Questo argomento si è rivelato
particolarmente complesso e ha sollecitato riflessioni a più "livelli di
realtà", come del resto accade ogni volta che si tenta di argomentare intorno ai
"fatti psicoanalitici". Questo attiene in più modi alla difficoltà di
raccontare unesperienza, che "per sua natura" si propone come non
riducibile al paradigma di una causalità lineare, "oggettivamente"
inventariabile, e che, proprio in forza di questa peculiarità, mette in tensione la
stessa referenzialità del linguaggio di cui forza le potenzialità
simbolico-trasformative. Argomenti questi che meriterebbero di essere trattati più
ampiamente perché attinenti in vario modo a quella che noi chiamiamo "realtà
psichica", cui rinviano come alla "trama profonda" delloggetto
analitico. Questa trama, come la nostra pratica rivela, nel suo "errare"
radicale sprofonda al di qua della distinzione soggetto-oggetto, nella cui provvisorietà
è rintracciata ogni possibilità trasformativa del soggetto, le condizioni del suo stesso
progredire sulla via della consapevolezza. È nelle situazioni di "crisi",
tuttavia, che si rendono più leggibili i modi in cui, sulla spinta dei complessi e
dinamici processi di individazione-separazione, si organizza lesperienza di un sé
distinto dalloggetto, mostrando le profonde interrelazioni che permangono tra
"mondo interno" e "mondo esterno", il loro necessario rinviarsi nel
trascorrere evolutivo di forme esperienziali e organizzative diverse.
È questo il filo rosso che annoda le storie
qui raccontate; un filo che nei suoi ondeggiamenti, nelle sue emersioni e sprofondamenti,
tra dentro e fuori, tra identità e differenza, tra familiarità ed estraneamento,
continua a disegnare quellintervallo nella "prosa del mondo" da cui
soggetto e oggetto, di volta in volta, prendono forma disvelando, al tempo stesso, la loro
comune provenienza.
Il titolo di questo lavoro è stato allorigine
di una vicenda personale che mi ha sorpreso. La racconto brevemente. Forse perché
ricostrure la "cornice" entro cui collocarla mi ancora in un "luogo"
da cui parlare; mi assicura, fornendomi lo "sprone necessario" a rompere il
ghiaccio. E già qui, in questo inizio incerto, la metafora del "ghiaccio" mi
costringe a una digressione. Una metafora, questa del ghiaccio, abusata certo, ma che in
quanto luogo comune non manca di dire della necessità di pensarsi in un luogo condiviso, comune,
appunto, per contenere e modulare la tensione necessaria a parlare, a costruire un
discorso che si vorrebbe originale.
La metafora del "ghiaccio", con
lambiguità che è propria della metafora, costruisce una scena in cui
lepistemofilia mostra la sua faccia aggressiva, la distruttività da cui lio,
mediante i processi di sublimazione, trae la forza necessaria per far fronte alla sfida
dellenigma, al rischio che borda lignoto, o anche semplicemente il
non-conosciuto.
Sempre collegata a questa scena dellinizio,
della pagina bianca, del silenzio, tuttavia, il linguaggio comune offre unaltra
metafora connessa al ghiaccio, quella del "ghiaccio che si scioglie";
evocatrice, questa, della tensione che si acquieta in un abbraccio fusionale, ma anche
dello "schermo bianco" del sogno (Lewin), di un appagamento senza limiti che
inghiotte, che annienta il sé.
Due scene fantasmatiche che limmagine del
"ghiaccio" in-trattiene, luna e laltra come entrambe possibili. Vi
si possono leggere fantasmi di scontro/ incontro, di Eros e Thanatos, una sorta di
binarismo entro cui prende forma il non-ancora di una relazione soggetto/oggetto non
esperibile nellarea di una realtà condivisa. Forme immaginarie che pur
nellindecidibilità del presente prestano un volto allassenza. Scene
fantasmatiche, certo, che infiltrano la scena reale facendone, come sappiamo, un
"altro luogo", dove la turbolenza delle emozioni rende difficile pensare, dove
il soggetto e loggetto stemperano la loro definizione nellambiguità di una
situazione di attesa. Stare in "questo luogo altro" è, perciò, ri-sentire i
confini del sé stridere nellattrito con il nulla di senso che vi si oppone
siderandosi nella massiccia in-differenza dellignoto.
