Le azioni umane, anche quelle considerate più nobili, sono permeate di narcisismo. Il pensiero tradizionale aveva congiunto il concetto di nobiltà con quello di sacrificio. Sentimenti e azioni nobili erano considerati tali, nella misura in cui implicavano anche abnegazione e abdicazione, dedizione di sé, rinuncia a oggetti di desiderio e rischio a volte mortale. «Bello è morire per la patria» era il canto seduttivo dei poeti per mistificare la mortificazione dell’istinto di autoconservazione con il velo degli ideali eroici. La psicoanalisi ha demistificato e desacralizzato quelle che Karl Marx definiva le sovrastrutture. Noi non vogliamo buttar via, stralciare tutto il passato tragico della specie umana, di cui la poesia, l’arte e il pensiero filosofico e scientifico sono componenti sostanziali. L’imbellettamento culturale è, però, notevolmente impastato di narcisismo. Desideriamo mostrare in questo libro come il narcisismo esibizionistico e grandioso implichi un prezzo, un sacrificio, appunto. La moneta sonante con cui si paga per le soddisfazioni narcisistiche quasi sempre risultanti in masochismo, quando implicano sacrificio e abnegazione di sé, è l’egoismo. Viene sacrificato l’amore di sé, ma anche il vero amore per l’altro. Una delle mete di questo nostro lavoro è di indicare la possibilità di fondere insieme, nell’amore personale reciproco, il narcisismo sano con l’egoismo maturo.
    La demitizzazione di ciò che la cultura e la civiltà del passato consideravano sacro è il risultato di spinte demolitrici e rivoluzionarie. Tuttavia, a questo punto, è indispensabile una distinzione essenziale nell’ambito stesso della sacralizzazione. A livello individuale, familiare e sociale, da che mondo è mondo, «delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo», direbbe René Girard, ogni nuova generazione ha come sua tendenza quella di contestare, appunto demitizzare, dissacrare i principi, le norme, la cultura, l’etica, i canoni fondamentali insomma, della generazione che la precede. La struttura culturale istituzionalizzata del passato, costituita rigidamente, era in grado di resistere alla spinte ribelli delle nuove generazioni mediante l’istituzione di riti iniziatici e di punizioni esemplari. Ma, in tempi recenti le cose sono cambiate. La generazione dei padri ha iniziato a soffrire di quella che potremmo definire la cattiva coscienza. Se si vuole mantenere un vertice di osservazione ampio e distaccato, i movimenti contestativi che vorrebbero apparire rivoluzionari non devono, a loro volta, essere idealizzati e sacralizzati, per evitare ripetizioni monotone, automatiche, in fondo inconcludenti e perfino distruttive, del susseguirsi di generazioni che sono inconsapevoli del significato prevalentemente adolescenziale della protesta. Infatti, una cosa è protestare, un’altra è trasgredire. Contestazione e protesta si riferiscono, sic et simpliciter, ai movimenti di ribellione all’ordinamento costituito della società. Hanno, quindi implicitamente, più significato negativo che positivo. I contestatori in genere sono guidati e dominati da un’istanza demolitrice. Nell’attacco ai genitori e ai professori dell’epoca gloriosa del Sessantotto la violenza emotiva rivendicativa prevaleva, in modo deciso, sulla formulazione di idee e di progetti ricostruttivi e risanatori.
    Nella stessa società di psicoanalisi il movimento contestatore si limitava a criticare gli anziani per quello che a sentir loro non avevano fatto, per come pensavano e come agivano, piuttosto che dedicarsi, trasgressivamente, alla edificazione di ideali e mete propositivi. Lopez ricorda studenti contestatori, i quali pretendevano che i “professori” escogitassero soluzioni per problematiche esistenziali, di cui essi stessi – ve n’erano di più anziani degli stessi didatti – non avevano la più pallida idea. In fondo, volevano una sola cosa: si desse loro ragione, a prescindere da qualsivoglia contenuto. Temevano qualsiasi responsabilità.
