diritto di avere più attenzione.

La madre, seriamente depressa e in un clima di anaffettività, l’aveva educata a essere una brava e ubbidiente bambina silenziosa, che riempiva di doni. Doni che non erano adeguati perché mai attenti al gusto e agli interessi reali della figlia. Ancora piccola, Tiziana aveva espresso il desiderio di non ricevere più regali e aveva imparato a non avere più desideri. Quando poi Tiziana era divenuta prima adolescente e poi una giovane donna, la mamma sosteneva di dimostrarle il suo affetto trattandola come la migliore amica e raccontandole tutto di sé. L’ultima verità raccontata era che si era innamorata del compagno di Tiziana e che ci sarebbe volentieri andata a letto visto che fra l’altro non sembrava che Tiziana tenesse molto a lui, mentre avrebbe voluto presentare alla figlia un suo giovane amante di poco più grande di lei che, a suo dire, avrebbe potuto piacerle. Tiziana riferisce queste cose ostentando una totale indifferenza, come prova di una buona relazione con la madre a cui anche lei è stata abituata a dire tutto. La voce monocorde non esprime nessuna emozione; solo il commento affettuoso e rispettoso di lei da parte dei componenti del gruppo le fa venire qualche dubbio rispetto all’autenticamente supposta ovvietà della sua situazione. Dico a Tiziana che mi sembra che viva una vita di "seconda mano"; mi rivolge per la prima volta uno sguardo dolce e grato, dice che è proprio così che sente da sempre.

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Mi pare di fondamentale importanza, per questo tipo di pazienti con disturbi che hanno avuto origine in fasi molto arcaiche dell’esistenza, il fatto che fra le varie potenzialità del gruppo vi sia anche quella di poter riattualizzare quei livelli molto primitivi dell’esperienza dove hanno avuto appunto origine i loro deficit. Come ho ricordato più volte nei miei lavori, il gruppo infatti, permettendo di muoversi a diversi livelli avanti e indietro in un tempo che si muove lungo una spirale, consente fra l’altro anche di riattualizzare quella situazione fusionale arcaica (che Balint definisce "del difetto fondamentale") senza distinzione fra psiche e soma, tra soggetto e oggetto, in cui emergono fantasie di onnipotenza che permettono di riparare il percorso del "sé grandioso" (base per lo sviluppo del "vero sé"). I pazienti in questo modo possono, magari per la prima volta, fare esperienze fusionali rassicuranti all’interno del gruppo vissuto come "holding", e in seguito risintetizzare e integrare, grazie al lavoro gruppale e agli opportuni interventi del terapeuta, gli oggetti parziali in un oggetto totale.

La possibilità di attingere a questo livello arcaico è potenzialmente presente fin dall’inizio della storia del gruppo e continuerà a esserlo per tutto il tempo della sua esistenza, dal momento che essere in gruppo richiede la capacità di mettere in gioco le zone simbiotiche comuni, e ciò è reso possibile dalla particolare permeabilità che le frontiere dell’io assumono nella situazione gruppale. All’inizio della terapia però i membri del gruppo, uomini e donne, si difendono dal lasciarsi andare in una dimensione di fusione dal momento che temono di fare questa esperienza che annulla le differenze, anche quelle corporee immediatamente visibili fra uomini e donne, perché vissuta come potenzialmente annichilente. Nel corso del lavoro condiviso, in concomitanza con il costituirsi di un clima di fiducia e di accoglimento, è possibile cominciare a sentire, anche se in modo confuso, che insieme si sta bene; da questo iniziale star bene insieme si origina la possibilità di una fusionalità più autentica e profonda nell’evolversi del processo gruppale. Il gruppo stesso viene quindi più volte sperimentato come quell’ambiente "sufficientemente buono" in cui si può con fiducia lasciarsi andare anche a un’esperienza arcaica e che quindi può fungere da sostituto adeguato dell’oggetto primario. Inoltre condividere un’esperienza così intensa e profonda in cui si annulla ogni differenza, e quindi anche quella fra uomini e donne, permette agli uni e alle altre di acquisire, attraverso la riflessione sull’esperienza medesima, la consapevolezza di un’antica comunanza di sentire.