Il freddo cui la metafora allude allora ha a che
fare in più modi con lesperienza della solitudine, dellestraneità,
rinviando, ancora una volta, al pathos della distanza, entro cui può modularsi
larco tensivo che dà al sé la consistenza necessaria al lavoro del pensiero,
lavoro che mira a fare familiare quanto ancora si propone col non-volto enigmatico
dellestraneità.
In questo momento inaugurale, quindi, lignoto
si anima di arabeschi immaginari, di fantasie anticipatrici, che ci affrettiamo a dire
provenienti da un mondo "interno" assegnandoli a un luogo che non turba i
confini dellio-realtà. E, tuttavia, non possiamo dire che questi arabeschi non
dicano niente. Se la scena reale è ancora da venire; se di essa non sappiamo niente che
possa essere descritto in termini "oggettivi", lanimarsi del desiderio
sembra supplirvi col suo corredo di oggetti-fantasmi. Il fatto è che la metafora inaugura
un nuovo contesto di senso che si produce per effetto di una rottura del codice, del
linguaggio ordinario, perturbando, per ciò stesso, il sentire sicuro che abita la doxa,
e avvia piuttosto quel "guardare attraverso" di cui parla il filosofo a
proposito dellesperienza estetica, esperienza che sospende le categorie del vero e
del falso per declinarsi piuttosto nelle modalità del sentire e del presentimento. Il
linguaggio, la metafora, appunto, conciliando i processi primario e secondario, crea una
scena immaginaria che consente, provvisoriamente, di legare le forti emozioni che si
mobilitano in questa scena delle "origini". Potenza dellimmaginario
Baudelaire non lo chiama forse "regina della verità"? che rende
permeabili le frontiere del reale, ne oltrepassa i limiti, osando andare oltre e, nella
sospensione del giudizio di realtà, in forza di un pensiero vivo, ridisegna possibili
configurazioni che sottraggono il soggetto al regime inquietante
dellindifferenziato! Potenza al tempo stesso del linguaggio che, portando il lutto
delloggetto, fa della sua sparizione unassenza-presenza virtuale, dando forma
allinforme con cui sottrae il soggetto al bianco inerte dellimpensato! Se
guardiamo ancora una volta, per poi congedarcene definitivamente, alle metafore del
ghiaccio, vediamo che in esse si allude a due relazioni soggetto/oggetto declinate sulle
tracce di una potenza primigenia che vi si esprime col linguaggio-azione di Eros e
Thanatos. Coppia primordiale di cui la scena "primaria" si anima in una
disseminazione di differenze sulle cui tracce il pensiero muove annodando e disgiungendo,
impegnato a togliere il velo, a dar senso al "mormorìo indefinito" che
laccompagna in una "dualità senza ricorso".
Ma torniamo alla breve storia cui ho accennato.
Quando gli amici della redazione mi offrirono la
possibilità di essere uno dei relatori a questo convegno, io provai una certa
inquietudine; insieme alla gioia e alla seduzione "narcisistica" di dare il mio
contributo, mi si fecero innanzi, infatti, altrettanto forti pensieri che mi portavano
lontano, alla fatica di un periodo lavorativo per me decisamente impegnativo. Mi dissi
anche che era un pensiero sano quello che mi spingeva al "risparmio". Avevo
cercato un compromesso che mi avrebbe risparmiato in parte la fatica, ma questo, come si
vede, non era andato a buon fine. Ma la cosa non finisce qui. Come Freud ha saputo
insegnarci, il principio del piacere non cede facilmente, cosicché, quando qualche giorno
dopo ho dovuto comunicare il titolo del mio lavoro, il preconscio ne fabbricò uno con
unimmediatezza sorprendente: "Il gemello eterosessuale". Il titolo si
disegnò nitido nella mia mente come quello del capitolo di un libro. Ne potevo vedere
persino le lettere. Avevo la "sicurezza" che fosse il capitolo di un testo
sulladolescenza. Da allora passò del tempo senza che me ne occupassi finché non lo
cercai tra i miei libri senza, ahimé!, trovarlo, se non come traccia, citazione che
rinviava ad altri lavori. Ancora adesso resto un po dubbioso, forse se avessi fatto
altre ricerche lo avrei trovato; ma tantè, ho dovuto desistere. La fantasia del
"lavoro già scritto" è stata una fantasia potente nella quale per molto tempo
mi sentii cullato, protetto, dispensato dalla fatica di fare un lavoro; il pensiero, che
come si sa, si declina dalla parte della realtà, stemperava questa fantasia onnipotente
in una versione per molti aspetti più accettabile: quella di poterne fare uso come di una
traccia suggestiva da cui partire, di un "contenitore" dove mettere emozioni,
riflessioni disordinate, pensieri frammentati, talvolta confusi, altre volte più netti e
definiti, che si sono via via depositati nel corso dellattività analitica e che in
modo fluttuante e discontinuo tendevano a configurarsi come un paradigma particolare più
volte incontrato nel processo analitico, che giudicavo valesse la pena di indagare in modo
più sistematico.
