dicembre 2002 – Etnopsichiatria, etnopsicoanalisi

a cura di Vanna Berlincioni

 

I temi dell’etnopsichiatria e dell’etnopsicoanalisi hanno oggi assunto una grande importanza pratica: i massicci fenomeni migratori ci hanno avvicinato a mondi culturali diversi, senza doversi allontanare dal nostro paese, come accadeva per gli antropologi e gli psichiatri del passato. E nello stesso tempo hanno rivelato la nostra insufficienza a fronteggiare il disagio psichico e i quadri morbosi che i migranti presentano. Da questa vicinanza sorge la necessità, per lo psichiatra e lo psicoterapeuta, di comprendere e valutare la sofferenza mentale di persone provenienti da pesi remoti, sofferenza il cui senso e le cui manifestazioni spesso ci sfuggono, così come non conosciamo la lingua, gli usi e i costumi del migrante. L’accostamento allo straniero obbliga a un decentramento del nostro sguardo rispetto a noi stessi e alla cultura a cui apparteniamo, ci spinge a riflettere su di noi, sul nostro modo di interpretare i valori dell’esistenza e di essere terapeuti; ci forza a prestare attenzione a ciò che normalmente diamo per scontato e a valorizzare modi differenti di intendere la realtà, i rapporti tra le persone, la sofferenza e la cura dell’individuo e del gruppo. Riuscire a interagire con i “saperi locali” di cui i pazienti sono portatori, senza squalificarli a priori in nome di una presunta superiorità dell’Occidente, ci permette di coglierne la funzionalità, coerenza ed efficacia, e quindi di arricchire la visione dei nostri compiti terapeutici. Del resto anche molti fenomeni nostrani, come quelli espressi dalle microculture familiari locali, si avvantaggiano di uno sguardo capace di cogliere il ruolo del clan, della tribù, dell’etnia dei fattori transgenerazionali nel vincolare il soggetto agli strati profondi della collettività.

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