Proprio dalla riattualizzazione simbolica della relazione con la madre fusionale onnipotente, però, si origina la necessità di una diversa individuazione fra donne e uomini e quindi di una loro differenziazione. Infatti la formazione dell’identità femminile ha luogo nel contesto di un rapporto senza fratture in cui l’esperienza dell’attaccamento affettivo si fonda con il processo di formazione dell’identità e questo produce spesso nelle donne una tendenza a mantenersi più a lungo in posizioni simbiotiche. I maschi al contrario, nell’identificarsi come appartenenti al sesso maschile, devono distinguere la madre da se stessi, rinunciando in parte all’oggetto d’amore primario, cosa che stimola negli uomini una maggiore spinta verso il movimento di separazione-individuazione. Così i processi di identificazione femminili sono relazionali e si situano nell’area dell’essere, mentre quelli dell’identificazione maschile sono oppositivi e si situano nell’area del fare, come ben ha descritto Winnicott (1971). Dalle origini dunque, la somiglianza e la solidarietà fra uomini si costruiscono originariamente attraverso l’allontanamento dalle donne, e in primo luogo della prima fra loro, dalla madre. Non di rado mi capita di assistere nei miei gruppi, dopo sedute in cui prevale la fusionalità, a una divisione del gruppo in due sottogruppi, dislocati nello spazio l’uno di fronte all’altro, gli uomini da una parte e le donne dall’altra. In questa situazione, questa specifica modalità di occupare lo spazio circolare gruppale viene stimolata, non a caso, dagli uomini.

La fiducia e l’attribuzione di valore al gruppo, conseguente anche all’aver esperito e condiviso esperienze fusionali arcaiche, si accompagnano per i singoli membri al nascere della fiducia in se stessi come soggetti aventi valore, e questo stimola movimenti verso l’individuazione. Il gruppo infatti, nel divenire del lavoro, è considerato dai membri sia come un’estensione di sé, sia come un luogo in cui esserci e dire, guardare, ascoltare e cominciare a pensare e a essere pensati in un contesto vasto e articolato in cui la presenza degli altri costringe ad affrontare concretamente la complessità e le diverse modulazioni del reale. L’appartenenza al gruppo viene continuamente alimentata attraverso la messa in comune di vissuti personali che vengono così resi pubblici e valorizzati dall’ascolto degli altri che ne diventano partecipi testimoni. La pubblicizzazione dei vissuti e la comprensione da parte del gruppo degli eventuali agiti attribuiscono alle emozioni e alle azioni dei pazienti valore di comunicazione, comunicazione con cui ci si abitua a confrontarsi in modo dialettico e che può quindi essere condivisa e articolata in diverse sfaccettature. Sperimentare ciò permette ai membri del gruppo di comprendere che anche le emozioni più difficili da affrontare e i vissuti più angosciosi, nel momento in cui diventano comunicazione, possono essere accolti, capiti ed eventualmente modificati. Questo grazie anche a una più realistica capacità di pensare che all’interno del gruppo si viene via via sviluppando e che spesso si accompagna a una gratificante sensazione di autenticità. L’esperienza positiva di appartenenza a un gruppo, che sappiamo fondamentale per la costruzione o la ri-costruzione del sé, va dunque di pari passo con la costruzione di un pensiero più adeguato e maturo capace di superare le dicotomie estremizzanti della logica disgiuntiva che spesso sottende sensi di colpa. Così anche la colpa e i conseguenti vissuti di inadeguatezza possono finalmente essere analizzati.

