Nel chiedermi amichevolmente di scrivere una presentazione di questo loro libro, i due autori mi hanno suggerito di essere breve. Condivido la richiesta. Una presentazione breve è infatti la migliore: non ha la pretesa di elencare o di chiarire i contenuti dell’opera presentata; non si mette in competizione con essa, ma semplicemente ne addita qualche aspetto; la introduce sveltamente in società, dove, in questo caso, non mancherà certamente di farsi strada da sola, con le proprie gambe e in virtù delle sue qualità specifiche.
    È comunque compito della presentazione di un libro, breve o lunga che sia, predisporre il lettore alla buona accoglienza. Da qui la necessità che il presentatore sia un amico. Lo scopo di una presentazione si raggiunge di solito assumendo toni concilianti e cerimoniali tra due estremi in contrasto: sottolineare l’originalità e l’unicità dell’opera, mostrando insieme la somiglianza del nuovo con quanto già esiste ed è noto, sia degli stessi autori, sia originato nel . più ampio contesto tematico e culturale.
    Tutto questo cela a malapena i residui di uno scenario tribale, segretamente rituale, di accoglimento del neonato nella società, presente dietro la maschera compassata delle nostre costumanze scientifiche. Un rito di passaggio viene compiuto da questa presentazione al tempio in modo non appariscente.
    Chi ha seguito gli sviluppi degli scritti di Davide Lopez nell’arco di circa venti anni, a partire da Analisi del carattere ed emancipazione (1970) potrebbe facilmente sorprendersi per lo meno dell’argomento di questo libro. Proprio Lopez, 1′”inattuale”, sacrifica all’altare della depressione, un tema tipicamente d’attualità, sul quale annualmente si organizzano un’infinità di congressi e si sfornano scritti d’ogni tipo? Non saranno gli autori depressi essi stessi? Posso assicurare che gli autori non sembrano affatto depressi e sono anzi sorridenti e di ottimo umore. E allora perché un interesse proprio per la depressione, una malattia epocale, che sembra aver assunto un andamento invasivo, assorbendo, assieme alla schizofrenia, il campo dell’intera nosologia e della psicopatologia e che ha fatto praticamente sparire quell’isteria dalla quale la psicoanalisi era potuta nascere?
    La scelta tematica non è in verità strana. Infatti, hic sunt leones: qui più che altrove lo psicoanalista si imbatte nel dolore morale allo stato brado e l’odio, la colpa e il lutto sono di casa. Qui lo psicoanalista è costretto a manifestare le proprie posizioni sulle estreme questioni della vita e della morte, e a rivelarsi di fronte alla concentrazione tragica e massimamente dolente che il depresso incarna.
    Per chi, come Lopez, sembra interessato nei suoi scritti non tanto alle categorie nosologiche della psicoanalisi, ma a una serrata critica dall’interno delle procedure analitiche e a una revisione di quelli che direi i momenti “ideologici” e “caratterologici” della psicoanalisi clinica, la depressione risulta allora un terreno di verifica privilegiato. Lopez e Loretta Zorzi sono impegnati a evidenziare e criticare, in una prospettiva di superamento, quelle opzioni orientatrici decisive che non scaturiscono solo dalla clinica e dalle sue evidenze, ma da scelte di campo inconsce o preconsce del ricercatore, dettate da esigenze d’altro genere: dall’adesione alle idee correnti e dal bisogno di adeguarsi alla scientificità ufficiale, sino a realizzare finalmente l’ideale di una psicoanalisi normalizzata. Bisogni di questo genere possono anche avere conseguenze deteriori e in loro nome si realizzano tanti tradimenti dell’aderenza all’inconscio, al fondamento selvaggio della instintualità umana, che reclama le sue esigenze a gran voce nei sintomi delle nevrosi e delle psicosi. Un’istanza, quella dell’inconscio, rispetto alla quale la risposta della psicoanalisi è chiamata da sempre a schieramenti radicali, come fu alle sue origini.
    I rischi di una “pubblicazione” sono per gli psicoanalisti sempre i medesimi: da un lato un’alleanza della psicoanalisi, magari sottile e inapparente, alla repressione corrente, gravida di effetti sulle procedure della terapia e della clinica; un confondersi con l’atteggiamento psichiatrico e le sue esigenze, che, soprattutto nella terapia della depressione, non ha mai proceduto troppo per il sottile. Ne è un aspetto un ossequio fastidioso di certa psicoanalisi alle mode
scientifiche e culturali del momento, sino a una corsa all’aggiornamento delle sue metafore, scambiando tutto questo per modernità e progresso clinico-scientifico; e ancora una sottomissione alle vedute epistemologiche d’attualità, dalle quali ottenere l’auspicata patente della scientificità.