Il "gemello eterosessuale", in questa
avventura della scrittura, declinata tra illusione-disillusione, si presentava, quindi,
sulla scena personale assumendo landamento di un sintomo, di un doppio, che rinviava
a un altrove immaginario dove avrei potuto trovare un "quasi-tutto",
loggetto da costruire e ancora mancante, che se non mi esentava dal fare il lavoro,
aveva avuto certamente una "funzione facilitante", una sorta di cassetto magico
dove mettere dei pensieri senza "preoccuparmi" di ordinarli in un discorso,
dacché da qualche parte vi era già un contenitore in cui si sarebbero
organizzati, per così dire, "naturalmente". Si metteva in scena, quindi, una
fantasia rassicurante, benevola che, come il Giano dei romani, il dio protettore delle
porte, si incaricava di segnare la soglia, la via di accesso a quanto ancora non era stato
elaborato per essere scritto. Quanto è avvenuto ha certo a che fare con il riattivarsi di
fantasmi connessi a una scena creativa in cui la rappresentazione di sé viene rimessa in
gioco, almeno in parte, messa alla prova del terzo, arrischiata in un progetto di cui non
si conosce lesito, in quanto coincidente proprio con la costruzione di un oggetto
per definizione non ancora realizzato. Loggetto immaginario, questa tessitura
fantasmatica, proprio come la maschera posta ai limiti dellignoto, dà una soluzione
transitoria alla tensione, sollevandomi dalla minaccia di un "nulla da dire",
non mancando di fornirmi una sorta di surrogato di piacere. Una fantasia, quindi, che mi
ha consentito di tollerare linquietudine connessa allassenza delloggetto
reale, investito di una possibile conferma del sé. Questo "oggetto " già
esisteva in forma di "gemello", si trattava di ritrovarlo per riscriverne le
differenze e farlo proprio, in un dialogo di riconoscimento e differenziazione. Questo
doppio immaginario, pensato in un libro, aveva creato uno spazio fiducioso dentro di me,
facendomi transitare oltre le angosce narcisistiche che il "nulla di oggetto"
metteva in scena. Una funzione paraeccitatoria, di rêverie, che, rendendo
possibile il gioco del differire, preparava allesercizio della funzione ordinatrice
del pensiero da cui poteva nascere, prendere forma lo scritto reale.
Questa storia personale, un po curiosa e, come
dire, di piccola psicopatologia quotidiana, naturalmente si presta a molti livelli di
lettura, ma indubbiamente uno si impone sugli altri, prendendo forma sullo sfondo delle
tensioni libidico-emozionali connesse a un lavoro alla cui estremità, con le parole del
poeta, sbocciano, e non sempre, i "fiori del pensiero".
Essa mette in scena, voglio dire, una vicenda che ha
a che fare col pensare, col conoscere, col costruire simboli con cui mettersi in relazione
con laltro. Un altro ubiquitario, in quanto altro come destinatario esterno e
insieme altro come oggetto non conosciuto a cui dare forma e, infine, laltro di sé,
nella proiezione dellideale, che solo in forza delloggetto prodotto potrà
ricevere conferma. Questa dinamica rende evidente lassottigliarsi dei confini del
soggetto la cui identità, seppure transitoriamente, sconfina nelloggetto da
inventare, che assume lo statuto di "oggetto trans-narcisistico", secondo la
formulazione di Green, per effetto di un transfert di base, o primario, di oggetto
specchio o di oggetto-sé. È questo che del soggetto si rimette in gioco nel perdersi e
ritrovarsi di un lavoro che, pretendendo di attingere in qualche modo alla creatività,
attraversa le regioni dove illusione e realtà si declinano ancora nello stesso idioma.
