La
psicoanalisi, a parer mio, quando spinge lindagine sino al fondo del cratere della
vita per indagare ab origine sullenigma della differenza tra i sessi,
partorisce le sue teorie là dove i fantasmi che abitano nella mente dei pazienti si
incontrano con i fantasmi che abitano nella mente degli psicoanalisti. Forse è per questo
motivo che i dibattiti scientifici sul tema dellidentità di genere si sono sempre
svolti allinsegna della polemica più accesa. Per non parlare della "confusione
delle lingue", che ha fatto sì che alcuni autori abbiano adoperato termini simili
nel riferirsi a concetti diversi oppure, viceversa, termini diversi a sponsorizzare
concetti identici. Io vorrei fare il possibile per non essere frainteso per cui
rivisiterò alcuni concetti basilari che riguardano la tematica del genere, acché siano
chiare sia lottica con cui affronto il problema sia la grammatica emotiva che mi
induce alla scelta di un gergo piuttosto che un altro.
Comincerò con il pormi due interrogativi:
1) La psicoanalisi contemporanea pensa alla scoperta
dellalterità e alla scoperta della specificità di genere come a due processi tra
loro annodati e alimentati dalla stessa forza motrice. Quindi essa colloca lo sviluppo del
genere nel contesto relazionale delle primitive relazioni doggetto, allalba
della vita, quando il bambino è ancora alle prese con i conflitti che sono tipici della
fase di individuazione-separazione. È a tutti noto come tutto ciò abbia portato a una
revisione profonda delle concezioni freudiane sulla femminilità e abbia permesso di
riposizionare la dialettica maschile-femminile su una bilancia meno iniqua, mentre alcuni
dati clinici quali langoscia di castrazione e linvidia del pene, emblemi
tradizionali della differenza tra i sessi, più che abbandonati, sono stati considerati
bisognosi di reinterpretazione metaforica e di risignificazione.
Comunque è questa la questione: siccome
ladozione del nuovo paradigma cambia gli accenti e sposta il baricentro dai livelli
edipici a quelli preedipici dello sviluppo, il conflitto edipico viene a perdere la
posizione "stellare" in cui Freud laveva collocato?
Sembra che da parte di tutti gli autori ci sia
accordo pieno nel pensare che il concetto, lungi dallessere ridimensionato,
acquista, nella nuova prospettiva, una rilevanza persino maggiore. In altre parole, il
triangolo edipico è il "delta" del fiume della vita, dove confluiscono tutte le
correnti vitali aggreganti, necessarie alla costruzione dellidentità sessuale e
personale, sebbene sia anche il luogo del massimo rischio, "il triangolo delle
Bermude", per i bambini più sfortunati che giungono allappuntamento con il
destino da un entroterra troppo sinistrato. Il bambino sano, che ha la forza e il coraggio
di rinunciare allillusione protettiva degli oggetti soggettivi, acquista un
biglietto di ingresso per accedere al mondo degli oggetti totali. Inizia una nuova
avventura: non si lotta più "per esistere", bensì per avere il diritto "a
desiderare" e "ad amare".
2) Alcuni ricercatori americani (Stoller, 1968;
Chodorow, 1978), anche sulla base di conforti statistici, hanno avanzato lipotesi
che i primi rudimenti dellidentità di genere siano, più che anatomicamente
destinati, culturalmente appresi. I contributi ambientali (il sesso attribuito al bambino
al momento della nascita, leducazione diversificata dei genitori) influirebbero
sullautodeterminazione del genere e sul comportamento specifico del bambino molto
più di quanto si sia portati a pensare.
Quindi che cosa significa identità di genere?
Significa elaborazione psichica di dati biologico-costituzionali e di differenze
anatomiche, oppure è "racconto della psiche delluomo"? Non è una
questione insulsa. È unevenienza tuttaltro che rara che sessualità e
identità di genere, anziché essere aggemellate, siano luna allaltra di
ostacolo, mentre, nel riscontro clinico, se non è facile leggere la mappa del come si
diventa uomo oppure donna, ancora più difficile è capire perché non lo si diventi a
dispetto del sesso biologico.
Mitchell (1996) sostiene, e io sono daccordo
con lui, che a questa domanda non cè risposta univoca. Infatti "...qualsiasi
pur piccolo tentativo di biologizzare sarà sempre decostruibile e alla fine si troverà
che esprime la cultura in cui è stato generato; daltronde qualsiasi pur piccolo
tentativo di costruttivismo dovrà sempre essere riancorato al corpo e alla biologia umana
perché esso abbia una base e sia emotivamente significativo". Anche Fausto Petrella,
nel corso di un dibattito sul genere di alcuni anni fa, ha affermato cose identiche.
