I saggi qui raccolti, a eccezione di uno – «L’aletheia del sacro nell’Oresteia» – sono stati scritti nel 1973, quando ero inebriato dalla rilettura, estesa ed approfondita, di Nietzsche. L’ebbrezza, come mostra Platone nel Fedro, a mio modo di vedere il libro più divino del divino filosofo, è uno stato di grazia dove la potenza creativa di un dio (il preconscio) suggerisce parole e frasi all’incantato mortale che le dice e le trascrive. A distanza di dodici anni, con più sapere e forse meno ebbrezza (lascio giudicare al lettore), in occasione di un incontro tra grecisti, filosofi e psicoanalisti, sono tornato a rivisitare Eschilo, il trageda da me preferito, e la sua sovrumana tragedia, l’Oresteia. Eschilo, che ho definito la vetta più alta della cultura greca, là dove la tragedia attica aveva indovinato la via, il difficilissimo passaggio che – oltre il conflitto edipico e la tragedia universale – conduce alla terra promessa della genitalità e della persona, passaggio cui neppure Freud riuscì a pensare.
    Piacevolmente sorpreso, venni a sapere che il filosofo Emanuele Severino stava curando una nuova traduzione dell’Oresteia, e che egli considerava Eschilo sommo fra i tragedi. E non è tanto che mi abbia deluso la perfezione della sua traduzione (tanto saggia, forse troppo saggia, dove la saggezza logico-filosofica prevale sul pathos e sull’ebbrezza, a noi trasmessi da Manara Valgimigli); piuttosto, sento lontananza emotiva e mentale dal suo commento critico.
    A me sembra che l’ideologia forzi troppo la penna di Severino, a tal punto da identificare Eschilo con un filosofo, sia pure uno dei più grandi della Grecia. Eschilo non è un filosofo ma un pensatore, e non solo un pensatore, proprio nella misura in cui è impossessato dal fuoco sacro del divino, quel divino che Severino intravede proprio nella ratio e nella saggezza da benpensanti dei vecchi argivi del coro dell’Agamennone, e anche nella giustizia dei giudici delle Eumenidi, e che a me sembra piuttosto ispirata dagli dèi, soprattutto dalla grande triade dei nuovi dèi – Zeus, Apollo e Atena – e niente affatto dalla saggezza filosofica. L’ambiguità della saggezza del coro esprime, meravigliosamente, l’approssimarsi del pasto totemico. Il coro in Eschilo, in questa trilogia e in alcune altre sue tragedie, è composto da vecchi, vecchie, donne, giovani, insomma dai più deboli, coloro che non riescono ad assurgere al ruolo di personaggi tragici, i quali con animo ambivalente, soprattutto troppo saggio (saggio vuol dire assaggiatore-risparmiatore di capri espiatori), presagiscono, tremebondi ma freneticamente anelanti, il momento culminante orgiastico-dionisiaco del sacrificio dell’eroe-vittima.
E perché mai, in nome di quale nuovo dio – domando a Severino – dovremmo noi prendere per vera saggezza, manifestazione di necessità, verità e sanità, la negazione del divenire, della morte e del nulla da parte di un filosofo a noi contemporaneo, e non comprendere invece che noi ci imbattiamo qui in una nuova forma di sepoltura (apparente, logica) del divenire, in un’ideologia molto personale, dove insieme al divenire si tenta di negare euforicamente il dolore, il pathos, il sentimento, la morte, il salto nel vuoto dei maestri dell’Oriente, il grande rischio dell’avventura creativa, sia essa l’amore, sia essa il pensiero.
    Credo anch’io nell’eternità di tutte le cose, di tutte le forme di esistenza, a cui proprio la morte e il nulla garantiscono eternità di eterno ritorno, giacché come potrebbero vivere e pervenire a compiuta maturità senza il divenire? Ed è proprio l’eterno ritorno che annulla lo strapotere della morte, quale esito sempre tragico del divenire, e stabilisce una giustizia che trascende la filosofia e la metafisica greche, poiché la nascita di un bimbo e l’amore tra due persone sono eventi sacri che non fanno ingiustizia ad altri eventi nella misura in cui ogni cosa nasce, cresce, perisce e rinasce, a suo tempo e luogo, nel circolo dell’eterno ritorno. «Tutte le cose sono incatenate, sono inanellate, sono innamorate » canta Nietzsche nel momento più estatico di Così parlò Zarathustra. Lo strapotere dell’essere sul nulla, in quanto pensiero del filosofo, si rovescia paradossalmente nel suo opposto: nell’angoscia della determinazione, della vita come intensità libidico-emotiva ridotta dalla paura della morte a vita vegetativa, contemplativa.
    Ma io mi auguro che il lettore sia stimolato da questo spunto polemico (polemos di tutte le cose è padre) e, nella differenza tra due vertici di osservazione, del filosofo e dello psicoanalista, veda l’eterno fluttuare e oscillare del pensiero dall’accorta alla selvaggia saggezza, in una dialettica distruttivo-costruttiva che esprime la tensione dell’essere nel divenire dell’eterno ritorno.

 Davide Lopez

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