tGli argonauti. Rivista di psicoanalisi e società
                 
Sisto Vecchio
Il gemello eterosessuale

"... così doveva essere: così doveva scoprire la verità, senza perdere di vista la vita, la vita viva, complessa, enigmatica"

(Musil)

Questo argomento si è rivelato particolarmente complesso e ha sollecitato riflessioni a più "livelli di realtà", come del resto accade ogni volta che si tenta di argomentare intorno ai "fatti psicoanalitici". Questo attiene in più modi alla difficoltà di raccontare un’esperienza, che "per sua natura" si propone come non riducibile al paradigma di una causalità lineare, "oggettivamente" inventariabile, e che, proprio in forza di questa peculiarità, mette in tensione la stessa referenzialità del linguaggio di cui forza le potenzialità simbolico-trasformative. Argomenti questi che meriterebbero di essere trattati più ampiamente perché attinenti in vario modo a quella che noi chiamiamo "realtà psichica", cui rinviano come alla "trama profonda" dell’oggetto analitico. Questa trama, come la nostra pratica rivela, nel suo "errare" radicale sprofonda al di qua della distinzione soggetto-oggetto, nella cui provvisorietà è rintracciata ogni possibilità trasformativa del soggetto, le condizioni del suo stesso progredire sulla via della consapevolezza. È nelle situazioni di "crisi", tuttavia, che si rendono più leggibili i modi in cui, sulla spinta dei complessi e dinamici processi di individazione-separazione, si organizza l’esperienza di un sé distinto dall’oggetto, mostrando le profonde interrelazioni che permangono tra "mondo interno" e "mondo esterno", il loro necessario rinviarsi nel trascorrere evolutivo di forme esperienziali e organizzative diverse.

È questo il filo rosso che annoda le storie qui raccontate; un filo che nei suoi ondeggiamenti, nelle sue emersioni e sprofondamenti, tra dentro e fuori, tra identità e differenza, tra familiarità ed estraneamento, continua a disegnare quell’intervallo nella "prosa del mondo" da cui soggetto e oggetto, di volta in volta, prendono forma disvelando, al tempo stesso, la loro comune provenienza.

Il titolo di questo lavoro è stato all’origine di una vicenda personale che mi ha sorpreso. La racconto brevemente. Forse perché ricostrure la "cornice" entro cui collocarla mi ancora in un "luogo" da cui parlare; mi assicura, fornendomi lo "sprone necessario" a rompere il ghiaccio. E già qui, in questo inizio incerto, la metafora del "ghiaccio" mi costringe a una digressione. Una metafora, questa del ghiaccio, abusata certo, ma che in quanto luogo comune non manca di dire della necessità di pensarsi in un luogo condiviso, comune, appunto, per contenere e modulare la tensione necessaria a parlare, a costruire un discorso che si vorrebbe originale.

La metafora del "ghiaccio", con l’ambiguità che è propria della metafora, costruisce una scena in cui l’epistemofilia mostra la sua faccia aggressiva, la distruttività da cui l’io, mediante i processi di sublimazione, trae la forza necessaria per far fronte alla sfida dell’enigma, al rischio che borda l’ignoto, o anche semplicemente il non-conosciuto.

Sempre collegata a questa scena dell’inizio, della pagina bianca, del silenzio, tuttavia, il linguaggio comune offre un’altra metafora connessa al ghiaccio, quella del "ghiaccio che si scioglie"; evocatrice, questa, della tensione che si acquieta in un abbraccio fusionale, ma anche dello "schermo bianco" del sogno (Lewin), di un appagamento senza limiti che inghiotte, che annienta il sé.

Due scene fantasmatiche che l’immagine del "ghiaccio" in-trattiene, l’una e l’altra come entrambe possibili. Vi si possono leggere fantasmi di scontro/ incontro, di Eros e Thanatos, una sorta di binarismo entro cui prende forma il non-ancora di una relazione soggetto/oggetto non esperibile nell’area di una realtà condivisa. Forme immaginarie che pur nell’indecidibilità del presente prestano un volto all’assenza. Scene fantasmatiche, certo, che infiltrano la scena reale facendone, come sappiamo, un "altro luogo", dove la turbolenza delle emozioni rende difficile pensare, dove il soggetto e l’oggetto stemperano la loro definizione nell’ambiguità di una situazione di attesa. Stare in "questo luogo altro" è, perciò, ri-sentire i confini del sé stridere nell’attrito con il nulla di senso che vi si oppone siderandosi nella massiccia in-differenza dell’ignoto.