    Ben diverso è il significato della vera trasgressione. A colui che ha decostruito gli ideali, i concetti, le formule, la struttura del pensiero della cultura di un’intera epoca si addice il termine trasgressore. Grandi trasgressori sono stati Marx e Nietzsche. Il trasgressore è un individuo che pensa ed agisce in modo singolare. Un vero trasgressore ha il sentimento e la capacità di opporsi al modo di pensare, non solo di un gruppo di appartenenza, ma di un’intera società. Perché ha integrato l’universale! Il grande trasgressore le rivoluzioni non le fa nelle piazze, ma in quell’universo che è la sua mente. I filosofi, a differenza degli psicoanalisti, sono pervenuti al concetto di universale. Marx, per esempio, lo aveva mutuato da Hegel: l’universale era il filo conduttore del suo pensiero. Quando, nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx dice «Il rapporto dell’uomo alla donna è il più naturale rapporto dell’uomo all’uomo. In esso si mostra, dunque, fino a che punto il comportamento naturale dell’uomo è divenuto umano, ossia fino a che punto la sua umana essenza gli è diventata esistenza naturale … e fino a che punto l’uomo, nella sua esistenza la più individuale, è ad un tempo comunità.», egli vuol dire che entrambi, uomo e donna, hanno attinto nella loro esistenza l’essenza universale della specie umana. Tanto meno l’universale è concepito e tenuto presente, quanto più ci avviciniamo agli scritti degli psicoanalisti postmodernisti che concepiscono il soggetto come transeunte, episodico, evanescente e uniformemente scambiabile, pur nella sua unicità esistenziale.
    Ed è, soprattutto, il significato surrettizio e inconsapevole dell’etica che istituisce il carattere limitativo dell’universale, ridotto appunto ad etica, che mascherandosi da universale impone storicisticamente regole e modalità al sentire e all’agire umano. Tuttavia, per chi è abituato a pensare in modo più rigoroso, la psicoanalisi, e in particolare il suo fondatore, forniscono, sia pure inconsapevolmente, alla cultura umana il cuore pulsante che spiega il significato genetico profondo dell’universale. Questo cuore pulsante è il conflitto edipico. Sebbene Lopez abbia fruttuosamente negli anni criticato la soluzione freudiana del conflitto edipico, nondimeno ha derivato da Freud il significato di universalità di esso, trasferendo, tuttavia, la concezione su un piano diverso da quello del Maestro, e indicando una nuova, più vitale e feconda soluzione. Essenziale del conflitto non sono tanto i caratteri spazio-temporali, quantitativi per così dire, ritrovabili cioè in una parte considerevole del nostro pianeta, nel presente e nel passato, quanto piuttosto la sua indispensabilità lungo il cammino dell’evoluzione e della maturazione umana, il suo significato libidico-emotivo e mentale, appunto essenziale. Freud aveva già preconsciamente intuito la necessità di istituire l’universale, come costituente essenziale della struttura della mente. Il superio è divenuto per Freud sempre più negli anni l’equivalente dell’etica e, quindi, il rappresentante normativo del diritto, della razionalità, della coscienza, nel suo duplice, ambiguo significato: etico e conoscitivo. Insomma, l’etica si è mistificata da universale.
    La contestazione del Sessantotto, a differenza di quelle precedenti, prevalentemente socioeconomiche, ha avuto il significato più specifico di conflitto generazionale. Lo scopo recondito della lotta era l’abbattimento della società patriarcale, la quale si sorreggeva sulla potenza costrittiva e limitativa, ma anche organizzativa del superio. Il risultato di questa lotta in psicoanalisi è stato il crollo del superio, e nella società in genere dei principi etici e giuridici che la sostenevano. Freud non aveva tenuto conto della lezione di Marx e della sua critica al falso universale: l’individuale mistificato ed elevato immediatamente e surrettiziamente a universale. Né si era dato pena di comprendere la critica di Nietzsche alle teorizzazioni filosofiche dei concetti di “verità”, “razionalità”, “giustizia”, “mondo vero”, e così via, dove il filosofo aveva mostrato in modo inequivocabile la volontà di potenza, come determinante essenziale di questi concetti verniciati e idealizzati. Ma tanto la critica di Marx, quanto quella di Nietzsche ai falsi universali, che Lopez ha fatto proprie e sintetizzato nei suoi scritti, non implicavano affatto l’eliminazione e la destituzione dell’universale, quanto piuttosto la sua emancipazione dal tentativo riduzionistico e storicistico delle religioni e delle filosofie.
