L’autrice affronta il tema della paura, a lei caro e sul quale riflette da anni, nelle sue molteplici sfaccettature.

Fin dalle prime battute, in maniera decisamente entusiasmante, traspare la grande passione con la quale svolge il suo lavoro, sia nella relazione col paziente, sia sul versante riflessivo e di un approfondimento teorico.

Coraggiosamente, ci racconta diversi flash clinici in merito alle paure nell’epoca post-moderna, dipingendo uno stile lavorativo e di pensiero maturo, attento agli aspetti intrapsichici, ma anche alla realtà esterna.

Nella parte iniziale del libro, lo sguardo è concentrato sulla relazione con il paziente, dove Mariotti mostra come l’incontro, paziente e analista, genera paure in entrambi; mentre, il primo teme di addentrarsi nel proprio mondo interno, alla scoperta di sé, con le varie tematiche ad essa collegate, l’altro, s’imbatte in un territorio sconosciuto, in un dolore che non saprà se sarà in grado di reggere. Semplice, ma quanto mai illuminante, è la differenza che ci sottolinea l’autrice: mentre il paziente è colui che teme e subisce la propria paura, lo psicoanalista ha il compito di riconoscerla ed elaborarla. Propone, infatti, il lavoro psicoanalitico come disvelatore di alcune sofferenze tipiche della nostra epoca, attraverso una “pensabilità” delle proprie conflittualità interne, capace, quindi, di aiutare il paziente ad emanciparsi dalle sue paure, quelle stesse che ne paralizzano la vitalità, per poter re-investire nel futuro.

Ci sottolinea l’importanza per lo psicoanalista di avere un duplice sguardo, attento al mondo interno del paziente, ma consapevole di un quadro sociale e ideologico. Avere una finestra sul mondo per confrontarsi con i vari cambiamenti sociali, diventa conditio sine qua non per comprendere i nuovi fenomeni sintomatologici nella stanza dell’analisi.

In una società fondata sulla cultura della frammentazione come modalità difensiva improntata all’illusione del controllo, dove Ambiguità e Diniego sembrano strumenti elettivi per non pensare al “dopo”, tratteggia la figura dello psicoanalista come quella di un tessitore di trame, di colui che aiuta, attraverso la ri-costruzione, ad allargare il campo emotivo del paziente per passare da una logica di pensiero dell’aut aut, ad una dell’et et.

Una visione attuale, intrisa degli aspetti propri dell’epoca post-moderna, e rielaborata, frutto di una lunga esperienza sul campo, rendono vivi e fondamentali gl’insegnamenti clinico-teorici del pensiero di Davide Lopez, che risultano fil rouge dell’intero lavoro.

Acutamente, l’autrice, ci mostra come la paura sia una maschera dell’angoscia e si domanda fino a che punto, in un’epoca che poggia le basi sull’incertezza, si debba avere paura per contenere l’angoscia.     

Una lunga e attenta disamina delle svariate paure post-moderne, tra le quali, la paura del corpo, dell’intimità, della vulnerabilità, della complessità, accompagna il lettore sulla strada percorsa dall’analista nell’aiutare il paziente a sostare nelle proprie angosce, a superare la paura di vivere, nel rendersi partecipe di un processo di “messa in crisi” del già noto, cieco e irriflessivo, con la finalità d’infondere al soggetto la padronanza del suo mondo interno, quella signoria della mente che permette, al di là dell’angoscia e della paura, di rinnovare la consapevolezza del sé e di avviare la costruzione di una progettualità amorevole.

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