Mitchell ancora ricorda che, nella sua discussione finale sul simbolismo, Loewald (1988)
sostiene che il simbolo e la cosa simboleggiata si arricchiscono reciprocamente e
reciprocamente si trasformano. "Il serpente non può essere ridotto a significare
semplicemente il pene. Una volta così simboleggiato il serpente è trasformato dal pene e
il pene è trasformato dal serpente. Serpente e pene non sono più gli stessi di prima ...
entrambi sono diventati delle costruzioni". Allo stesso modo bisogna pensare al
genere e alla sessualità: costruzione e cosa costruita, entrambe, luna con
laltra si definiscono, si limitano e si trasformano.
Infine, al di là del vincolo posto dal destino e a
prescindere dallo "stampo" culturale, ogni essere umano dà alla costruzione
della propria identità sessuale il suo attivo, singolare e personalissimo apporto.
Comunque identità di genere non significa ancora
acquisizione definitiva di femminilità o di mascolinità. Il cammino da fare è ancora
lungo. A parer mio due concetti teorici, quello di scena primaria e quello di
bisessualità psichica, sono strumenti, più che utili, indispensabili per leggere la
mappa di questo percorso.
Le fantasie di scena primaria, se mi si
concede una metafora piuttosto ardita di sapore aeronautico, sono le tracce contenute
nella "scatola nera" della mente che raccontano come il bambino ha vissuto la
sessualità dei genitori (un intreccio di percezioni reali e di elaborazioni oniriche) nel
corso delle varie vicissitudini che hanno caratterizzato il processo di individuazione e
di separazione tra sé e loggetto.
Così la scena primaria, nelle versioni più
arcaiche, contiene un vasto repertorio di immagini terrificanti e al contempo
affascinanti, che emergono dallo sfondo di sensorialità e affettività molto primitive,
mentre il bambino partecipa di un evento sessuale e aggressivo che ha le caratteristiche
di unintensa esperienza emozionale che lo sommerge. Man mano che il bambino cresce
la scena primaria progressivamente e gradualmente si aggiorna. Alle soglie delledipo
fanno la loro comparsa gli aspetti genitali e i conflitti fallico-edipici a essi
associati. Infine, nel più "adulto" dei fotogrammi, i genitori possono essere
riconosciuti nella loro individualità, nelle loro distinte identità sessuali e nella
loro complementarità di genere, mentre il bambino ha acquisito il diritto ad avere un suo
posto nella costellazione familiare, ad avere un suo corpo e una sua
sessualità.
Sono daccordo con Ogden (1989) quando afferma
che "la scena primaria non va concepita troppo semplicisticamente, in quanto
contenuto mentale statico, come uneccitante e terrificante combinazione di fantasie
sessuali e aggressive sul rapporto fra i genitori, condite di mitologia personale, bensì
è da vedere come un organizzatore di importanza centrale delle relazioni oggettuali
interne che verranno a costituire il complesso edipico maturo". Insomma
limmagine del rapporto sessuale fra i genitori è una sorta di "stampo",
di schema di pensiero, entro cui pensare limpensabile.
La bisessualità psichica è un tema
oltremodo controverso. Molte delle persone che conosco e che stimo lhanno in uggia.
Per esempio Simona Argentieri (1988) così si esprime: "Lipotesi che, in
analogia con la duplice potenzialità embrionale, ciascun umano possa lasciar emergere in
sé una supposta parte psicologica corrispondente al sesso opposto, mi sembra
francamente più leredità di una nostalgia mitologica della perduta perfezione
ermafrodita che una reale possibilità psicologica".
Al contrario io penso che il concetto sia
potenzialmente molto fertile a condizione che venga concepito e adoperato nel senso che
qui di seguito mi accingo a descrivere.
A) In primis al termine
"bisessualità" andrebbe sempre rigorosamente aggiunto laggettivo
"psichica", acché il concetto possa essere affrancato da quella devozione alla
biologia da cui non furono certamente immuni né Fliess né Freud (i primi ad avere questa
intuizione, intuizione di cui si contesero la paternità).
Ricondotta sul terreno precipuamente psicologico e
situata dentro lhabitat delle prime relazioni oggettuali, la bisessualità
psichica vuol significare la disponibilità naturale che hanno i cuccioli delluomo
(sia maschi che femmine) a sentirsi libidicamente attratti da entrambi i genitori e a
desiderare di incarnare entrambi i sessi. Se lappetito sessuale può essere
interpretato come uninevitabile e perentoria risposta interattiva al piacere
sensuale che gli stessi genitori provano e trasmettono quando carezzano e manipolano il
corpo del loro adorato bambino, la doppia identificazione parrebbe realizzarsi sulla
spinta ad appropriarsi dei misteriosi organi sessuali che conferiscono potere magico alla
madre e al padre arcaici.
