Gli Argonauti Psicoanalisi e Società.  Abstract N° 152 – Marzo 2017


Theodore J. Jacobs
Sulla Speranza in Analisi e per l’Analisi

“…. Sebbene l’idea di speranza non sia di per sé un concetto psicoanalitico, uno sguardo più accurato rivela che essa è composta di elementi – quali desideri, fantasie, percezioni, funzioni dell’Io come pensieri e giudizi, o difese come razionalizzazione e diniego – che ci sono familiari come parti integranti  del nostro vocabolario psicoanalitico. Inoltre, grazie all’evidenza di numerosi studi, vecchi e nuovi, confido di dimostrare che la speranza – e la mancanza di speranza – sono argomenti centrali del lavoro che noi svolgiamo.
Sebbene generalmente trascurato, sia nelle nostre teorie sulla mente che nelle teorie sulla tecnica, la speranza e la disperazione, come sperimentate dal paziente e dall’analista, hanno un effetto indiscusso sul corso e sull’esito del trattamento; e poiché influenzano i nostri atteggiamenti verso il nostro lavoro e la nostra disciplina, esse hanno un impatto importante sulle nostre carriere analitiche.
In medicina è risaputo che i pazienti che rinunciano alla speranza, che cadono in stati di disperazione e si arrendono, sono in pericolo di vita. I chirurghi lo sanno e un chirurgo esperto penserà a lungo e attentamente, prima di operare un paziente che non ripone più speranza sulle proprie condizioni. Né la situazione è molto differente se è il chirurgo che, coscientemente o non, ha perduto la speranza. ….
E’ anche vero, in ogni caso, che molti pazienti non cercano il trattamento analitico finché non si sentono quasi senza speranza di poter trovare delle soluzioni – con mezzi propri o grazie ad altri metodi di cura – alle difficoltà che hanno causato loro sofferenza e per le quali vengono a chiederci aiuto. Non è inusuale, infatti, che i sentimenti di disperazione, nati da anni di frustrazioni e insuccessi, si mescolino ad una scintilla di speranza che viene generata dall’inizio del trattamento.

Se tutto procede bene nella fase iniziale dell’analisi ed il paziente comincia a sviluppare l’insight rispetto alle sue difficoltà e la fiducia nel suo analista come una persona esperta ed empatica, che ha dimostrato la capacità di comprendere quanto il paziente sta vivendo, questa crescente fiducia nel trattamento è accompagnata da un accrescimento della speranza. ….”


Davide Lopez
Il Sé, il conflitto edipico e la persona

.”… Le concezioni storicistiche e naturalistiche dello spazio e del tempo, come movimento lineare e fisicamente estensivo sono, dunque,   espressione   della   generale   condizione   di  alienazione,
perdita di sé dell’uomo fratturato e riduttivamente identificato con l’lo, con la coscienza intellettuale e morale, la logica, la razionalità della società moderna. Per colui che ha ritrovato sé, qualunque cosa questo sé per ora significhi, ciò che è lontano nello spazio e nel tempo, ciò che è oltre, al di là, potrebbe essere più in prossimità di ciò che è immediatamente vicino,  di ciò che  è poco  fa o fra  poco.
Con il concetto di tempo e di spazio emotivi, deducibili dalla psicoanalisi e affini al pensiero dei due ultimi grandi filosofi della nostra era – Nietzsche e Heidegger – credo che sia pos­ sibile aprire la via verso la liberazione e l’emancipazione del Sé dal feticismo di un mondo alienato, strutturato e istituzionaliz­
zato, dove le categorie di tempo e spazio sono fedeli custodi del  tempio  più  riposto  delle  società  patriarcali  e matriarcali. ….

Ho  mostrato più volte, negli anni  passati,  che  vi  è  un  modo  più  can­ dido di guardare alla coazione a ripetere,  base  del  transfert, diverso da quello comunemente accettato che la connette con il masochismo e l’istinto di morte. Questa modalità non è una mia invenzione, ma è la manifestazione stessa della vita che vuole germinare, crescere e schiudersi, della vita che  ritorna  nella coazione a ripetere a tentare di disfare  il  ripiegamento,  la  di­ sfatta e la  disintegrazione  subiti  nell’ambito  delle  relazioni d’amore  e di quelle  educative  e formative  del passato. ….”


Eugenio Borgna
La speranza in psichiatria

“… Confrontandoci, noi che viviamo nella speranza e nelle speranze, con chi non abbia più speranze nel cuore (bruciate dalla angoscia e dalla disperazione), non dovremmo mai dimenticare la debolezza e le ambivalenze delle nostre parole e dei nostri gesti che non sempre sono dotati di una radicale testimonianza terapeutica. Le parole leggere, o le parole pesanti come piombo: quali parole abbiamo nel cuore quando ci avviciniamo al destino, al volto e agli sguardi, ai silenzi e agli scoramenti, alla tristezza e alla angoscia, alla timidezza e alle insicurezze, alle speranze recise, di chiunque fra noi sia colpito dalla malattia mortale e dalla disfatta della speranza? …

Non solo negli incontri che la vita ci propone ogni giorno, ma anche, e soprattutto, negli incontri che si hanno con pazienti divorati dall’angoscia e dalla disperazione, è davvero necessario intendere il senso misterioso di un dialogare nel silenzio; e questo al fine di intuire cosa questi pazienti sentano, e cosa provino, quali attese e quali speranze inquiete essi abbiano, e quali ombre scendano sugli orizzonti della loro vita.


