EUGENIO BORGNA.

“IL FIUME DELLA VITA. Una storia interiore”

 

Noi siamo un colloquio, diceva Hölderlin. Per Eugenio Borgna, rivolgere lo sguardo alle illusioni, ai sogni, alle attese e alle febbri di una vita significa entrare in un dialogo infinito con gli abissi della propria interiorità e anche con quella dei suoi pazienti, alla ricerca di ciò che le unisce nel dolore e nella speranza. È lungo il cammino che riporta alla luce le esperienze lontane, solo apparentemente perdute. Con la guida di Agostino e delle “Confessioni”, di Leopardi e di Emily Dickinson, di Thomas Mann e di Virginia Woolf, Eugenio Borgna segue la scia dei ricordi dell’infanzia, segnata dal ritorno alla grande casa paterna devastata dai tedeschi durante l’occupazione, e si immerge nella memoria delle turbolenze dell’adolescenza. Rievoca il tempo trascorso in una clinica universitaria di Milano e quello dedicato al manicomio e all’Ospedale Maggiore di Novara, quindi ripercorre la rivoluzione della legge Basaglia e degli anni che ne sono seguiti. Nel corso di questo itinerario la psichiatria si rivela come un destino. L’attenzione, scrive Eugenio Borgna, è rivolta “non alla storia esteriore, ma alla storia interiore della mia vita: alle inquietudini e alle insicurezze, alle ansie e alle delusioni, alle tristezze e alle nostalgie, alle attese e alle speranze, alle scelte e alle decisioni che ne hanno fatto parte”. La psichiatria accoglie la fragilità delle emozioni e delle passioni, senza mai distogliersi dalla fenomenologia del mondo sociale. E fa parte del grande racconto di una vita, nel quale si ricostruisce un passato capace di rivivere nel presente e anche nel futuro.

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(pag. 88 del libro)

La nostalgia
A distanza di quarant’anni dalla approvazione della legge di riforma psichiatrica, non è forse arcaica e incomprensibile la nostalgia, che continuo a provare, di una psichiatria manicomiale che si occupava, certo, di pazienti in fase acuta di sofferenza, ma anche di pazienti anziane lungodegenti? Si, queste ultime sono oggi assistite e curate meglio di prima, ma questo non si può dire delle pazienti con brevi degenze, che si curavano in un manicomio, come è stato il nostro, con una più ampia libertà, e con una più radicale fondazione etica. Certo, il direttore di un manicomio non rispondeva se non ai magistrati, per aspetti medico-legali, ma per ogni altro aspetto era completamente libero, se voleva, di sfidare le resistenze di quanti negavano la dignità e la fragilità della sofferenza psichica, e di scegliere modelli di assistenza e di cura estranei ad ogni forma di esclusione, e aperti ad un ascolto, e ad un dialogo senza fine. …

CONGEDO
…..

O graziosa luna, io mi rammento
che, or volge l’anno, sovra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti:
e tu pendevi allor su quella selva
siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
il tuo volto apparia, che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile,
o mia diletta luna. E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l’etate
del mio dolore. Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

 

La poesia sembra nascere in Leopardi da un solitario colloquio con la luna, ma è invece un soliloquio. Ritornando sul colle dell’Infinito, illuminato dal chiarore lunare, egli ricorda una sera dell’anno antecedente quando con gli occhi bagnati di lacrime aveva raggiunto il colle per rivolgersi alla luna. La poesia, certo, ci parla del dialogo di Leopardi con la luna ma nelle sue radici più profonde non è se non la discesa negli abissi della sua interiorità. Conoscersi, sapere sfuggire al fascino stregato del presente, alla distrazione e alla noncuranza dell’oggi, alla banale quotidianità della vita, e recuperare il passato, che i ricordi fanno vivere, dando un senso al trascorrere febbrile e fatale degli anni: questi sono gli orizzonti tematici della poesia dalla quale rinasce ancora una volta la funzione redentrice dei ricordi. La memoria ne è l’archivio, ma, come dice sant’Agostino, la speranza non è se non la memoria del futuro, e allora intrecciandosi l’una all’altra il fiume della vita scorre senza fine.

Un libro che consentirà a chi lo legga nel silenzio del cuore di conoscere qualcosa di una vita che ha avuto la psichiatria come sua fragile compagna di strada: come sua fonte di riflessione sulla condizione umana ferita dal male di vivere, e nondimeno aperta ai bagliori della speranza, che è la goethiana stella cadente, alla quale sempre guardare nelle notti oscure dell’anima.

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