Il passaggio da posizioni fusionali a movimenti di separazione-individuazione avverrà per i singoli componenti più volte nel processo gruppale (tempo a spirale) e il terapeuta dovrà fare in modo che, diversamente da quanto accaduto nella famiglia di origine, questo passaggio inevitabilmente doloroso e faticoso non avvenga mai in modo traumatico ma graduale e condiviso e che queste esperienze rimangano nella storia del gruppo come serbatoio di energia a cui accedere nei momenti di fatica e difficoltà. La storia del gruppo viene costruita insieme da tutti coloro che vi partecipano e il ricordo di chi ha interrotto e di chi ha compiuto con successo il proprio percorso terapeutico viene tramandato dai pazienti da una generazione all’altra. La costituzione di una storia comune permette di andare oltre la frammentazione e l’episodicità dell’io, verso la condivisione di esperienze umane universali, e consente di attuare una sintesi positiva fra la prospettiva sincronica e quella diacronica, producendo un movimento contrario ma complementare a quello verso l’individuazione, fornendo le basi per andare oltre la paura della separazione e della solitudine, dal momento che collega l’individuo agli altri. Nel momento in cui il gruppo ha una sua storia condivisa, e quindi è vissuto anche come un valido contenitore di ricordi, emergono con sempre maggiore pregnanza, e non a caso, i ricordi infantili dei membri del gruppo. Spesso i pazienti con deficit arcaici iniziano il lavoro terapeutico sostenendo che hanno pochi e vaghi ricordi della loro infanzia, infanzia che di solito tendono a tratteggiare con una coloritura emotiva neutra. Inoltre frequentemente i loro discorsi in proposito sono accompagnati da sorrisetti imbarazzati tendenti apparentemente a sdrammatizzare ma in realtà a svalorizzare il contenuto di quanto espresso, contenuto cui peraltro fino a quel momento nessuno aveva attribuito significato e valore. Nel corso del lavoro gruppale, viceversa, è stato possibile sperimentare che la storia e i ricordi hanno una potenzialità di autorappresentazione strutturante e dotata di senso, che ha dato valore anche ai singoli componenti. Rassicurati da un’appartenenza comune e positiva i pazienti possono allora ulteriormente distinguersi gli uni dagli altri, recuperando la propria personale storia relativa anche all’essere maschio o femmina, che li individua e a cui possono finalmente dare significato. Le esperienze infantili riviste da una base più sicura non sono più annichilenti e quindi non hanno più bisogno di essere considerate all’interno di uno scenario in cui domina la colpa onnipotente e persecutoria, dove o si è i distruttori o si è i distrutti. Il gruppo diviene allora quel luogo dove si possono vedere le antiche ferite e dove si può con fiducia aspettarsi che vengano curate anche se non sempre sono totalmente guaribili.

A sedute in cui si partecipa a situazioni fusionali, che torneranno a livelli diversi nel divenire gruppale (tempo a spirale), si alternano sedute in cui nel gruppo si riattualizza la fase adolescenziale e il gruppo diventa un gruppo di "pari" con specifiche caratteristiche, fra cui la rimessa in discussione dei modelli familiari e la possibilità di costruire nuovi valori e nuove risposte. Conflitti inter- e intrapsichici tendono a essere presentificati e agiti in relazione a oggetti che possono rappresentare oggetti del passato o anche oggetti-sé con il conseguente vissuto, tipicamente adolescenziale, di irrequietezza e confusione. Spesso le modalità relazionali apprese in famiglia vengono agite nell’interazione gruppale; ma mentre di solito sono così profondamente radicate nella struttura dell’io maturo da non poter essere riconoscibili, in questa situazione faticosa, ma potenzialmente positiva, vengono rispecchiate nel e dal gruppo e quindi comprese, riconosciute e, a seconda delle situazioni, eliminate o integrate. È di questo periodo la possibile divisione del gruppo in due sottogruppi omogenei per sesso, in cui la paziente e il paziente che sono da più tempo in terapia, assumono il necessario ruolo di mentore che molto spesso è mancato nell’ambiente di origine e che ha l’importante funzione di meglio definire e consolidare nell’identità di genere, creando una profonda solidarietà con il proprio sesso che non implica necessariamente una complicità contro il sesso opposto. Si pone particolare attenzione anche al proprio corpo, che viene osservato, a volte criticato e/o accudito con più cura, ci si interroga e confronta sulle caratteristiche del corpo femminile e maschile e sui rispettivi attributi reali e simbolici, su ciò che alle donne piace o dispiace degli uomini e viceversa. Si riattraversano e riaffrontano tematiche edipiche, che concorrono a meglio definirsi nell’identità di genere, accompagnati da sentimenti di rivalità, invidia e gelosia. Le discussioni vertono sui "massimi sistemi", sul senso della vita e della morte, che riflettono il ripresentificarsi di conflitti con gli oggetti interni, riesternalizzati nel gruppo, e le angosce legate ai sentimenti di distruzione e di perdita che sempre accompagnano le fasi di cambiamento e una nuova consapevolezza del rapporto uomo-donna che permette di cominciare a intravedere modalità più mature di relazionarsi reciprocamente. Si comprende che quando finisce la fase adolescenziale e idealizzante dell’innamoramento, inizia la relazione più impegnativa in cui è necessario abbandonare le fantasie onnipotenti e assumere un atteggiamento più realistico e maturo, pena la fine della relazione stessa. Si evidenzia come coloro che vogliono mantenere la relazione amorosa in un contesto di idealizzazione rischino la falsificazione del rapporto. L’amore adulto implica coraggio e resistenza per percorrere un lungo cammino pieno di ostacoli, in cui si deve tenere conto dei limiti e degli aspetti meno ideali di se stesso e dell’altro. Questo consente di passare dalle aspettative onnipotenti proiettate sul partner o sulla relazione, alla consapevolezza di una responsabilità condivisa; allo scontro fra due individui schiacciati dal peso di storie differenti, storie che gridano vendetta, distribuiscono colpe ed esigono risarcimenti, si sostituisce la possibilità di un incontro autentico fra due persone. Nel corso del divenire gruppale si affrontano anche tematiche relative ad aspetti trasgressivi riguardanti la sessualità; accade così che riemergano episodi tenuti fino a quel momento segreti, sottesi da vergogna e da sensi di colpa. Negli spazi lasciati liberi dalla sovrapposizione fra il gruppo della famiglia di origine e il gruppo terapeutico, si fa strada la possibilità del cambiamento e dell’uscita dalla coazione; a volte infatti il ruolo richiesto al soggetto in famiglia è diverso da quello richiesto dal gruppo terapeutico, non foss’altro per il fatto che il ruolo abituale inconsciamente giocato in famiglia, nel gruppo terapeutico può essere già occupato da un altro membro. Kaës (1998), riprendendo la definizione bioniana della mente come estesa e relazionale, sottolinea che "la formazione e l’attività del preconscio ha per condizione di essere inscritta nell’intersoggettività"; infatti: "originariamente è la madre che si costituisce come porta-parola di fronte alle stimolazioni interne ed esterne dell’infante ... e nel gruppo i processi associativi funzionano come un dispositivo di metabolizzazione che rende possibile la riattivazione dell’attività del precon-scio ...". Il gruppo funziona dunque anche come un apparato di trasformazione dell’esperienza traumatica che la rende pensabile.