    Dunque, la rielaborazione del conflitto edipico conduce a queste conclusioni. La componente positiva di esso comprendeva per Freud l’amore del bambino per la madre e della bambina per il padre, e viceversa, la conflittualità aspra e intransigente dei bambini di entrambi i sessi verso il genitore del sesso opposto. Non è l’impostazione freudiana del conflitto ed essere deficitaria, quanto piuttosto la sua soluzione. Essa è insoddisfacente e deludente nella misura in cui è, soprattutto, affrettata e rinunciataria. Più ancora della bambina, il bambino, secondo Freud, rinuncia al conflitto, e si sottomette al genitore dello stesso sesso. Mediante rinuncia e sottomissione Freud pensava di avere gettato le basi per l’istituzione di una intramontabile civiltà culturale. Il conflitto con il genitore dello stesso sesso veniva sostituito da un’identificazione automatica: il superio, geneticamente rappresentativo del modo di pensare e di agire dei genitori, specificamente del padre, penetrava nella mente del soggetto, e da allora in poi determinava la sua vita. Si trattava, dunque, non di emancipazione, quanto piuttosto di sostituzione di una dipendenza esterna con una interna. L’individuo veniva coniato con lo stampino di un universale costrittivo. A questa coniazione si addiceva il concetto freudiano di “uomo normale”, concetto che nello spazio e nel tempo si è perpetuato in psicoanalisi, soprattutto in quella cosiddetta classica.
    Una riconsiderazione approfondita del conflitto edipico ci conduce a un’altra, diversa e più feconda soluzione. In un conflitto edipico, dove la tensione non si attenua, come nell’affrettata soluzione di Freud, ma che si protrae nel tempo, il bambino e la bambina sani non rinunciano all’amore del genitore eterosessuale, né si arroccano in un irriducibile conflitto con quello del proprio sesso – il cui esito sarebbe, come abbiamo visto, l’identificazione coatta. Là dove maggiore è lo sforzo di comprensione del rivale, là è implicito il superamento delle proprie posizioni soggettive, grettamente egotiste e narcisistiche. Siamo, dunque, senza un particolare sforzo cerebrale, pervenuti alla conclusione che per gli individui concepiti dalla psicoanalisi classica e da quella intersoggettivista postmodernista altre soluzioni non vi sono, se non un’ostinata soggettività che vuole rimanere tale nella sua transeunte unicità, come proseguimento di contestazioni e ribellioni irriducibili al superio dei padri, quali si manifestano nell’adolescenza e nella post-adolescenza, oppure come sottomissione e identificazione coatta con i genitori e con la cultura tradizionale del patriarcato. In quest’ultimo caso si ha l’identificazione con il falso universale, come abbiamo già visto.
    Nella tensione prolungata è, invece, possibile pervenire all’acquisizione dell’universale, derivata dalla comprensione del modo di essere e pensare del genitore del proprio sesso, e non solo di esso, il che non implica affatto assoggettamento. Il soggetto acquisisce la capacità di accettare ciò che è valido e significativo di entrambi i genitori, e di rifiutare ciò che non lo è. Ed è proprio così che l’individuale si eleva ad universale, nella misura in cui il soggetto diventa rappresentante e messaggero dell’universalità e dell’eternità della specie umana, e oltre la specie umana. Nello sforzo di sollevamento all’universale, il genitore del proprio sesso perde il carattere e il significato di rivale e nemico, come pensava Freud e con lui una parte della psicoanalisi, e può essere integrato, quando è degno di esserlo, nel modello stesso della persona.
    Quando il paziente e lo studente cercano l’analisi, ciò significa che essi vanno alla ricerca di un modello di eterna universalità, quale non è loro riuscito di trovare nell’ambito della propria famiglia e della società in genere, di un modello che istituisce nella mente la libertà di pensare, il riguardo, l’apprezzamento e l’amore per la persona che si ama, per coloro che sono persone, ma anche per tutto ciò che è degno di essere pensato, rispettato ed amato.
    E, dunque, l’acquisizione dell’universale nell’individuale è quella sintesi, quella celebrazione emancipativa che simultaneamente redime e santifica narcisismo e amore. Il narcisismo non è più amore tautologico per sé stesso in quanto soggetto solipsistico, ma è amore per sé stessi in quanto «comunità dentro di sé» (Marx), equivalente, dunque, all’amore per colui o colei che è persona. Analogamente, l’amore per l’altra persona è anche manifestazione di egoismo maturo, proprio perché il desiderio per l’altro, come persona, comprende e svela l’universalità che unisce insieme, in unità, gli amanti. È il modello della persona che riunifica narcisismo sano ed egoismo maturo. Dunque, in questo libro noi abbiamo redento narcisismo ed egoismo, ma abbiamo anche compiuto ciò che non riuscì a Freud: riunire insieme gli irriducibili opposti del Maestro – narcisismo e amore. La dialettica degli opposti si è trasformata in dialettica dei distinti, come in Eraclito di cui ricordiamo l’intramontabile aforisma: «Non comprendono come, disgiungendosi, con sé stesso si accordi: una trama di rovesciamenti come quella appunto dell’arco e della lira».
 

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