Senilità                                                                                                                                  Quaderno n. 29

 

 

Introduzione

“Non sono pronta a sentirmi vecchia”. Con questa affermazione apre la seduta una paziente che ha superato la settantina, vivace e attiva, molto impegnata politicamente. Una serie di malanni, superati con notevoli difficoltà, non ha ovviamente inciso sulla sua età, ma sul suo sentimento di quell’età, non dunque sull’essere vecchia, ma sul suo sentirsi tale. Continuamente rivolto all’indietro, il suo sguardo rincorre il prima e non lascia spazio al nuovo, a qualcosa che peraltro lei stessa desidera: l’allentamento degli impegni, la scelta di quali mantenere e quali declinare, il superamento della competizione e del confronto con l’altro alla caccia di chi sia più bravo, più abile, più brillante. Ho risposto alla mia paziente più o meno ciò che ho scritto più sopra, ma ho aggiunto che uno dei (pochi?) vantaggi dell’invecchiare è proprio il potersi sentire liberi di scegliere, liberi dell’obbligo di dover dimostrare qualcosa. In realtà, ciò che ho detto non è del tutto vero: se infatti, da una parte, ci si può davvero sentire alleggeriti dalla necessità di dimostrare il proprio valore, liberi di pensare che ciò che è fatto è fatto, liberi dunque di esplorare nuove possibilità senza ansia performativa, d’altro canto invece è proprio invecchiando che ci si ritrova a dover dimostrare una notevole quantità di cose: che non si è rincitrulliti, che non si è dormienti sugli allori del passato, che si è, inoltre, persone ancora desiderabili. Ma non ci si ferma qui: se lo sguardo aggrappato al passato si somma alla volontà di rimanere ciò che si era, si rischia il ridicolo, come ben sottolineano Augé eBenasayag, e il triste spettacolo di un sé che ripete se stesso. Talora, anche pensatori di vaglia sono incappati in questa trappola, finendo per ribadire costantemente ciò che avevano già detto o assumendo posizioni radicali senza saperle o poterle sostenere con argomentazioni riflessive, spesso finendo per diventare tuttologhi su riviste o talk show di infimo ordine.

Mi viene alla mente anche un altro paziente, importante dirigente d’azienda, che ha fatto coincidere la fine dell’attività professionale con un sentimento di nullità, di vergogna, di umiliazione. Il suo sentirsi “vecchio” è ristretto, asfittico, limitato soltanto alla perdita di potere lavorativo, per quanto svolga tuttora tutte le attività extra lavorative che ha sempre svolto. L’angoscia sottile e pervasiva è in lui costante, accompagnata da un’ansia specifica che ricade sul corpo, sulla paura della malattia e della perdita di potenza. Il sentimento dominante è la vergogna: essere anziani o vecchi coincide per lui, e non solo per lui, con un tale smacco narcisistico che l’unica possibilità che resta sembra proprio essere quella di nascondere, occultare, mimetizzare la fonte di tale smacco, cioè l’età. D’altro canto, sappiamo come il tono un po’ svalutativo e di riprovazione accompagni spesso il commento rivolto a qualcuno che “dimostra proprio tutta la sua età”. Ecco che si affaccia il superio sociale, con le sue pretese di adeguamento e il suo carico di “colpa” (la colpa di essere inadeguati) tanto più gravoso quanto più il soggetto che vi si asservisce non è in grado di rivendicare la propria specificità, la propria irripetibile essenza rispetto all’immagine richiesta. L’anziano appare così un sorta di memento mori, e ancor maggiormente un richiamo al tempo che passa, un tempo che incalza il giovane, che lo intimorisce e contemporaneamente gli ricorda la sua stessa necessità di accelerare sempre di più il passo.