Marcello Ghilardi
Pensare il soggetto tra filosofia e  buddhismo Zen

“…Non si tratta di rafforzare o potenziare il proprio ego, nemmeno erigere barriere protettive per custodire la soggettività o per raggiungere un più profondo livello di consapevolezza; al contrario, andare oltre il sé psicologico vuol dire allentare la sua presa, ridurne le pretese, evitare di attaccarsi all’idea di una sostanza individuale di cui in genere non riconosciamo la natura effettiva. Questo genere di ignoranza (avidya in sanscrito, mumyo ?? in giapponese) si può comparare a una sorta di difetto originario che affligge gli esseri umani e la comprensione che hanno di se stessi. Sradicare l’illusione di un ego sostanziale conduce a svelare il cosiddetto “vero sé”, in cui “vero” indica ciò che si colloca al di là di ogni confronto e differenziazione, ciò che è originariamente puro e illimitato, laddove la soggettività psicologica tende a creare barriere e separazioni, senza cogliere la dimensione intrinsecamente relazionale della realtà – dimensione in cui si identifica il “Sé originario” (honrai no jiko ?????), simbolo della totalità e occasione per l’esperienza pura, non-individualistica della vita. È il Sé dell’intero universo, per così dire, che permette al pensiero di manifestarsi e opera al di là di ogni singolo atto di coscienza. ….
Traducendo shinjin, infatti, bisogna esplicitare la distinzione e al tempo stesso l’unità dei due caratteri cinesi, shin (corpo) e jin (mente, cuore, spirito); lo si fa in genere utilizzando una congiunzione (“corpo e mente”), un trattino (“corpo-mente”), una barra (“corpo/mente”) oppure usando appunto il termine “psicosomatico”. Ma per un lettore giapponese shinjin non costituisce l’unione di due diverse sostanze; è un segno che sta per un processo, il quale si sviluppa secondo una modalità di visibile-invisibile. Il “vero Sé” corrisponde a questo continuo transito, passaggio senza soluzione di continuità fra immanenza e trascendenza, tra sé e altro da sé, tra identità e differenza. Mettere da parte il corpo-mente non significa gettarlo via, annichilirlo, mortificarlo; la via buddhista insegna piuttosto come liberare il Sé universale dall’insignificanza e dalla piccolezza dell’attaccamento psicologico all’ego, riconoscendolo come una rete insostanziale (perché relazionale) di connessioni, mutamenti e trasformazioni. La nozione di relazione è infatti fondamentale nel pensiero buddhista …..”


Carmen Acedo  Manteola
Ferenczi e Winnicott: simbolo, creatività e vita

Nella conferenza “L’individuo sano”, Winnicott dice : “ una delle caratteristiche della salute è  che l’adulto non conosce arresti nel suo sviluppo emotivo” perché lo psichismo è dinamico; i suoi frammenti si uniscono organizzando funzioni, e si interpretano e catalogano le esperienze, dando identità al soggetto. All’inizio, l’identità è assistita da due tipi di esperienza: il sostegno materno e “le acute esperienze istintuali che tendono a riunire la personalità in un tutto, partendo da dentro”. Ma aggiunge: “L’esperienza è una realizzazione della maturità dell’Io per il quale l’ambiente fornisce un ingrediente essenziale. In qualche modo si raggiunge sempre…il senso di futilità, l’incapacità di sentire le esperienze come reali, predominano nella sintomatologia…” (1987c).
Qui possiamo vedere una delle tante similitudini che esistono tra questi due grandi clinici: Winnicott e Sandor Ferenczi, che, nel suo articolo “Il bambino mal accolto e la sua pulsione di morte” (1929), sostiene la medesima posizione. Ferenczi scrisse questo articolo come replica al lavoro di E. Jones “Freddo, malattia e nascita” dove egli ipotizzava che la predisposizione per le malattie di raffreddamento avesse origine in avvenimenti accaduti nella prima infanzia; Ferenczi potè confermare, attraverso le analisi di adulti molto disturbati, che da bambini “avessero recepito i segni con cui la madre manifestava il suo rifiuto o la sua impazienza, e che per tale motivo, la loro volontà di vivere fosse stata spezzata” (id).
Questo scenario infantile si traduce con la presenza, nella vita adulta, di alcune delle seguenti caratteristiche: sentimento di futilità, pessimismo morale e filosofico, dipendenze, avversione al lavoro, inappetenza sessuale, anoressia etc. e conclude:

“Era mia intenzione accennare soltanto al fatto che i bambini accolti con durezza e senza affetto muoiono facilmente e volentieri, o meglio possono servirsi di uno dei tanti mezzi organici per un rapido decesso, o se sfuggono a questo destino, conservano un certo pessimismo e tedio per la vita” (id).