    Dall’altro la psicoanalisi può restare prigioniera delle impostazioni e delle scelte, sempre arbitrarie, della metapsicologia; perdendo di vista il fatto che alla teoria si può far dire qualsiasi cosa, che i modelli che essa propone sono necessari, almeno a mio avviso, ma devono restare ampiamente aperti per loro natura e funzione: sono cioè a nostro servizio e non vanno serviti, ma solo rispettosamente e criticamente usati con le dovute maniere, nonché fatti progredire. Le modalità d’uso sono dettate dalla clinica, dalla relazione terapeutica, da come si intendono le sue finalità e la sua tecnica
    Diversamente, la teoria si trasforma in un pregiudizio di principio, che altro non è che scelta preliminare, forzatura della relazione terapeutica entro le strettoie della teoria, col rischio di offuscare anziché rischiarare quello che resta il compito fondamentale dell’analista: la percezione dei materiali entro la relazione e l’elaborazione ricettiva dell’esperienza clinica, la capacità dell’analista di mantenere la funzione di guida nel viaggio di rigenerazione personale dell’analisi.
    Le questioni di accento, di prosodia, di “modulazione” (come si esprimono i due autori) sono fondamentali in psicoanalisi: l’incessante discutere e confrontarsi degli analisti è legato a un’indeterminatezza del loro oggetto, che viene valutato mediante un apparato di nozioni e una strumentalizzazione in cui si giocano scelte che rispecchiano non solo l’esigenza di raffigurare lo stato delle cose della clinica, ma che sono anche soluzioni di compromesso con il carattere stesso del ricercatore, con quanto determina ciò che potremmo chiamare i suoi gusti o il suo stile ideologico e le sue scelte. Qualcosa che affonda le sue radici nella sua persona da un lato e nelle idee correnti dell’epoca dall’altro.
Una simile impasse ha fatto svalutare progressivamente presso un certo numero di psicoanalisti la metapsicologia, alla quale veniva affidata incautamente la credenziale di scientificità della psicoanalisi. L’attuale diffusa diffidenza internazionale, sino al discredito, verso la teoria, si è inevitabilmente associata a una svalutazione e a una conseguente tendenza a minimizzare il valore terapeutico della cura analitica. Oppure a ridurre la cura a momenti tattici parziali, a qualcosa che assomiglia più a una guerriglia locale che a una guerra, con la sua visione strategica complessiva; più a un accudimento da nursery che a un confronto tra due persone, in cui il soggetto, e l’analista con lui, giocano il tutto per il tutto nella lotta per l’emancipazione personale e per la sconfitta della nevrosi. Ciò che Lopez e Zorzi sembrano fare, e invitarci a fare col loro libro, suona per me così: cimentiamo idee e concetti metapsicologici, mettiamo a ferro e fuoco le idee cliniche correnti e vediamone l’uso, riacquistiamo in questo il gusto della polemica scientifica, del contrasto dei pensieri.
    Polemos, almeno a livello dei pensieri, è certamente produttivo e generativo, rivela potenzialità creatrici, e insomma non distrugge veramente nulla, ma solo chiarisce e rigenera. Del resto, come sarebbe possibile creare qualcosa di costruttivo con la distruttività dilagante nella depressione, senza l’intraprendenza “del ferro e del fuoco”, senza l’energia ideale richiesta da Polemos?
    Ciò che Lopez e Zorzi intendono per depressione non è soltanto quello che la psichiatria intende con essa, e neppure è identificabile con una “posizione” di tipo kleiniano, ma è un momento universale e ubiquitario dell’organizzazione mentale che può essere messo in forma e in luce nel lavoro analitico e che si presenta come un aspetto inevitabile nell’esperienza umana.
    Con un vigore insolito per le forme compassate del genere scientifico, di solito attente a non urtare nessuno e a lasciare le cose come stanno, troviamo espresso lungo tutto il libro un appello: pensiamo insieme, in modo più alto e profondo, ai concetti basilari della psicoanalisi, nel quadro di una visione complessiva della vita, in rapporto alle questioni cruciali e ai compiti dell’individuo: definirsi nel suo rapporto d’amore con l’altro sesso, nella relazione uomo-donna che esprime il massimo livello della relazione umana; rispetto alla fede del soggetto in sé e negli altri; alla ricerca, che non eluda il confronto tragico, di una visione personale che sia insieme universale, radicalmente emancipativa e rispettosa tuttavia delle possibilità di ciascuno, divina (ma non troppo) e umana (ma non troppo).