In ambedue i pazienti cui ho fatto cenno, lo sguardo è dunque rivolto all’indietro e la sofferenza è cocente, in ambedue i casi la vecchiaia coincide con la perdita. E’ inutile fingere, ritengo, che non sia in parte così, ma è altresì vero che molto dipende da quanto ci sia “una vita prima della morte”, come afferma Benasayag. Non soltanto dipende da quanto e come si sia vissuti con soddisfazione, bensì dal fatto che “nella nostra società, quando si guardano le persone anziane, non si vede altro che la perdita delle possibilità”. Ma di quali possibilità si parla? La convinzione di Benasayag, che condivido, è che attualmente “tuti i cicli di vita vengono soppressi, la forza della tecnica, la forza orizzontale, sincronica, della tecnica fa sì che, di colpo, tutti gli individui funzionino allo stesso ritmo”. Debbano funzionare allo stesso ritmo, sicchè per il giovane non c’è lo spazio dell’esplorare e del sospendere con calma, e per gli anziani c’è un tempo altrettanto compresso e sincopato, all’insegna di una modellizzazione che, già in quanto tale, soffoca l’individuazione e che, in più, si articola con modalità fortemente rigide. L’angoscia di “perdere il ritmo sociale”, di “non essere al passo con i tempi” può diventare dominante, rivelando così fragilità narcisistiche precedenti, magari ben compensate fino a quel momento da attività frenetiche e performative. Finite queste, che cosa resta? Resta da fare i conti con ciò che si è ignorato (negato o denegato) per tutta la vita, la paura di “perdere il passo”, di perdere ciò che si è ritenuto fosse l’essenza stessa della potenza, cioè il potere. Genitori gentili e generosi che hanno sostenuto i figli e li hanno guidati con mano ferma, diventano ostili e rancorosi, gradualmente pretendono sempre più attenzioni e rivendicano come dittatori una dedizione esasperata: la rinuncia al gratificante ruolo di “maggiore”, con il potere che lo accompagna, è impossibile e questa impossibilità svela quanto narcisistico bisogno ci fosse dietro quella apparente disponibilità, quanto imperio lo sottendesse. Potenza e potere si confondono e si sovrappongono, annullandone la differenza: l’una, la potenza, è elastica e contestualizzata, l’altro, il potere, è rigido e decontestualizzato.

L’impossibilità di cui sto parlando non è soltanto relativa all’abdicazione del potere, completamente confuso e sovrapposto alla potenza, è relativa altresì

La vecchiaia infatti è entrata nel novero delle questioni interessanti da qualche decennio, cioè da quando è divenuta oggetto e soggetto di consumo, e ciò ha comportato appunto una sua inclusione nella modellizzazione sociale più diffusa: non è più la morte a rappresentare “la livella” del principe De Curtis e dei latini che recitavano “pallida mors equo pulsat pede tabernas pauperum divitiumque aeduos”, ma l’illusione di una tecnica che da facilitatrice di contatto si trasforma in onnipotente strumento di immortalità. Una pubblicità, diffusa in questi mesi, recita così: ”il tuo tempo è infinito”, facendo riferimento ad uno strumento tecnologico descritto come particolarmente veloce. Illusione? Diniego? Propendo per il secondo, cioè per la fuga da ciò che si è, da ciò che si teme nel riconoscere sé. Il nostro tempo non è illimitato, né ha senso comprimerlo nell’accelerazione, in una sorta di sfruttamento compulsivo dello spazio che ci rappresenta. L’impossibilità di abitare il presente, perdendosi nella rincorsa al passato o al futuro, nega al giovane e all’anziano il proprio tempo specifico, il ritmo precipuo che contraddistingue ogni età e ogni soggettività. Non è affatto infinito il nostro tempo, e lo dice il corpo e l’intervallo che intercorre tra oggi e la nostra morte. “Il corpo tradisce le persone che, prendendo atto di questa sconfitta , si sentono innanzitutto vittime del loro corpo e rifiutano di ammettere che questa fragile spoglia mortale in via di estinzione sia il sunto del loro essere e della loro identità” (Augè). Marguerite Yourcenar, nelle Memorie di Adriano, dice poeticamente qualcosa di molto simile, quando descrive il senso di tradimento vissuto da Adriano nell’accorgersi che quel corpo che lo aveva seguito come servo fedele, si è trasformato in un servo disubbidiente e neghittoso.