Nei dibattiti scientifici su questo tema si registra
una tendenza insolita a esprimersi con un linguaggio improprio. Alcuni autori parlano di
una "doppia identità" maschile e femminile, come se avessero dimenticato la
differenza che corre tra identità e identificazione. Altri si riferiscono a
"parti" oppure a "elementi" maschili e femminili, come se fossero a
lezione di embriologia o di endocrinologia, riposizionando dentro ipotesi biologizzanti
ciò che conviene concepire come risultato di vicissitudini relazionali.
Forse la difficoltà a disancorarsi dal concreto
nasce dal bisogno di attribuire consistenza ai fantasmi bisessuali, dato che sono
persistenti e profondamente radicati nella struttura psichica, comunque una consistenza
maggiore di quella che viene di solito assegnata ad altre innumerevoli combinazioni, dal
destino più effimero, prodotte dal caleidoscopio della mente, quandessa è ancora
troppo immatura per riconoscere i confini tra sé e gli oggetti e tra realtà interna e
realtà esterna.
Come è noto Joyce McDougall (1995) ha dato
particolare spessore e rilievo clinico al concetto di bisessualità psichica.
Lautrice afferma che la scoperta da parte del bambino della differenza anatomica tra
i sessi e la necessità di venire a patti con il proprio destino monosessuale (scandaloso
affronto alla megalomania infantile) costituisce una delle più profonde ferite
narcisistiche dellinfanzia e ha un corrispettivo, in quanto a traumaticità, nella
precoce scoperta dellalterità e nella più tardiva rivelazione
dellinevitabilità della morte.
Come il bambino riesce a integrare queste domande
bisessuali nella sua struttura psichica, anche quando levidenza anatomica non può
più essere negata, ovverosia i diversi modi in cui tenta di risolvere limpossibile
desiderio di essere e di avere entrambi i sessi, risulta un fattore decisivo
ai fini del costituirsi dellidentità di genere e più tardi dellidentità
sessuale.
È al momento dellingresso nelledipo che
può dirsi completato il processo digestivo. Il bambino sano, che ha internalizzato la
rappresentazione simbolica della complementarità dei due sessi, può accettare il fatto
che non apparterrà mai a entrambi i generi e che sarà sempre una metà della
costellazione sessuale. Gli individui che non riescono a venire a capo di questi traumi
universali trasportano nella dimensione adulta le stigmate della loro incompiutezza. La
conflittualità inconscia che ne deriva alimenta varie patologie: sessualità inibite o
deviate, blocchi dellattività creativa, patologie borderline e affezioni
psicosomatiche.
B) Chi assume una posizione critica o scettica nei
confronti della teoria della bisessualità psichica tende a liquidarla in quanto concetto
inutile e privo di qualsiasi specificità. In poche parole sarebbe come dire che esistono
nella preistoria della mente livelli indifferenziati e totipotenti in cui non è ancora
avvenuta la distinzione tra figura materna e paterna e quindi neppure, ovviamente, tra
maschile e femminile. Oppure si potrebbe pensare che è del tutto superfluo fare due
battesimi, visto che il concetto è troppo aggemellato con quello di scena primaria.
Io trovo che il modo in cui Fast (1984) pensa alla
bisessualità sia oltremodo interessante e anche convincente. In sintesi lautrice
sostiene che una coscienza di sé, collocata in un corpo maschile oppure femminile, può
coesistere con la fantasia di un illimitato potere in quanto al genere. Ciò sicuramente
si realizza nella fase preedipica iperinclusiva (che coincide temporalmente con la
fase di riavvicinamento della Mahler) in virtù di un paradosso: se è vero che i bambini
di entrambi i sessi, in un primo stadio indifferenziato in quanto al genere, coltivano la
fantasia di essere completi bisessualmente, cioè di "avere" e di
"essere" sia il grembo fertile della madre che il pene potente del padre, è
anche vero che ognuno di loro continua imperterrito a elaborare questa fantasia anche in
una mente già differenziata (o che va differenziandosi) in quanto al genere, a causa
delle reciproche influenze dellanatomia, della biologia e del diverso atteggiamento
dei genitori nei loro confronti (Elise, 1997).
Quando si parla di paradossi è quasi dobbligo
scomodare Winnicott. In linguaggio winnicottiano la storia potrebbe essere così
raccontata: lacquisizione dellidentità di genere si realizza attraverso una
scoperta graduale, allinterno di uno spazio potenziale, dove fantasia inconscia,
realtà anatomica e influenze culturali non si uccidono le une con le altre, bensì
coesistono.