Entrambi i clinici segnalano l’importanza straordinaria che hanno per la salute mentale le condizioni ambientali in questi primi stadi dello sviluppo emozionale. Qui Ferenczi ci offre un esempio lampante della distruzione della fiducia del bambino, il cui risultato è l’installarsi della disperazione per tutta la vita.


Loretta Zorzi Meneguzzo
Variazioni sulla dipendenza. Quali dialoghi?

“… In queste due differenti narrazioni, è come se l’eccessivo amore dei padri, protegga – ed escluda – dal dolore del desiderio, da quella tensione in cui si crea lo spazio dell’alterità, della tensione verso ciò che ancora non c’è mai stato. Il Minotauro si sorprende delle cose che accadono, ma non ha il tempo di indugiare nella meraviglia, sostenere lo sgomento, non ha il tempo perché possa germogliare la distinzione tra sé e l’altro – come ciò che ancora non si conosce -, oltre l’originaria confusione preoggettiva e presoggettiva. Non vi è lo iato in cui si possa insinuare il pensiero. Il labirinto che lo avvolge, protegge e rinchiude, ancora, gli sottrae la possibilità di vivere l’io-tu (Buber), di riconoscere l’intima alterità, desiderare, godere l’io relazionale. Iolantha avverte/soffre la mancanza; potrà scegliere, rischiare, desiderare, vedere, amare e, forse, essere amata. ….

Incontriamo pazienti che essendo stati riempiti dalle identificazioni proiettive di oggetti oblativi sentono di doversi ‘inventare’ un’autosufficienza. Di fatto, reiterando, continuano a farsi riempire dalle connessioni, apparentemente/illusoriamente, autonome ed emancipate. Ma, possono baluginare lievi increspature del sistema difensivo, denso e compatto, che indicano la lieve discontinuità: la possibilità di una breccia, ove si possa insinuare la distinzione, il desiderio, la sospensione sull’inatteso. …

Nella concezione lopeziana della tensione relazionale, vi è l’essenziale attenzione all’aspetto formale, alla relazione, in quanto continua creazione di significati – non previsti, inattesi – se, costantemente, si segue il cammino verso la dimensione dialogica io-tu. Creatività ed efficacia crescono, nel continuo, ininterrotto, oltrepassamento della scissione soggetto-oggetto, attività-passività, possedere-essere posseduti. ….”


Lucia Balello e Raffaele Fischetti
Rileggendo “Simbiosi e ambiguità” di J. Bleger

Nel cinquantenario dell’edizione di Simbiosi e ambiguità di J. Bleger, gli autori propongono una rilettura del testo. Bleger pone al centro del suo lavoro il processo della dipendenza-indipendenza in relazione al gioco della proiezione-introiezione. Lavorando sui primi stadi dello sviluppo egli scopre che comportamenti di tipo autistico e simbiotico non solo si alternano, ma anche coesistono nella relazione transferale, bloccando o dosando le oscillazioni o il movimento della proiezione-introiezione. Lentamente, nel processo che dalla dipendenza infantile va verso la dipendenza matura, la simbiosi da problema diventa necessità; quando non si sono organizzati in quadri clinici, autismo e simbiosi rientrano entrambi in una tipologia psicologica o della normalità.
La simbiosi gli appare come una relazione di stretta interdipendenza (…) di natura gruppale la cui caratteristica è di essere corporea e muta
La simbiosi madre-bambino non è un’interazione tra due persone (descrizione naturalistica), ma un’organizzazione indivisa o non discriminata nella quale non esistono due esseri distinti (descrizione fenomenologica). L’ipotesi di Bleger é che molto prima che si raggiunga un tipo di relazione e di identità per interazione, esista tra mamma e bambino una socialità sincretica. Questa ipotesi fornisce una possibilità di comprensione della connessione tra storia personale, storia del gruppo e storia istituzionale.
Quella che chiamiamo relazione interpersonale non è così un punto di partenza, ma piuttosto un punto di arrivo. Il punto di partenza dello sviluppo individuale è un’organizzazione sincretica che può definirsi come quello stato o struttura in cui non esiste discriminazione tra soggetto e oggetto, tra io e non-io, tra io e super-io, tra le diverse zone del corpo, tra oggetto buono e cattivo, orale, anale e genitale, tra corpo, mente e mondo esterno, femminile e maschile.
Il suo lavoro clinico lo porta a prendere in considerazione la natura profondamente ambigua del sincretismo. Nelle personalità ambigue non vi é interiorità. Sono le azioni che fanno. Quando parlano, parlano di eventi, cose, persone, attività. E’ il loro modo di parlare di se stessi ed é tutto ciò che sono. In un osservatore possono provocare confusione, dubbio o incertezza, sensazione di imprecisione e inconsistenza. L’impressione é di mancanza di spontaneità e di inautenticità. L’inclusione dell’osservatore fa emergere che un quadro nosografico non é esterno e oggettivo, ma coinvolge l’osservatore nella organizzazione del quadro stesso.

 

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