Il freddo cui la metafora allude allora ha a che fare in più modi con l’esperienza della solitudine, dell’estraneità, rinviando, ancora una volta, al pathos della distanza, entro cui può modularsi l’arco tensivo che dà al sé la consistenza necessaria al lavoro del pensiero, lavoro che mira a fare familiare quanto ancora si propone col non-volto enigmatico dell’estraneità.

In questo momento inaugurale, quindi, l’ignoto si anima di arabeschi immaginari, di fantasie anticipatrici, che ci affrettiamo a dire provenienti da un mondo "interno" assegnandoli a un luogo che non turba i confini dell’io-realtà. E, tuttavia, non possiamo dire che questi arabeschi non dicano niente. Se la scena reale è ancora da venire; se di essa non sappiamo niente che possa essere descritto in termini "oggettivi", l’animarsi del desiderio sembra supplirvi col suo corredo di oggetti-fantasmi. Il fatto è che la metafora inaugura un nuovo contesto di senso che si produce per effetto di una rottura del codice, del linguaggio ordinario, perturbando, per ciò stesso, il sentire sicuro che abita la doxa, e avvia piuttosto quel "guardare attraverso" di cui parla il filosofo a proposito dell’esperienza estetica, esperienza che sospende le categorie del vero e del falso per declinarsi piuttosto nelle modalità del sentire e del presentimento. Il linguaggio, la metafora, appunto, conciliando i processi primario e secondario, crea una scena immaginaria che consente, provvisoriamente, di legare le forti emozioni che si mobilitano in questa scena delle "origini". Potenza dell’immaginario – Baudelaire non lo chiama forse "regina della verità"? – che rende permeabili le frontiere del reale, ne oltrepassa i limiti, osando andare oltre e, nella sospensione del giudizio di realtà, in forza di un pensiero vivo, ridisegna possibili configurazioni che sottraggono il soggetto al regime inquietante dell’indifferenziato! Potenza al tempo stesso del linguaggio che, portando il lutto dell’oggetto, fa della sua sparizione un’assenza-presenza virtuale, dando forma all’informe con cui sottrae il soggetto al bianco inerte dell’impensato! Se guardiamo ancora una volta, per poi congedarcene definitivamente, alle metafore del ghiaccio, vediamo che in esse si allude a due relazioni soggetto/oggetto declinate sulle tracce di una potenza primigenia che vi si esprime col linguaggio-azione di Eros e Thanatos. Coppia primordiale di cui la scena "primaria" si anima in una disseminazione di differenze sulle cui tracce il pensiero muove annodando e disgiungendo, impegnato a togliere il velo, a dar senso al "mormorìo indefinito" che l’accompagna in una "dualità senza ricorso".

Ma torniamo alla breve storia cui ho accennato.

Quando gli amici della redazione mi offrirono la possibilità di essere uno dei relatori a questo convegno, io provai una certa inquietudine; insieme alla gioia e alla seduzione "narcisistica" di dare il mio contributo, mi si fecero innanzi, infatti, altrettanto forti pensieri che mi portavano lontano, alla fatica di un periodo lavorativo per me decisamente impegnativo. Mi dissi anche che era un pensiero sano quello che mi spingeva al "risparmio". Avevo cercato un compromesso che mi avrebbe risparmiato in parte la fatica, ma questo, come si vede, non era andato a buon fine. Ma la cosa non finisce qui. Come Freud ha saputo insegnarci, il principio del piacere non cede facilmente, cosicché, quando qualche giorno dopo ho dovuto comunicare il titolo del mio lavoro, il preconscio ne fabbricò uno con un’immediatezza sorprendente: "Il gemello eterosessuale". Il titolo si disegnò nitido nella mia mente come quello del capitolo di un libro. Ne potevo vedere persino le lettere. Avevo la "sicurezza" che fosse il capitolo di un testo sull’adolescenza. Da allora passò del tempo senza che me ne occupassi finché non lo cercai tra i miei libri senza, ahimé!, trovarlo, se non come traccia, citazione che rinviava ad altri lavori. Ancora adesso resto un po’ dubbioso, forse se avessi fatto altre ricerche lo avrei trovato; ma tant’è, ho dovuto desistere. La fantasia del "lavoro già scritto" è stata una fantasia potente nella quale per molto tempo mi sentii cullato, protetto, dispensato dalla fatica di fare un lavoro; il pensiero, che come si sa, si declina dalla parte della realtà, stemperava questa fantasia onnipotente in una versione per molti aspetti più accettabile: quella di poterne fare uso come di una traccia suggestiva da cui partire, di un "contenitore" dove mettere emozioni, riflessioni disordinate, pensieri frammentati, talvolta confusi, altre volte più netti e definiti, che si sono via via depositati nel corso dell’attività analitica e che in modo fluttuante e discontinuo tendevano a configurarsi come un paradigma particolare più volte incontrato nel processo analitico, che giudicavo valesse la pena di indagare in modo più sistematico.