Comunque io sono portato a pensare che il concetto
di iperinclusività sia un boccone troppo ghiotto per avere un impiego solo settoriale (al
fine di riformulare la complementarità di genere) e che meriti unapplicazione più
estensiva.
Per esempio, Ogden (1989) ha concepito lidea
che lesperienza umana sia il prodotto dellinterazione dialettica di tre
modalità generatrici di esperienza: la depressiva, la schizo-paranoide e la
contiguo-autistica. Le tre "fasi" o "posizioni" non si arrampicano
luna sullaltra in obbedienza a un ordine cronologico o nel rispetto di una
successione gerarchica, ma coesistono in quanto modi usuali e costanti di funzionare della
mente. Ciascuna modalità crea, preserva e nega laltra. Ebbene, quanto Ogden afferma
risulta essere un chiaro esempio di iperinclusività applicata alla totalità della
struttura psichica.
Anche Lopez adotta questo nuovo paradigma quando
critica le tradizionali contrapposizioni freudiane e le riporta dal dualismo dello,
o alliperinclusività delle, e. Accettare il paradosso vuol dire
contenere, piuttosto che risolvere le contraddizioni, e mantenere la tensione tra elementi
antitetici.
Anche una relazione damore coinvolgente può
essere considerata iperinclusiva perché reclama la coesistenza e linterazione dei
livelli genitali con quelli fusionali dello sviluppo (vedi Amati Mahler, 1995, nel suo bel
lavoro "Che cosa vogliono gli uomini?"). Lintera bobina delle fantasie di
scena primaria sta a disposizione degli amanti se esiste per loro la possibilità non solo
di immergersi ma anche di riemergere dallesperienza. Invece lo sperimentare una
così profonda intimità può generare angoscia negli individui ad alto rischio sismico,
che hanno ragioni valide per temere una regressione senza ritorno.
La felicità in amore può essere intesa come
riconquista del "paradiso perduto", come completa riunione con loggetto
primario, ma nulla ci vieta di pensare come Platone (perché no?) e di sognare un incontro
magico con la "metà mancante" della complementarità.
Scrive Platone ne Il convivio:
C) Lultimo
sforzo che compio in difesa della teoria della bisessualità psichica mi introduce in un
campo molto più vasto che meriterebbe uno spazio a sé e capacità speculative maggiori
delle mie. Comunque proverò a tracciare un bozzetto sintetico del mio pensiero.
In psicoanalisi sviluppo e crescita vengono
tradizionalmente e correntemente concepiti come inseriti in una traiettoria lineare.
Infatti si trascorre dal bambino alladulto, da uno stato di fusione con
loggetto alla scoperta dellaltro, dallonnipotenza al riconoscimento
della realtà. Inoltre il processo maturativo non si compie senza dolore e sacrificio
perché, inesorabilmente, le pretese del desiderio fanno attrito con le esigenze della
realtà, mentre il passaggio da unorganizzazione psicologica a unaltra
richiede una serie di processi di lutto. "Elaborazione del lutto", un termine
abusatissimo nel nostro gergo, nullaltro significa che disposizione alla
rassegnazione. Per ogni centimetro di crescita lessere umano riduce di una tacca la
sua onnipotenza, cioè paga pegno e subisce un ridimensionamento onirico e narcisistico.
Ebbene, un grafico dello sviluppo così concepito, a
parer mio, è disseminato di troppe croci.
In parole poverissime sono questi gli interrogativi
che mi pongo: se individuazione e separazione hanno un così alto costo, se crescere
significa fare a meno di soffici "piumini narcisistici" per riposare su dure
"mattonelle di realtà", che guadagno cè nel diventare adulti? Non
sarebbe preferibile restare eterni bambini? Come può Freud avere pensato che la bambina
scopra il padre come oggetto damore sulla spinta di sentimenti di privazione e di
vergogna? (puntualmente Schafer, 1974, e Ogden, 1989, fanno notare quanto sia assurdo
pensare che una delusione traumatica in questa fase dello sviluppo promuova un progresso;
è più lecito aspettarsi che un trauma siffatto dia lavvio a soluzioni difensive e
regressive volte al restauro del narcisismo offeso). E ancora, come può la differenza
genitale essere il motore dellidentità di genere se la sua scoperta è uno
scandaloso affronto alla megalomania infantile?
Come si può capire, vado configurando due diverse
impostazioni mentali: una prima, per quanto attiene allo sviluppo e alla crescita,
propende per soluzioni narcisisticamente penalizzanti, una seconda riconsidera e reimposta
lantitesi tra narcisismo e onnipotenza da un lato e riconoscimento e accettazione
della realtà dallaltro. Io da sempre, da quando ho iniziato a fare questo lavoro,
ho sposato la seconda.