    La “via di mezzo” della psicoanalisi perseguita dagli autori richiede che le posizioni antagoniste vengano evocate, messe in tensione e attraversate mediante un lavoro di valutazione critica serrata, che essi non mancano di fare lungo tutto il libro, in un corpo a corpo appassionato con una grande quantità di studiosi, grandi e meno grandi. Questa via di mezzo non ha nulla di confortevole, è sempre quella “via nella selva” che Lopez continua a costruire e cercare da
anni, ora disboscando senza complimenti, ora trattando con delicatezza e tatto gli arbusti più delicati, cercando di discernere l’utile dal nocivo. Questo procedere implica “tensione” personale, cimento con gli autori considerati e anche con il lettore, e non si ottiene senza una riflessione intransigente su di sé*, ma che sappia anche giocare con i pensieri, capace anche di cacciarli o di dominarli all’occorrenza. Entro questo spazio agonale della riflessione clinico-metodologica tutti sono chiamati alla collaborazione, tutti vengono invitati a partecipare.
    Si sviluppa così una seria e gioiosa schermaglia con metodi e teorie, che viene esibita con una vivacità e profondità inconsueta rispetto ai rituali scientifici correnti. Senza ombra d’arroganza, con la serietà del gioco, senza l’allusività levigata quasi prescritta dal bon ton delle esposizioni accademiche: un modo d’esprimersi diretto, che a molti potrà sembrare temerario esibire al perbenismo dilagante.
    In realtà, la sorridente veemenza del libro, la sua dichiarata passionalità, a tratti mi ha molto ricordato certe pagine saggistiche di David H. Lawrence, nelle quali converge tutta una tradizione letteraria di agitatori di coscienze sopite e renitenti, di grandi ricercatori di una dimensione personale, che non hanno rinunciato a ricercare “al di là della saggezza e della follia “, oltre le strettoie dei linguaggi ammessi, una esistenza più autentica, che non opponga il bambino all’adulto, la disciplina al gioco, la libertà all’amore e alla fiducia. Una veemenza animata da una tensione prospettica, e al tempo stesso capace di testimoniare un’adesione alla sostanza del pensiero e della pratica psicoanalitica, misurandosi con una clinica – qui quella della depressione – orientata dall’ideale della costruzione personale. Un simile ideale introduce di per sé una procedura alternativa all’idea puramente sottrattiva di un’analisi “per via di levare”. Senza per questo cadere in un’analisi “supportiva” o in una psicoterapia di tipo suggestivo. Qui è un’altra via a essere proposta, della quale Lopez e Zorzi forniscono indicazioni precise, sia teoriche sia cliniche.
    La ricca messe di novità interpretative – sul Super-io, 1’Io ideale e il significato della posizione schizoide; sul senso di colpa e di vergogna e sull’edipo; sulla megalomania e sulla mania, tanto per citarne alcune -, di revisioni di concetti, di riformulazione e suggestioni cliniche, non verrà qui riassunta. Queste novità costituiscono la sostanza delle proposte degli autori. Nessun aspetto della teoria e della clinica della depressione resta immobile, tutto viene movimentato e arieggiato: mettendo in questione le idee ricevute dalla tradizione psicopatologica non solo rispetto alla patologia depressiva, ma anche rispetto all’intera concezione della cura.
    Sottolineo solo in un particolare minimo un aspetto generale dell’impostazione degli autori: quando scrivono che vi sono psicoanalisti che non hanno esitato a “disturbare persino il feto con la presentificazione di supposti oggetti”, essi mostrano con evidenza di pensare che l’orientamento complessivo delle nostre immaginazioni scientifiche non è irrilevante, ma pieno di insidie e di follie teoriche che non hanno nulla di veramente verificabile. Che abbiamo come psicoanalisti la responsabilità dei nostri pensieri ultimi e persino dei nostri gusti. E che è più difficile non pensare nulla, che pensare frettolosamente, più facile e rassicurante riempire il vuoto che attraversarlo. E che sempre in psicoanalisi occorre diventare consapevolmente ciò che già si è.
    Le concezioni psicoanalitiche non possono evitare di misurarsi con questo loro appello, la cui sostanza è insieme etica e scientifica, formale-stilistica e ricca di contenuti propositivi, e che in Lopez e Zorzi lascia intravvedere il premio di un piacere e di una gioia conquistata resistendo alla grande sirena del dolore e del sadomasochismo.
    Da questo libro scaturisce un effetto tonico per il lettore: la speranza di ottenere, per se e quaggiù, la benedizione di un’euforia di buona lega, un’euforia nel significato greco della parola.

Fausto Petrella

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