Il "gemello eterosessuale", in questa avventura della scrittura, declinata tra illusione-disillusione, si presentava, quindi, sulla scena personale assumendo l’andamento di un sintomo, di un doppio, che rinviava a un altrove immaginario dove avrei potuto trovare un "quasi-tutto", l’oggetto da costruire e ancora mancante, che se non mi esentava dal fare il lavoro, aveva avuto certamente una "funzione facilitante", una sorta di cassetto magico dove mettere dei pensieri senza "preoccuparmi" di ordinarli in un discorso, dacché da qualche parte vi era già un contenitore in cui si sarebbero organizzati, per così dire, "naturalmente". Si metteva in scena, quindi, una fantasia rassicurante, benevola che, come il Giano dei romani, il dio protettore delle porte, si incaricava di segnare la soglia, la via di accesso a quanto ancora non era stato elaborato per essere scritto. Quanto è avvenuto ha certo a che fare con il riattivarsi di fantasmi connessi a una scena creativa in cui la rappresentazione di sé viene rimessa in gioco, almeno in parte, messa alla prova del terzo, arrischiata in un progetto di cui non si conosce l’esito, in quanto coincidente proprio con la costruzione di un oggetto per definizione non ancora realizzato. L’oggetto immaginario, questa tessitura fantasmatica, proprio come la maschera posta ai limiti dell’ignoto, dà una soluzione transitoria alla tensione, sollevandomi dalla minaccia di un "nulla da dire", non mancando di fornirmi una sorta di surrogato di piacere. Una fantasia, quindi, che mi ha consentito di tollerare l’inquietudine connessa all’assenza dell’oggetto reale, investito di una possibile conferma del sé. Questo "oggetto " già esisteva in forma di "gemello", si trattava di ritrovarlo per riscriverne le differenze e farlo proprio, in un dialogo di riconoscimento e differenziazione. Questo doppio immaginario, pensato in un libro, aveva creato uno spazio fiducioso dentro di me, facendomi transitare oltre le angosce narcisistiche che il "nulla di oggetto" metteva in scena. Una funzione paraeccitatoria, di rêverie, che, rendendo possibile il gioco del differire, preparava all’esercizio della funzione ordinatrice del pensiero da cui poteva nascere, prendere forma lo scritto reale.

Questa storia personale, un po’ curiosa e, come dire, di piccola psicopatologia quotidiana, naturalmente si presta a molti livelli di lettura, ma indubbiamente uno si impone sugli altri, prendendo forma sullo sfondo delle tensioni libidico-emozionali connesse a un lavoro alla cui estremità, con le parole del poeta, sbocciano, e non sempre, i "fiori del pensiero".

Essa mette in scena, voglio dire, una vicenda che ha a che fare col pensare, col conoscere, col costruire simboli con cui mettersi in relazione con l’altro. Un altro ubiquitario, in quanto altro come destinatario esterno e insieme altro come oggetto non conosciuto a cui dare forma e, infine, l’altro di sé, nella proiezione dell’ideale, che solo in forza dell’oggetto prodotto potrà ricevere conferma. Questa dinamica rende evidente l’assottigliarsi dei confini del soggetto la cui identità, seppure transitoriamente, sconfina nell’oggetto da inventare, che assume lo statuto di "oggetto trans-narcisistico", secondo la formulazione di Green, per effetto di un transfert di base, o primario, di oggetto specchio o di oggetto-sé. È questo che del soggetto si rimette in gioco nel perdersi e ritrovarsi di un lavoro che, pretendendo di attingere in qualche modo alla creatività, attraversa le regioni dove illusione e realtà si declinano ancora nello stesso idioma.