Parlare di invecchiamento, senilità, anzianità, è dunque una questione poliedrica e particolarmente spinosa, sia perché riguarda le molte facce con le quali si presenta la vita, sia perché tocca argomenti che si preferisce evitare: la decadenza del corpo, la malattia, la morte, i cambiamenti nella sessualità, la marginalizzazione sociale. Ma, come è compito e natura della psicoanalisi, è proprio là dove non si vorrebbe andare che è necessario sostare: questo è il principale motivo che ci ha guidate a invitare a discutere sulla senilità. Un collega, di fronte al titolo di questo Quaderno, mi ha chiesto un po’ stupito cosa avesse a che fare la psicoanalisi con la senilità, argomentando la sua perplessità con un’obiezione in parte condivisibile: se la psicoanalisi è orientata al cambiamento del soggetto, come può un anziano cambiare? Se la sua vita è alle spalle, se la sua struttura è ormai consolidata, che cambiamento ci possiamo aspettare? Questa obiezione può essere condivisa solo se pensiamo a un cambiamento per il futuro , lo è molto meno se pensiamo al cambiamento per il presente. Certo, un anziano che intraprenda un’analisi o una terapia psicoanalitica corre il rischio di rendersi consapevole di avere commesso errori non più riparabili nella vita attuale, è cioè possibile che non ci sia futuro sufficiente per modificare situazioni calcificate dal tempo. Ma la faccenda appare differente, se pensiamo al cambiamento per il presente, cioè all’accettazione di ciò che il paziente è ora-adesso, dello spazio di vita che sta attraversando nell’attimo stesso in cui si trova. Forse la mia lontana formazione nel campo della psiconcologia mi ha aiutata a strutturare questo pensiero, dal momento che il fantasma del tempo ridotto è sempre aleggiante in questi frangenti, e mi ha allenata a concentrare il focus sul qui e ora, non solo in senso psicoanalitico, bensì in senso concreto e relativo alla dimensione extra analitica.

Il presente, il qui e ora, coincide così con lo sguardo che non si volge al passato con rimpianto e al futuro con terrore, e coincide piuttosto con la coesistenza di entrambi, con la libertà di essere ciò che si è (ciò che si è stati, ciò che si sarà), superando l’introiezione dello sguardo sociale che si ritrae dalla consapevolezza del tempo che passa, rappresentata dal soggetto anziano. Ben lungi dall’assurdo “life is now”, stimolo quanto mai deprivante della propria stessa storia e progettualità, mi riferisco invece al recupero dell’oggi, del presente, vissuto con attenzione e centratura, assaporato, direi, con tutto il suo valore.

Osservare la senilità da vertici differenti, come è costume per tutti i Quaderni, significa dunque parlare di cura, di specificità femminile, di letteratura e di cinema, di stereotipi sociali e di psicoanalisi, di riflessione sulla rappresentazione psichica del proprio e dell’altrui invecchiamento, sulla possibilità di lavorare con pazienti anziani, sulla straordinaria longevità di molti psicoanalisti e sull’altrettanto straordinaria inversione di tendenza rispetto al sociale: se là infatti l’anziano ha perso l’allure della saggezza e dell’autorevolezza, nella psicoanalisi sembra vero il contrario, e lo psicoanalista anziano spesso “guadagna punti” con l’invecchiare. Segno di civiltà e rispetto? Di stima per l’accumulata esperienza? Oppure segno di Edipo mai del tutto elaborato? Di eterno bisogno di figliolanza?

Lascio ai lettori la riflessione su questi temi, insieme al piacere di leggere i contributi che compongono questo Quaderno.

 

Bibliografia

Augé M.,Il tempo senza età, Cortina, Milano, 1914

Benasayag M., Mazzeo R., C’è una vita prima della morte?, Erickson, Trento, 2015

 

 

Gabriella Mariotti

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