Anche le teorie di Fast e di Ogden, cui ho fatto
cenno pocanzi, comportano ladozione di un modello dello sviluppo alternativo.
Liperinclusività della Fast e il cortocircuito, anziché la successione lineare,
delle tre fasi di Ogden prevedono infatti "un risparmio sui costi" e "una
limitazione delle perdite", in ragione del fatto che i livelli mentali adulti e le
integrazioni più tardive non rimpiazzano le posizioni più antiche (casseforti dei sogni
dei fanciulli), bensì le riconfigurano.
Sicuramente Winnicott può essere considerato un
antesignano di questo nuovo modo di pensare. È fin troppo nota la sua ipotesi che uno
svezzamento sano, mediato da oggetti e fenomeni transizionali (Winnicott, 1951), comporti
il matrimonio del sogno con la realtà. Meno noto è il suo contributo, a parer mio più
originale, Luso di un oggetto e lentrare in rapporto attraverso
identificazioni (Winnicott, 1968), dove, dun sol colpo, vengono sovvertiti un
paio di punti cardinali della psicoanalisi tradizionale. Nel panorama mentale "made
in Winnicott" laggressività non è unentità metafisica imparentata con
la morte e neppure si produce come reazione alla frustrazione nellimpatto con il
principio di realtà, bensì è una forza al servizio della vita che crea "la
qualità della esternalità", cioè la condizione necessaria acché la realtà
esterna emerga prepotente in netto contrasto con il mondo interno. In sintesi, se è
lillusione che crea loggetto soggettivo (un oggetto non completamente
separato da sé), è laggressività che distrugge lillusione e crea loggetto
esterno (un oggetto che esiste al di fuori della propria onnipotenza). Il risultato
più sconvolgente delloperazione è che il bambino non scopre solamente la cruda
verità ma lamore. È come se dicesse al suo oggetto: "ti ho distrutto
... sei sopravvissuto (o siamo sopravvissuti) ... ti ho finalmente scoperto ... ti
amo". Il nuovo oggetto non ha più legami di parentela con loggetto buono
e non ha bisogno di essere riparato, bensì può essere liberamente usato e amato. Detto
tra parentesi, occorre diffidare del concetto di "riparazione". Cè il
rischio che comporti un reflusso, in quanto modalità proditoria di riafferrare per la
coda loggetto, proprio nel momento in cui sta uscendo dalla gabbia, con la scusa che
deve essere restaurato.
Dentro questo nuovo modo di pensare le relazioni,
soprattutto quando si affrontano tematiche che riguardano il genere, va sicuramente
inserita la Benjamin, forse la più creativa e la più sostanziosa tra gli autori
americani che appartengono al filone dell"intersoggettività".
La Benjamin, della quale avrò ancora occasione di
parlare, eredita sia le teorie di Winnicott che quelle della Fast e le applica al suo
campo specifico di ricerca, traendone le logiche conseguenze. È sua questa affermazione:
"Lassunto implicito della teoria della differenziazione sessuale è che
riconoscere la differenza ha un valore maggiore ed è unacquisizione più tardiva e
più difficile che non riconoscere luguaglianza. Il punto trascurato è che la
difficoltà sta nellaccettare la differenza senza rifiutare luguaglianza"
(1995), cioè nel trovare uno spazio di equilibrio tra gli opposti.
Infine è impossibile dimenticare, dulcis in
fundo per noi "argonauti" e per tutti gli amici fedeli che leggono la
nostra rivista ormai da venti anni, la teoria della persona di Davide Lopez.
Nel raccontare la storia con parole mie, immagino
che il DNA della nostra mente contenga la progettualità acché tutte le correnti
energetiche ascensionali che sono al servizio della vita, anziché disperdersi, abbiano
una naturale tendenza a subire la forza aspirante e a convergere verso lo stesso punto
nevralgico, dentro un ombelico, dove si amalgamano fino a realizzare
un"unità". La persona abita in questo pianeta, un "pianeta
blu", dove le opposizioni binarie, strumenti di tortura della "vita
sfinge", coabitano senza molestie e dove i più alti livelli dello sviluppo
libidico-emotivo, cioè il massimo grado di differenziazione e di integrazione, coincide
con il massimo grado di iperinclusività e di agilità preconscia.
Non bisogna pensare che si tratti di una conquista
una volta per sempre. Anzi, sotto gli urti della vita, la Gestalt della persona
tende a dissolversi, per ricomparire più tardi solo se una volontà indomita si assume
lonere di una continua rifigurazione.
La persona disdegna quella ricerca ossessiva della
verità che adopera solo il polo appuntito dellintelletto e strumenti di ricerca
degni di una polizia scientifica, e si dichiara erede della potenza onirica contenuta
negli antichi miti, nelle religioni e nelle grandi filosofie del nostro glorioso passato
di animali sapienti.