Ma il lavoro di quello che, concordemente con quanto David Lopez e Loretta Zorzi hanno espresso nel libro Sapienza del sogno, possiamo definire il grande tessitore di storie, il preconscio, non si arresta qui. La fantasia espressa nel titolo del lavoro, in modo condensato, indica una soluzione che soddisfa varie mie aspettative, non mancando di darmi delle indicazioni precise su dove trovare l’oggetto soddisfacente. Il libro sull’adolescenza è più che un indizio, esso sta a indicare che questa configurazione immaginaria ha a che fare col lavoro dell’adolescenza, con una situazione di transito, di passaggio che caratterizza i processi psichici con cui l’adolescente ri-lega i fogli della propria soggettività, dà soluzione al problema dell’identità e non solo sessuale; un argomento su cui ultimamente ho scritto più volte e che, guarda caso, ho fatto la fantasia di raccogliere in un libro.

Ma c’è anche un altro indizio per me ragguardevole che ha a che fare con il tentativo di rappresentare in una forma plastica il paradigma complesso dell’et, et, quale soluzione del paradosso logico della dialettica identità/differenza.

La metafora del "gemello eterosessuale", come ogni metafora, include più sensi; fin qui l’abbiamo seguita nel suo proporsi all’interno di un processo di pensiero, come a delineare una sorta di paradigma connesso all’emergere di una nuova realtà, dove l’altro si presenta per quel minimo di differenza che lo distingue dal medesimo, al limitare del discernere con cui prende forma ogni esperienza. Esperienza paradossale in cui l’identificazione, il registro narcisistico, fa i conti con la differenza implicata e promossa dal desiderio. Un significato, questo, che, con tutt’altra drammaticità, trova conferma nell’esperienza clinica.

Il "gemello eterosessuale" è, come ho già detto, una metafora da me presa a prestito per disegnare delle emergenze cliniche incontrate nel lavoro sia con adolescenti, sia con adulti di entrambi i sessi. Essa designa una fantasia inconscia che il lavoro analitico poteva ricostruire après coup; talvolta rintracciata nei sogni, più spesso agita nella realtà esterna, in una coppia della vita reale, coppia i cui partner persino a un’osservazione esterna apparivano poco differenziabili tant’erano forti gli effetti di una massiccia identificazione mimetica reciproca. Una fantasia che si rendeva leggibile in negativo, per effetto della rottura drammatica di un legame d’amore che si connotava come vero e proprio "cataclisma". Lo scenario di grande cambiamento faceva emergere il

drammatico crollo di un’illusione, di una perdita che rischiava di frantumare il sé, di disperderne i confini, di smarrimento, di con-fusione. Questa crisi, che per gli adolescenti era spesso la motivazione attuale per la richiesta di un trattamento, nel lavoro con gli adulti caratterizzava un momento particolarmente importante, una svolta nella relazione, come se solo allora potesse emergere una richiesta imponente di aiuto, rimasta latente, distante, agita nella realtà esterna. La perdita dell’oggetto d’amore, di questo particolare oggetto passionale, anche quando era la conseguenza di una decisione del soggetto, si connotava più come un’espulsione, uno scollamento, che come separazione tra due soggetti distinti; uno sconvolgimento, piuttosto, nell’economia libidico-emozionale del paziente da cui prendeva nuovo avvio la possibilità di pervenire alla consapevolezza di un sé separato. Questa perdita, infatti, era come se aprisse una breccia nella sua struttura difensiva, portando allo scoperto nuclei depressivi profondi, bisogni e modalità di funzionamento arcaici, più spesso di tipo contiguo-autistico, connessi a un sé fragile, affamato di oggetti fino all’avidità, squassato dalla rabbia e, alternativamente, prostrato, annichilito, da "fine del mondo".

