Intervista di Gabriella Mariotti a Davide Lopez a proposito del suo nuovo libro:

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Scheggie di sapienza, frammenti i saggezza e un po’ di follia (Angelo Colla Editore, Vicenza).

 

Nel suo ultimo libro, Davide Lopez pone molte questioni impegnative e stimolanti. Che cos’è l’invidia? Che cosa la determina? Che cosa significa la paura dell’invidia, propria e altrui? E ancora, come si colloca il senso di colpa, rispetto all’invidia e alla tanto idealizzata, e spesso malintesa, riparazione? Basterebbe questo scorcio per aprire un dibattito assai ampio e articolato che finisce per toccare punti nevralgici non soltanto nella vita dei nostri pazienti, bensì nella vita di ognuno di noi. Il filo conduttore che lega queste tematiche mi pare sia sintetizzabile nel concetto di ruminazione autodistruttiva, un concetto che si intreccia fortemente al Sè Luciferino, alla autentica persecuzione innestata da un superio avido e megalomanico che divora, come Crono i suoi figli, le forze interiori vitali e propositive. In particolare, si apre una prospettiva dalla quale il sentimento di inferiorità, allacciato ad una smodata volontà di potenza, origina sia l’invidia sia il compiacimento penitenziale del senso di colpa. Colpa e invidia, legate anche all’odio, sembrano le tre Furie, le Erinni che, guidate da Aletto -colei che non dà requie- perseguitano senza sosta e impediscono l’emancipazione dai “torti fatti e subiti”. E’ dunque un difetto del narcisismo sano che lega colpa, sacrificio e invidia? E in che modo?

Per prima cosa la ringrazio del suo intervento, come sempre pertinente, intelligente e profondo. Mi accorgo che lei ha già, in notevole misura, risposto alle domande. Non desidero, quindi, sovrapporre le mie risposte alle sue. Mi limiterò, perciò, a chiarire ulteriormente alcuni punti, in un linguaggio semplice e al contempo rigoroso. Nel suo libro “L’invidia e la società”, il sociologo tedesco Helmut Schoeck ha profondamente ed estesamente indagato le radici dell’invidia nel mondo dei primitivi e in quello dei moderni. Egli ha mostrato come la povertà del mondo antico, perfino la fame, erano essenzialmente dovute all’angoscia mortale che i primitivi avevano dell’invidia reciproca. Altro che Arcadia, civiltà ed età dell’oro! Si cercava di evitare di produrre di più per il timore di scatenare l’invidia di coloro che possedevano di meno. Naturalmente, questa paura era, in una certa misura, realistica, ed in un’altra anche effetto della proiezione reciproca persecutoria sull’altro della propria invidia. Ancora una volta, doppi ruoli! Ovviamente, Schoeck ignora l’esistenza dei doppi ruoli. Egli è scusabile perché è in compagnia della maggioranza degli psicoanalisti, che a tutt’oggi l’ignora. In un lavoro non ancora pubblicato, che apparirà in un prossimo libro, ho connesso la paura dell’invidia al sacrificio, che, quale strumento di regolazione livellatrice sociale, ha dominato la “civiltà” di un lungo periodo della storia della specie umana. Il sacrificio nel suo duplice aspetto attivo e passivo significa l’uccisione violenta di alcuni individui di una tribù stanziale da parte di invasori- si badi, nel Mahabharata gli Dei (Deva) sono gli invasori e gli Asura sono i demoni, quindi gli stazionari. Ciò corrisponde al fatto che gli Ariani avevano invaso o continuavano a invadere le popolazioni autoctone. Mi accorgo di avere la tendenza a dilagare. Non sarò io un discendente dei Deva? Perciò, ora mi limiterò a dire, rispondendo alla sua domanda, che il mio apporto al problema dell’invidia, posto da Schoeck, è duplice: l’invidia è basata sul sentimento di inferiorità, il quale fa parte del circolo vizioso del conflitto strutturale impotenza-onnipotenza. In secondo luogo, Schoeck non vede che vi è anche, al di sotto della paura dell’invidia del “prossimo tuo”, il desiderio di essere invidiato per asserire la propria superiorità. Ed è essenzialmente questo desiderio il vero responsabile del timore persecutorio dell’invidioso nell’azione dinamica dei doppi ruoli.