Sono giunto al termine del mio velocissimo e
panoramicissimo raid per cui è anche arrivata lora di tirare le fila.
Tutti gli autori, di cui ho fatto menzione, hanno
per me unaria di famiglia. A mio parere ciò che li accomuna, al di là degli
interessi diversificati e delle varianti stilistiche, è il loro convergere su due punti
nevralgici:
1) Non è detto che individuazione, separazione e
crescita comportino una penalizzazione narcisistica continua; è anche possibile che ci
sia "un vello doro" da conquistare e che la scoperta progressiva del mondo
avvenga sulla spinta di una corsa esaltante alla realizzazione di sé come persona.
2) La vita non ama le linee rette ma si avvita su se
stessa in uneterna giostra. Ovverosia, lo sviluppo non richiede una traiettoria
lineare che allontani dalla posizione iperinclusiva, ma la capacità di ritornarvi senza
perdere la consapevolezza della differenza.
Non mi resta che applicare questi due principi alla
teoria della bisessualità psichica da cui sono partito. La bisessualità psichica è
profondamente radicata nella psiche umana perché riposa sugli antichi patti damore
che i bambini di entrambi i sessi hanno istituito con entrambi i genitori, sia con la
madre che con il padre. Se, come dice la Benjamin, il segreto sta nellaccettare la
differenza senza rifiutare luguaglianza, si comprende come una scelta "per
decapitazione" risulterà essere matricida oppure parricida e comunque sempre
suicida. Rinunciare a una metà di se stessi porta alla costruzione di una
pseudoidentità, cioè di unidentità sessuale difensiva, reattiva e avversativa
(lindividuo dellaltro sesso viene trasformato in un oggetto che incarna le
parti scisse di sé), per cui si potrebbe anche dire che un individuo siffatto, che ha
optato per questa soluzione, non diventerà né maschio né femmina. In conclusione, lo
sviluppo di una sana identità sessuale deve essere inteso come il prodotto
dellinterazione dialettica di maschile e femminile, perché tanto nella sana
identità maschile che nella sana identità femminile ciascun termine dipende ed è
istituito dallaltro (Ogden, 1989).
***
Nellultima parte del mio lavoro rivisiterò il
concetto di edipo di transizione di Ogden. Sarà questa loccasione propizia
per parlare di quanto sia importante il ruolo del padre preedipico nella costruzione
dellidentità sessuale sia maschile che femminile.
La mia riflessione prende avvio da questa
affermazione di Ogden: "Sebbene Freud venga spesso accusato di aver trattato in modo
inadeguato i problemi dello sviluppo sessuale femminile, credo che egli abbia riservato
unattenzione minore al problema dellingresso del bambino nel complesso
edipico, che non al problema degli esordi delledipo femminile".
Ovverosia uningiustizia storica sarebbe stata
perpetrata sia ai danni del sesso femminile che del sesso maschile. Io mi allineo con
questo modo di pensare e ritengo che la radicale riorganizzazione
psicologico-interpersonale, che è richiesta per lingresso nel triangolo edipico,
comporti che femmine e maschi siano alle prese con conflittualità diverse ma comparabili.
Va da sé che il superamento di tali conflitti preveda soluzioni diversificate.
Le difficoltà della bambina sono connesse al cambio
di oggetto: il rischio è che il trasloco emotivo-affettivo dalla madre preedipica
(oggetto noto) al padre edipico (oggetto esterno ancora da conoscere) si traduca in un
"salto nellabisso" di quella dimensione esterna che giace fuori del suo
controllo onnipotente.
Per il bambino, invece, laccesso a un rapporto
erotico e sentimentale con la madre edipica si carica di angoscia per larcana
rassomiglianza che questo oggetto damore ha con lonnipotente e seducente madre
preedipica.
Quindi, se la femminuccia si vive come penalizzata
per lonere del passaggio da un oggetto allaltro, il maschietto non si ritiene
certamente privilegiato per essere esonerato da questo compito. In letteratura è stato
abbastanza trascurato il fatto che limpotenza maschile psicogena, quasi sempre, e
alcune forme di omosessualità, più che essere generate da interdetti paterni non
digeriti, nullaltro significano che sacro terrore della femmina. Quando, nel corso
dello sviluppo, non si è stabilita una distanza di sicurezza tra la madre preedipica e il
sé, "il profumo di donna" rimanda alla maga Circe e alle sirene voraci, mentre
il rapporto sessuale viene equiparato a entrare dentro la pancia di Moby Dick.
A dialettica maschile-femminle così ritarata,
occorre tornare a domandarsi, partendo da presupposti diversi rispetto a Freud, quali sono
i processi psicologico-interpersonali che mediano la transizione dai livelli preedipici a
quelli edipici dello sviluppo.