Esemplare in tal senso è la vicenda di un giovane da me trattato in analisi. Era proprio come se la perdita dell’oggetto d’amore, divenuto via via persecutorio sullo sfondo di una fusione irrealizzabile, avesse riaperto la ferita che temporaneamente e frettolosamente l’oggetto aveva suturato, determinando un "buco nero" che aveva "inghiottito tutto il suo mondo", quel mondo in cui fino ad allora si era riconosciuto, sottraendo all’io il senso stesso di essere reale. La differenza tra interno ed esterno non era utilizzabile, mentre tutto si rimescolava disegnando scenari disertificati, inospitali, violenti, senza rifugio. Come se la psiche si fosse schiacciata in superficie su una sensorialità "iperestesica". Gli oggetti possibili, cercati con una modalità che mi ricordava quella tossicomanica, erano oggetti concreti, sensuali. Da questa confusione solo lentamente e, talvolta, non senza ricadute, la scena elaborativa riguadagnava aree di soggettività che consentivano al paziente di ritrovare quel minimo di distanza necessaria a oggettivare la tempesta emozionale scatenata da quello che si era configurato come un evento catastrofico. Da questa "crisi", con estrema lentezza, emergevano nuovi confini del sé arricchito di possibilità liberate, dissequestrate dalla coazione a ripetere il tormento della ricerca di un oggetto reso introvabile dal gravame di fantasie di completezza narcisistica che si configurava nella forma del "gemello eterosessuale".

Quello che ho tracciato frettolosamente è il passaggio drammatico di un giovane di diciannove anni, che aveva caratterizzato la ripresa di un lavoro analitico protrattosi per più anni. Ho parlato di ripresa perché già da bambino lo avevo seguito in psicoterapia per disturbi di tipo fobico, trattamento che si era concluso alla scomparsa del sintomo, coincidente in qualche modo con l’ingresso nella fase di latenza.

Ne ho fatto un uso paradigmatico, anche per la gravità delle manifestazioni, per introdurre delle riflessioni più sistematiche sui processi complessi che si intramano nell’elaborazione dell’identità personale e, quindi, dell’identità sessuale, come assunzione matura di una qualità portante del sé e motore evolutivo. Qui la sessualità, il corpo sessuato, è portatore ed espressione di una realtà che costringe a fare il lutto della bisessualità, dell’illusione del tutto, del narcisismo infantile il cui crollo la rappresentazione della complementarità dei sessi sembra poter arginare. Qui l’incontro è col "corpo proprio" in cui si svela la dimensione di quella che Merleau-Ponty chiama "l’io posso" da cui scarta l’impossibile. La fantasia del "gemello eterosessuale" è il figurante ambiguo, ancora fortemente omoerotico, di questo passaggio: stazione precaria, al tempo stesso, di chiusura e di apertura verso l’altro e forme di relazioni più mature, una soggettività più integrata, dove il corpo ritrovato, bonificato dai fantasmi persecutori, non è resto inquietante, ma gioia condivisibile.

L’adolescenza, come luogo paradigmatico del cambiamento, ci consente di osservare in diretta, per così dire, la trama ambigua di cui è fatta la realtà psichica entro cui si dispiega la soggettività; essa ci rende evidente come la realtà psichica non è riducibile all’area della rappresentabilità in cui si organizza l’attività simbolica del soggetto della logica del principio di realtà. Sto dicendo che in questi momenti di crisi possiamo osservare come nell’organizzarsi dell’esperienza i "paletti" che segnano i limiti della separatezza tra sé e non-sé hanno una storia complicata; che, come in origine, essi non si danno immediatamente all’esperienza come realtà simbolica, ma vengono incontrati nella realtà di un agire concreto nel contesto di complesse interazioni da cui solo gradualmente soggetto e oggetto prendono forma. Stiamo dicendo che in questo complicato processo in cui "l’io distacca se stesso dal mondo esterno" o, più correttamente, "l’io separa da se stesso un mondo esteriore", c’è un tempo dell’azione, e della parola-azione, prima che l’io-soggetto possa accedere alle attività sintetiche, ai processi di elaborazione simbolica in forza dei quali possono aver luogo i processi di interiorizzazione con cui evolve trasformandosi l’organizzazione psichica. Sto dicendo, inoltre, che nella stessa persona possono coesistere aree di funzionamento dissimili tra di loro, riconducibili a situazioni evolutive differenti e, pertanto, variamente accessibili/inaccessibili ai processi di elaborazione simbolica. Aree che a volte stanno l’una accanto all’altra, scisse, come Freud ci ha magistralmente indicato nel lavoro sulla scissione dell’io.

Sto dicendo che lo psichico non coincide con l’intrapsichico, che la realtà psichica si organizza a più livelli di realtà, dove la circolazione del transfert crea nuove emergenze di senso rendendo possibili nuove configurazioni della relazione io-realtà. È in questo intergioco che ogni nuovo oggettto reale può svolgere la sua funzione di mediazione trasformativa.