Ma il lavoro di quello che, concordemente con quanto
David Lopez e Loretta Zorzi hanno espresso nel libro Sapienza del sogno, possiamo
definire il grande tessitore di storie, il preconscio, non si arresta qui. La fantasia
espressa nel titolo del lavoro, in modo condensato, indica una soluzione che soddisfa
varie mie aspettative, non mancando di darmi delle indicazioni precise su dove trovare
loggetto soddisfacente. Il libro sulladolescenza è più che un
indizio, esso sta a indicare che questa configurazione immaginaria ha a che fare col
lavoro delladolescenza, con una situazione di transito, di passaggio che
caratterizza i processi psichici con cui ladolescente ri-lega i fogli della
propria soggettività, dà soluzione al problema dellidentità e non solo sessuale;
un argomento su cui ultimamente ho scritto più volte e che, guarda caso, ho fatto la
fantasia di raccogliere in un libro.
Ma cè anche un altro indizio per me
ragguardevole che ha a che fare con il tentativo di rappresentare in una forma plastica il
paradigma complesso dellet, et, quale soluzione del paradosso logico della
dialettica identità/differenza.
La metafora del "gemello eterosessuale",
come ogni metafora, include più sensi; fin qui labbiamo seguita nel suo proporsi
allinterno di un processo di pensiero, come a delineare una sorta di paradigma
connesso allemergere di una nuova realtà, dove laltro si presenta per quel
minimo di differenza che lo distingue dal medesimo, al limitare del discernere con cui
prende forma ogni esperienza. Esperienza paradossale in cui lidentificazione, il
registro narcisistico, fa i conti con la differenza implicata e promossa dal desiderio. Un
significato, questo, che, con tuttaltra drammaticità, trova conferma
nellesperienza clinica.
Il "gemello eterosessuale" è, come ho già detto, una
metafora da me presa a prestito per disegnare delle emergenze cliniche incontrate nel
lavoro sia con adolescenti, sia con adulti di entrambi i sessi. Essa designa una fantasia
inconscia che il lavoro analitico poteva ricostruire après coup; talvolta
rintracciata nei sogni, più spesso agita nella realtà esterna, in una coppia della vita
reale, coppia i cui partner persino a unosservazione esterna apparivano poco
differenziabili tanterano forti gli effetti di una massiccia identificazione
mimetica reciproca. Una fantasia che si rendeva leggibile in negativo, per effetto della
rottura drammatica di un legame damore che si connotava come vero e proprio
"cataclisma". Lo scenario di grande cambiamento faceva emergere il
drammatico crollo di unillusione, di una
perdita che rischiava di frantumare il sé, di disperderne i confini, di smarrimento, di
con-fusione. Questa crisi, che per gli adolescenti era spesso la motivazione attuale per
la richiesta di un trattamento, nel lavoro con gli adulti caratterizzava un momento
particolarmente importante, una svolta nella relazione, come se solo allora potesse
emergere una richiesta imponente di aiuto, rimasta latente, distante, agita nella realtà
esterna. La perdita delloggetto damore, di questo particolare oggetto
passionale, anche quando era la conseguenza di una decisione del soggetto, si connotava
più come unespulsione, uno scollamento, che come separazione tra due soggetti
distinti; uno sconvolgimento, piuttosto, nelleconomia libidico-emozionale del
paziente da cui prendeva nuovo avvio la possibilità di pervenire alla consapevolezza di
un sé separato. Questa perdita, infatti, era come se aprisse una breccia nella sua
struttura difensiva, portando allo scoperto nuclei depressivi profondi, bisogni e
modalità di funzionamento arcaici, più spesso di tipo contiguo-autistico, connessi a un
sé fragile, affamato di oggetti fino allavidità, squassato dalla rabbia e,
alternativamente, prostrato, annichilito, da "fine del mondo".