Ogden avanza lipotesi che lingresso nel
complesso edipico sia assicurato, sia per la bambina che per il bambino, da un rapporto di
transizione con la madre che è analogo, anche se evolutivamente successivo, al rapporto
con oggetti transizionali descritto da Winnicott. Nel "rapporto edipico di
transizione", acché unesperienza del genere si produca, madre e figlia, oppure
madre e figlio, devono essere capaci di creare e utilizzare uno "spazio di
gioco" (Winnicott, 1971) e stabilire tra loro una relazione basata sul seguente
paradosso: la bambina e il bambino si innamorano della madre-in-quanto-padre e del
padre-in-quanto-madre. In quale delle due configurazioni ci si trovi, se si è innamorati
della madre oppure del padre (di un oggetto interno oppure di un oggetto esterno), è
domanda che non si pone. Quindi la prima fase dello sviluppo edipico comporta una
triangolarità che viene a costituirsi nel quadro di una relazione a due.
Naturalmente, anche in questo caso, i destini
femminili e maschili divergono.
La madre della transizione è come se dicesse alla
figlia adorata: se fossi un uomo ... Ma ben si sa che linconscio non contiene il
"se fossi", per cui è come se affermasse: io sono un uomo ... sei bella ...
sono innamorata di te. Così la bambina, se tutto va per il meglio, non deve
necessariamente rifiutare la madre per amare il padre e può fare, solo dopo e grazie a
questa prova generale (che equivale a una benedizione materna), un ingresso nel triangolo
edipico senza uno schiacciante vissuto di delusione.
Per quanto riguarda il figlio maschio la madre della
transizione incarna sia loggetto interno padre, che conferisce al bambino il potere
sessuale, sia loggetto esterno madre, che si lascia desiderare. Paradossalmente, è
proprio attraverso il rapporto con la madre, una donna, che il bambino acquisisce il fallo,
cioè lequivalente simbolico di quella forza che è necessaria per affrontare
"loscuro oggetto" delle sue brame.
In sostanza, conclude Ogden, sia per la femmina che
per il maschio, la relazione triangolare, che è lesito di un soddisfacente rapporto
edipico di transizione, rappresenta una ricostruzione della fondamentale bisessualità
dellindividuo, in modo che la femminilità non esiga più una fuga dalla
mascolinità o un diniego di essa, e naturalmente viceversa.
Io ho un appunto critico da fare a Ogden, che pur
ringrazio per il concetto illuminante che mi ha regalato. La critica riguarda il ruolo che
dentro la sua teoria viene ad assumere la figura paterna. Nella teoria di Ogden, come del
resto in quelle della maggior parte degli analisti di oggi, il padre del periodo
preedipico ed edipico precoce non ha presenza corporea, bensì esiste nellinconscio
materno e per ciò che la figlia scorge nello sguardo della mamma. Io penso che ci si
dimentichi che una visione preedipica della "sacra famiglia", in cui viene
sottolineata lintimità e lisolamento della diade madre-bambino in
contrapposizione al padre che è collocato fuori, che è e deve essere altro,
è stata costruita per convenzione e si riferisce solo a una parte della verità.
André Green (1975), riallacciandosi allidea
di Winnicott che non esista unentità separata "bambino", ha affermato che
non cè neppure unentità "madre-bambino", dal momento che il padre
è sempre rappresentato "nellinconscio della madre".
Anche se non voglio negare il maggiore spessore
cenestesico che attiene alla relazione madre-infante, io sostengo che unentità
isolata madre-bambino non può esistere perché, fin dallinizio, il padre è
corporalmente presente. Già quando è un feto dentro il grembo materno, visto che i due
partner hanno rapporti sessuali, il figlio che sarà sente gli "scossoni"
dellamore. Subito dopo, appena nato, siccome viene preso in braccio sia dalla madre
che dal padre, percepirà, per quanto i sensi giovanissimi glielo permettano, una pur
minima differenza tra la pelle liscia della mamma e i peli del papà. Non vorrei che
quanto affermo venisse considerato troppo ingenuo. Pur sapendo che cè un salto tra
la realtà esterna e quanto la mente di un bambino piccolissimo riesce a concepire, io
ritengo che ci siano ragioni sufficienti per pensare che una triangolarità esista fin
dallinizio, una triangolarità fatta di tre corpi. Prova ne sia che non manca mai un
senso rudimentale del terzo, come elemento inerente alla struttura della scena primaria,
fin dalle versioni più primitive di questo contenuto fantasmatico.