Sto dicendo che il "gemello eterosessuale" si propone su questa via, dove la differenza incarnandosi, prendendo corpo, letteralmente, disegna i limiti entro cui il desiderio dell’altro ritrova l’urgenza di un bisogno originario che non può essere più trattenuto nelle maglie della denegazione.

Il fantasma del "gemello eterosessuale" prende forma, quindi, in un contesto trasformativo in cui la realtà esterna, l’oggetto viene utilizzato per contenere temporaneamente aree ancora con-fuse, non interiorizzabili, dove l’esteriorizzazione è ancora necessaria perché l’io-realtà vi prenda forma. Vi si potrebbe forse vedere l’agire della pulsione in un contesto ancora sincretico, di insufficiente soggettivazione. Lo stato di disorganizzazione psichica conseguente alla perdita dell’oggetto rende visibile quello che del soggetto si agglutinava in questo tipo di legame primario, strutturato come una "pelle per due". Vi si può infine vedere in azione il doppio mimetico che fa di entrambi i partner maschere di un rito fallico destinato a svuotarsi, rivelando la fragilità di una collusione mortifera che, come Ulrich e Agathe, i due gemelli musiliani mascherati da Pierrot, si incontrano per celebrare la morte del padre, custode della realtà e della differenza.

Il problema qui indagato naturalmente va oltre la problematica della definizione sessuale e attiene al problema più ampio del rapporto io-realtà, assunto, nella prospettiva della soggettivazione, come sistema circolare aperto in cui l’interscambio declinandosi in modi differenti di esperienza si traduce in nuove forme organizzative. In questa prospettiva la relazione soggetto-oggetto non è mai data una volta per tutte, ma si costruisce, sullo sfondo di una realtà sincretica indifferenziata, per il gioco infinito della dialettica dell’identità e della differenza.

L’evento osservato in forza di quello che abbiamo definito la rottura del legame primario, con le potenzialità trasformativo-evolutive che da quell’evento discendono, si ripete in ogni esperienza ridando vita a quei processi di legame, rottura del legame e rilegame con cui l’identificazione, che, come Freud ci ha indicato, è la prima forma di legame con cui il soggetto tende all’identità con l’oggetto, va incontro a un’elaborazione integrativa/ differenziante il cui prodotto non è solo rintracciabile nella differenza dall’oggetto, ma, non meno decisiva, anche da un sé che da questa esperienza ne viene trasformato, attingendo a una maggiore consapevolezza della realtà del sé e dell’oggetto.

È per questa via che si può pervenire, come superamento della rivalità dei doppi mimetici, oltre il paradigma dell’aut, aut, a quella che con il dottor Lopez definiamo la radura gioiosa della distinzione. Radura dove, appunto, identità e differenza si conciliano nell’et, et. È in questa radura, infine, che l’oggetto trovato, come oggetto reale, è "anche" transfert dell’oggetto originario, conservandone il significato libidico-emozionale e le possibilità trasformative.

Da qui, infine, la possibilità di un soggetto sempre in divenire, che sempre possa/sappia mantenersi sulla strada dove è possibile incontrare, e più volte, una qualche piccola/grande servetta di Tracia o Zoe Bertgang con cui ridare vita al gioco del perdersi e ritrovarsi, per fare insieme, con slancio ogni volta rinnovato, almeno un tratto di quella lunga via che, oltre la paludosa "pianura del familiare e dell’analogo", porta alla consapevolezza e all’amore per la vita.

"Dunque, anima, va’ ignuda nella vita e non temere ... (perché) ... molto c’è da trovare, e di grande, e molto vi è oltre ..." (Holderlin).

Sisto Vecchio
Via A. Pitentino, 4
24124 Bergamo

Per rendere più agile questo lavoro, in considerazione dell’orario e della ricca e complessa articolazione dei contributi che nel corso della giornata hanno sollecitato la vostra attenzione, l’ho alleggerito di molte considerazioni teorico-cliniche. Almeno in parte ne ha risentito la sistematicità; alcuni passaggi restano non del tutto esplicitati e, tuttavia, credo che questa rinuncia non abbia nuociuto all’intellegibilità del testo (NdA al Convegno).

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