Esemplare in tal senso è la vicenda di un giovane
da me trattato in analisi. Era proprio come se la perdita delloggetto damore,
divenuto via via persecutorio sullo sfondo di una fusione irrealizzabile, avesse riaperto
la ferita che temporaneamente e frettolosamente loggetto aveva suturato,
determinando un "buco nero" che aveva "inghiottito tutto il suo
mondo", quel mondo in cui fino ad allora si era riconosciuto, sottraendo allio
il senso stesso di essere reale. La differenza tra interno ed esterno non era
utilizzabile, mentre tutto si rimescolava disegnando scenari disertificati, inospitali,
violenti, senza rifugio. Come se la psiche si fosse schiacciata in superficie su una
sensorialità "iperestesica". Gli oggetti possibili, cercati con una modalità
che mi ricordava quella tossicomanica, erano oggetti concreti, sensuali. Da questa
confusione solo lentamente e, talvolta, non senza ricadute, la scena elaborativa
riguadagnava aree di soggettività che consentivano al paziente di ritrovare quel minimo
di distanza necessaria a oggettivare la tempesta emozionale scatenata da quello che si era
configurato come un evento catastrofico. Da questa "crisi", con estrema
lentezza, emergevano nuovi confini del sé arricchito di possibilità liberate,
dissequestrate dalla coazione a ripetere il tormento della ricerca di un oggetto reso
introvabile dal gravame di fantasie di completezza narcisistica che si configurava nella
forma del "gemello eterosessuale".
Quello che ho tracciato frettolosamente è il
passaggio drammatico di un giovane di diciannove anni, che aveva caratterizzato la ripresa
di un lavoro analitico protrattosi per più anni. Ho parlato di ripresa perché già da
bambino lo avevo seguito in psicoterapia per disturbi di tipo fobico, trattamento che si
era concluso alla scomparsa del sintomo, coincidente in qualche modo con lingresso
nella fase di latenza.
Ne ho fatto un uso paradigmatico, anche per la
gravità delle manifestazioni, per introdurre delle riflessioni più sistematiche sui
processi complessi che si intramano nellelaborazione dellidentità personale
e, quindi, dellidentità sessuale, come assunzione matura di una qualità portante
del sé e motore evolutivo. Qui la sessualità, il corpo sessuato, è portatore ed
espressione di una realtà che costringe a fare il lutto della bisessualità,
dellillusione del tutto, del narcisismo infantile il cui crollo la
rappresentazione della complementarità dei sessi sembra poter arginare. Qui
lincontro è col "corpo proprio" in cui si svela la dimensione di quella
che Merleau-Ponty chiama "lio posso" da cui scarta limpossibile. La
fantasia del "gemello eterosessuale" è il figurante ambiguo, ancora fortemente
omoerotico, di questo passaggio: stazione precaria, al tempo stesso, di chiusura e di
apertura verso laltro e forme di relazioni più mature, una soggettività più
integrata, dove il corpo ritrovato, bonificato dai fantasmi persecutori, non è resto
inquietante, ma gioia condivisibile.
Ladolescenza, come luogo paradigmatico del
cambiamento, ci consente di osservare in diretta, per così dire, la trama ambigua di cui
è fatta la realtà psichica entro cui si dispiega la soggettività; essa ci rende
evidente come la realtà psichica non è riducibile allarea della rappresentabilità
in cui si organizza lattività simbolica del soggetto della logica del principio di
realtà. Sto dicendo che in questi momenti di crisi possiamo osservare come
nellorganizzarsi dellesperienza i "paletti" che segnano i limiti
della separatezza tra sé e non-sé hanno una storia complicata; che, come in origine,
essi non si danno immediatamente allesperienza come realtà simbolica, ma vengono
incontrati nella realtà di un agire concreto nel contesto di complesse interazioni da cui
solo gradualmente soggetto e oggetto prendono forma. Stiamo dicendo che in questo
complicato processo in cui "lio distacca se stesso dal mondo esterno" o,
più correttamente, "lio separa da se stesso un mondo esteriore",
cè un tempo dellazione, e della parola-azione, prima che lio-soggetto
possa accedere alle attività sintetiche, ai processi di elaborazione simbolica in forza
dei quali possono aver luogo i processi di interiorizzazione con cui evolve trasformandosi
lorganizzazione psichica. Sto dicendo, inoltre, che nella stessa persona possono
coesistere aree di funzionamento dissimili tra di loro, riconducibili a situazioni
evolutive differenti e, pertanto, variamente accessibili/inaccessibili ai processi di
elaborazione simbolica. Aree che a volte stanno luna accanto allaltra, scisse,
come Freud ci ha magistralmente indicato nel lavoro sulla scissione dellio.