In particolare, in un mio gruppo, due donne e un uomo raccontano con sofferenza, ma con la fiducia che finalmente potranno essere capiti, di aver subito atti di violenza sessuale da parte di adulti, quando erano preadolescenti. La cosa che colpisce gli ascoltatori è il fatto che ognuno dei "narranti" si attribuisce in qualche modo una parte di colpa rispetto all’accaduto e quindi anche per questo prova una profonda vergogna nel riferirlo. Mi è facile far comprendere, attraverso un’analisi puntuale delle vicende riferite, cui partecipa con profondo coinvolgimento tutto il gruppo, come il sentirsi in colpa derivi da un bisogno di non essere annichiliti dall’impotenza; impotenza che negli episodi narrati sembra essere stata così atroce e annichilente per le persone in causa, già segnate da una particolare fragilità, da non poter essere tollerata all’epoca in cui la violenza sessuale era stata perpetrata. Sentirsi in parte colpevoli li aveva preservati dal senso di annichilimento totale che l’impotenza assoluta provoca. Nessuno di loro aveva potuto parlare ai genitori dell’accaduto per motivi apparentemente diversi, in realtà accomunati dalla certezza condivisa che non vi sarebbe stata comprensione ma negazione del fatto o peggio colpevolizzazione. Non era stata data quindi, a queste esperienze, la possibilità di entrare nell’area della pensabilità. Viceversa nel gruppo diventa finalmente possibile dare voce al segreto, riemergono ricordi rimasti inesprimibili e inespressi dall’epoca della violenza subita; ora vi sono testimoni benevoli che consentono di superare la vergogna e di ricevere la comprensione e le cure che erano mancate al momento del trauma. Uomini e donne possono, senza paura, piangere insieme, oltre qualsiasi antagonismo di genere. Il gruppo, interlocutore privilegiato, accoglie commosso le loro lacrime e le loro parole e ciascuno interviene, in una situazione di mutuo scambio che promuove un’utile differenziazione, permettendo di chiarire ulteriori passaggi e di elaborarli. Il trauma divenuto parlabile, si svela e si riempie di significati in un clima di accoglimento profondo; il ricordo, divenuto comunicazione e pensiero, modifica la memoria con conseguenze positive per il presente e il futuro dei singoli pazienti e del gruppo stesso. Il gruppo dunque, riprendendo Kaës, funziona come un apparato di trasformazione dell’esperienza traumatica: "La riorganizzazione dell’après coup produce le condizioni psichiche della messa nella storia, cioè in una configurazione condivisa, discorsiva e ordinata nel tempo, di un’esperienza traumatica che fu fuori dal tempo e dalla parola". Così il passato può diventare finalmente passato e non allunga più la sua ombra distruttiva sul presente. Ombra che aveva fino a quel momento impedito, alle donne che avevano vissuto la violenza, di avere un rapporto di autentica fiducia nei confronti degli uomini, e all’uomo, di ritrovare la stima e la fiducia verso di sé, base fondamentale per un rapporto costruttivo con gli altri e quindi anche con le donne. Se il passato si modifica allora si può costruire un nuovo finale e non continuare a ripetere la stessa storia; si comincia davvero a credere alla possibilità di un cambiamento, alla possibilità di una fiduciosa intimità nella relazione uomo-donna grazie a una comunicazione autentica e profonda. Comunicazione che per molti è stato possibile sperimentare per la prima volta all’interno del gruppo e che ha permesso di superare il disastroso modello di non comunicazione fra uomini e donne, spesso appreso nella famiglia di origine.

