giugno 2009 – Il negativo

a cura di Vanna Berlincioni e Walter Bruno

 

“Si ha un bel riunire trenta raggi in un mozzo, l’utilità della vettura dipende da ciò che non c’è. Si ha un bel lavorare l’argilla per farne vasellame, l’utilità del vasellame dipende da ciò che non c’è. Si ha un bell’aprire porte e finestre per fare una casa, l’utilità della casa dipende da ciò che non c’è. Così, traendo partito da ciò che è, si utilizza quello che non c’è”.

Queste proposizioni sull’importanza del “vuoto” rispetto al “pieno” contenute nel capitolo XI del Daodejing, il libro della Via e della Virtù, suggeriscono l’idea che, come in tutte le coppie di opposti, un elemento sia in rapporto di circolarità con l’altro. Come l’“essere e il non essere si generano l’un l’altro”, così dal negativo può derivare il positivo e viceversa. L’essere e il nulla, la vita e la morte, l’ordine e il caos hanno la stessa origine. Fare propria l’affermazione equivale a fare propria la negazione. Una dialettica della complementarità e dell’alternanza rappresenta il filo conduttore degli scritti contenuti in questo Quaderno de gli argonauti, dove studiosi di svariati campi disciplinari (dalla psicoanalisi all’arte, alla fotografia, all’economia; dalle “scienze esatte”, come la matematica e la fisica, alla chimica e alla fisiologia) si esprimono sul concetto di negativo, ognuno dal proprio vertice speculativo. Il negativo, uno degli elementi caratterizzanti lo Zeitgeist novecentesco, si rivela così, paradossalmente, una delle funzioni necessarie al pensiero positivo. Il negativo infatti non ci appare solo come l’opposto del positivo, non solo qualcosa da cui difenderci, ma un’entità che rivela impensate valenze costruttive.