Sarebbe ben diverso affermare che lesistenza
del padre in quanto altro è una necessità psichica del bambino e soprattutto una
necessità funzionale alla diade madre-bambino. Infatti non trascurerei il ruolo che il
padre si assume (o che comunque gli viene affidato) di contenitore della persecuzione,
al fine di bonificare la relazione madre-infante dai fantasmi aggressivi e abortivi in
essa contenuti, in modo che essa si configuri, su un piano immaginario e idealizzato, come
una specie di età delloro, prototipo di ogni benessere.
In tal senso trovo che non sia stato valutato a
sufficienza il concetto di paranoia primaria che Franco Fornari (1981) ha studiato
nella produzione onirica delle donne gravide.
Comunque, quanta più ambivalenza esiste
allinterno della relazione madre-figlio, quanto più odio, invece che amore, è
contenuto nella relazione tra moglie e marito, tanto più esterna, minacciosa e poco
familiare risulterà la figura del padre.
Per assurdo, Ogden, che è un uomo, ha dato un
risalto preponderante alla figura della madre, per quanto riguarda lo sviluppo precoce,
mentre sono state le femministe americane, cioè delle donne, a rivendicare
limportanza del ruolo paterno ai fini della costruzione del sé e
dellidentità sessuale.
Jessica Benjamin (1995) ha proposto lidea che,
fin dal momento in cui si alzano in piedi, fin da quando la differenza di genere e la
differenza genitale cominciano a essere riconosciute, i bambini di entrambi i sessi sono
spinti, da imperativi narcisistici precoci e irrinunciabili, a investire il padre e il
fallo di attributi idealizzati. Si assiste alla creazione di un padre-eroe che rappresenta
il legame con leccitante mondo esterno e diventa un "Che Guevara", il
partigiano della libertà, in quanto figura simbolica di riferimento del diritto a essere
separati, in contrapposizione cioè ai bisogni di accudimento e di sicurezza. Faccio
notare, tra parentesi, che questo povero padre, oggi tanto discusso e sovente
sottovalutato, farebbe "da tiro e da trotto", con lassumersi il ruolo di
"contenitore della persecuzione", quando nei figli prevalgono i bisogni
simbiotici, e quello di "contenitore della idealizzazione", quando i figli
rivendicano la loro indipendenza sovrana.
Tipica di questa fase dello sviluppo, quindi, è una
sorta di amore identificatorio. Anche in questo caso i destini maschili e femminili
divergono.
Lamore omoerotico identificatorio serve al
bambino per rafforzare la sua identità maschile, cioè la "storia damore con
il mondo" del bambino che fa i primi passi si trasforma in una storia damore
con il padre, che rappresenta il mondo, per cui il figlio è innamorato del suo ideale.
Invece il desiderio di avere un pene della bambina,
in questa fase dello sviluppo, non è una risposta alla differenza anatomica e tantomeno
una reazione alla castrazione, bensì risponde alla lotta per individuarsi. Dati i legami
di similarità tra madre e figlia, tanto più le femmine ricercano un oggetto diverso in
cui riconoscere la propria indipendenza. Questaltro oggetto è molto spesso il
padre, la cui alterità è garantita e simbolizzata da un diverso genitale.
Quindi linteresse preedipico della bambina per
il padre, linteresse per il pene, non è eterosessuale, dice ancora la Benjamin, ma
riguarda lincorporazione omoerotica e il possesso di qualcosa che possa competere
con il potente seno. È un desiderio di somiglianza che spesso compare in età di latenza
come desiderio di essere un maschio.
Proprio quando il padre non è disponibile (succede
spesso perché i padri sono più propensi a rispondere al bisogno identificatorio dei
figli maschi), linvidia del pene esprime il desiderio disperato che la
bambina ha di lui, cioè significa "fame di padre".
Il padre dunque (la cui funzione, a questo punto, è
diadica e non triadica) può essere "transizionalmente" un oggetto damore
omoerotico non solo per il bambino ma anche per la bambina. È proprio questo amore
omoerotico, spinto dalla forza evolutiva della separazione, ad aprire la strada verso
uneterosessualità non conflittuale.
Unultima sintesi: ledipo di transizione
di Ogden e lamore identificatorio della Benjamin sono concetti speculari. Ripartendo
da Ogden e rivendicando, in accordo con la Benjamin, un maggiore spessore da dare alla
figura paterna, io sostengo che nel periodo di transizione, in una versione ideale, viene
a crearsi uno spazio di gioco tra tutti i componenti della famiglia: madre e padre (una
madre che è anche paterna e un padre che è anche materno) si vengono incontro e
costruiscono tra la "Scilla" della femminilità e il "Cariddi" della
mascolinità un ponte levatoio, acché i loro figli, esentati da scelte masochistiche,
possano muoversi verso il loro futuro di persone.
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Silvio Zucconi
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