Sto dicendo che lo psichico non coincide con
lintrapsichico, che la realtà psichica si organizza a più livelli di realtà, dove
la circolazione del transfert crea nuove emergenze di senso rendendo possibili nuove
configurazioni della relazione io-realtà. È in questo intergioco che ogni nuovo oggettto
reale può svolgere la sua funzione di mediazione trasformativa.
Sto dicendo che il "gemello eterosessuale"
si propone su questa via, dove la differenza incarnandosi, prendendo corpo, letteralmente,
disegna i limiti entro cui il desiderio dellaltro ritrova lurgenza di un
bisogno originario che non può essere più trattenuto nelle maglie della denegazione.
Il fantasma del "gemello eterosessuale"
prende forma, quindi, in un contesto trasformativo in cui la realtà esterna,
loggetto viene utilizzato per contenere temporaneamente aree ancora con-fuse, non
interiorizzabili, dove lesteriorizzazione è ancora necessaria perché
lio-realtà vi prenda forma. Vi si potrebbe forse vedere lagire della pulsione
in un contesto ancora sincretico, di insufficiente soggettivazione. Lo stato di
disorganizzazione psichica conseguente alla perdita delloggetto rende visibile
quello che del soggetto si agglutinava in questo tipo di legame primario, strutturato come
una "pelle per due". Vi si può infine vedere in azione il doppio mimetico che
fa di entrambi i partner maschere di un rito fallico destinato a svuotarsi, rivelando la
fragilità di una collusione mortifera che, come Ulrich e Agathe, i due gemelli musiliani
mascherati da Pierrot, si incontrano per celebrare la morte del padre, custode della
realtà e della differenza.
Il problema qui indagato naturalmente va oltre la
problematica della definizione sessuale e attiene al problema più ampio del rapporto
io-realtà, assunto, nella prospettiva della soggettivazione, come sistema circolare
aperto in cui linterscambio declinandosi in modi differenti di esperienza si traduce
in nuove forme organizzative. In questa prospettiva la relazione soggetto-oggetto non è
mai data una volta per tutte, ma si costruisce, sullo sfondo di una realtà sincretica
indifferenziata, per il gioco infinito della dialettica dellidentità e della
differenza.
Levento osservato in forza di quello che
abbiamo definito la rottura del legame primario, con le potenzialità
trasformativo-evolutive che da quellevento discendono, si ripete in ogni esperienza
ridando vita a quei processi di legame, rottura del legame e rilegame con cui
lidentificazione, che, come Freud ci ha indicato, è la prima forma di legame con
cui il soggetto tende allidentità con loggetto, va incontro a
unelaborazione integrativa/ differenziante il cui prodotto non è solo
rintracciabile nella differenza dalloggetto, ma, non meno decisiva, anche da un sé
che da questa esperienza ne viene trasformato, attingendo a una maggiore consapevolezza
della realtà del sé e delloggetto.
È per questa via che si può pervenire, come
superamento della rivalità dei doppi mimetici, oltre il paradigma dellaut, aut,
a quella che con il dottor Lopez definiamo la radura gioiosa della distinzione. Radura
dove, appunto, identità e differenza si conciliano nellet, et. È in questa
radura, infine, che loggetto trovato, come oggetto reale, è
"anche" transfert delloggetto originario, conservandone il significato
libidico-emozionale e le possibilità trasformative.
Da qui, infine, la possibilità di un soggetto
sempre in divenire, che sempre possa/sappia mantenersi sulla strada dove è possibile
incontrare, e più volte, una qualche piccola/grande servetta di Tracia o Zoe Bertgang con
cui ridare vita al gioco del perdersi e ritrovarsi, per fare insieme, con slancio ogni
volta rinnovato, almeno un tratto di quella lunga via che, oltre la paludosa "pianura
del familiare e dellanalogo", porta alla consapevolezza e allamore per la
vita.
"Dunque, anima, va ignuda nella vita e
non temere ... (perché) ... molto cè da trovare, e di grande, e molto vi è
oltre ..." (Holderlin).