Si comincia a intravedere che oltre alla logica della sopraffazione esiste quella della reciprocità che consente di passare dalla dialettica degli opposti alla dialettica dei distinti, dove l’altro, il diverso, non è più un nemico da abbattere nell’ottica di mors tua - vita mea, ma anzi l’altro è necessario per la costituzione e la comprensione di sé. L’alterità non più subita ma ricercata rende possibile un modo più articolato e complesso di vedere la realtà. Si comprende così che se non si è capaci di incontrare il diverso e il pericolo che esso comporta, non affronteremo mai neppure la nostra autentica naturalità. Una volta accettato il valore del diverso e della separatezza si possono di nuovo ricercare i punti di contatto nel divenire del movimento gruppale di fusione-individuazione. L’interazione fra donne e uomini permette di affrontare insieme anche ansie di inadeguatezza rispetto alle prestazioni sessuali e le tematiche relative all’invidia del pene e all’angoscia di castrazione che, comprese nel loro significato metaforico e simbolico, vengono analizzate insieme da maschi e femmine. Si impara ad accettare come valore che in ciascuno coesistano elementi femminili ed elementi maschili, si riconosce dunque senza più paura la bisessualità psichica presente in ogni essere umano, senza che questo crei confusione rispetto alla propria appartenenza di genere, nel frattempo ormai consolidata. Nel procedere del lavoro terapeutico si creano condizioni che permettono a ogni membro del gruppo di sperimentare la tensione verso il divenire "Persona" nell’accezione datane da Lopez, cioè modello capace di attrarre a sé lo sviluppo libidico-emotivo dell’individuo e della specie umana. Se dunque all’inizio del lavoro è il terapeuta che si deve far carico della propria bisessualità assunta come valore e della tensione verso l’essere "Persona", nello svolgersi della storia condivisa queste potenzialità vengono assunte in differenti momenti dai diversi componenti e diventano costitutivi di sé. Inoltre i movimenti tipicamente gruppali di fusione e individuazione permettono di costituire un’area di creatività condivisibile dalle donne e dagli uomini, che consente di liberarsi dagli stereotipi e di fondare un’identità di genere attraverso un confronto e uno scambio che dalla dialettica degli opposti si risolve nella dialettica dei distinti, in cui la contrapposizione si modula nella distinzione. L’acquisito diritto a essere soggetto-persona permette dunque nel divenire della condivisa storia gruppale di tendere a valori universali nella disponibilità a cogliere la complessità del mondo interno ed esterno e la complementarità dell’altro da sé.

Così l’essere e il divenire nella storia del gruppo fanno sperimentare a ognuno la validità della massima di Terenzio più volte citata da Seneca e Agostino: "Homo sum: humani nihil a me alienum puto", ma aprono al contempo la strada per inneggiare all’origine della vita affermando gioiosamente "vive la différence".

 

 

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Silvia Corbella
Viale Romagna, 58
20133 Milano

(*) Per "paradigma" o, con l’espressione in seguito usata da Kuhn, "matrice disciplinare" si intende la condivisione, da parte delle comunità scientifiche, di molte specie complesse di convinzioni e di "impegni cognitivi" che forma l’ossatura per la teorizzazione e l’osservazione durante un certo periodo di tempo e che alla fine è sostituita da una nuova "cristallizzazione" che è utile per risolvere problemi differenti e in ambiti diversi.

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